Quel 20 novembre 1989 che lasciò un vuoto nella narrativa e nella saggistica siciliana d’autore

A trent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia non si ricorda soltanto il ritratto di un grande intellettuale siciliano, ma anche il protagonista di una narrativa contemporanea, che fece della scrittura la sua arma per denunciare i sentieri impervi della storia italiana.

La Sicilia, spesso narrata da Sciascia, non è soltanto il luogo delle contraddizioni in cui convivono bellezza dei paesaggi e difficoltà del vivere, ma, soprattutto, il luogo in cui si nasconde il groviglio oscuro delle sopraffazioni.

Leonardo Sciascia, i primi passi verso una coscienza critica

Nato l’8 gennaio del 1921 nel paese di Racalmuto (Regalpetra), non lontano dai luoghi di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia è avviato precocemente alla lettura dalla madre e da due zie insegnanti. Durante i suoi studi a Caltanissetta, ha la fortuna di ricevere gli insegnamenti di Vitaliano Brancati, suo modello e guida nella lettura degli autori francesi, mentre all’incontro con il giovane Giuseppe Granata (futuro senatore del PCI) Sciascia riconosce la scoperta dell’illuminismo francese e italiano nei testi di Voltaire, Montesquieu, Diderot, Cesare Beccaria, Pietro Verri. Da quel momento, l’intellettuale di Racalmuto non ha più rinunciato a intrecciare la ragione della verità e il diritto della letteratura nei suoi racconti, nei romanzi, nei gialli, nei saggi. 

Dalla formazione alla pubblicazione delle prime opere di Sciascia

Dal 1954 si trova alla direzione di «Galleria» e di «I quaderni di Galleria», riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici. Frequenta in quegli anni la Caltanissetta di Luigi Monaco e del suo omonimo Salvatore Sciascia, ricavandone forti stimoli che si traducono in frequenti collaborazioni con diversi giornali e riviste letterarie.

Nel 1956 viene pubblicato il primo libro di rilievo Le parrocchie di Regalpetra, a cui seguono nell’autunno del ’58 i tre racconti della raccolta Gli zii di Sicilia: La zia d’America, Il quarantotto e La morte di Stalin.

Del 1961 è invece Il giorno della civetta, pubblicato per la prima volta da Einaudi, il romanzo breve sulla mafia che porterà a Sciascia la maggior parte della sua celebrità. A proposito di questa pubblicazione l’autore ha scritto: “ho impiegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto. Ma il risultato cui questo mio lavoro di ‘cavare’ voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio”.

Oltre a Il consiglio d’Egitto (1963), gli anni Sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati proprio alle ricerche storiche sulla cultura siciliana: A ciascuno il suo (1966) un libro bene accolto dagli intellettuali e da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1967; e Morte dell’Inquisitore (1967), che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano Fra Diego La Matina. Nello stesso anno, esce per Mursia Editore un’antologia di Narratori di Sicilia, curata da Sciascia insieme a Salvatore Guglielmino. Lo scrittore tenterà anche di applicare al teatro la propria propensione alla scrittura fortemente dialogata.

Andrea Camilleri racconta Sciascia [VIDEO]

Di seguito, l’intervista di Felice Cavallaro ad Andrea Camilleri.

Mi manca la risposta di Sciascia alle domande di oggi. Manca l’acutezza critica di Sciascia, la sua capacità di collegare fra di loro, elementi apparentemente diversi e dimostrare la concorrenza a un dato fatto di questi elementi. La lucidità di giudizio di Sciascia. La verità è che, intellettuali attenti, come potevano essere Pasolini o Leonardo, non ce ne sono. E questa è una gravissima mancanza. […] Uno scrittore vive nel suo tempo ma opera per il futuro.

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Gli ultimi anni di Leonardo Sciascia

Il 1970 è l’anno del pensionamento e della pubblicazione del volume La corda pazza, una raccolta di saggi su cose siciliane nella quale l’autore chiarisce la propria idea di “sicilitudine” e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Il 1971 è l’anno de Il contesto, libro destinato a sollevare una serie di polemiche politiche, alle quali Sciascia si rifiuta di replicare ritirando la candidatura del romanzo al premio Campiello. Tuttavia si fa sempre più forte la propensione a includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera: gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), I pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978) ne sono un vivido esempio.             

Nel 1974, nel clima del referendum sul divorzio e della sconfitta politica dei cattolici, nasce Todo modo, un libro che parla «di cattolici che fanno politica» e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno ’75 lo scrittore è candidato come indipendente nelle liste del partito comunista: eletto con un forte numero di preferenze Sciascia si dimette da consigliere già all’inizio del 1977. La sua contrarietà al compromesso storico lo portarono a scontri molto duri con la dirigenza del partito comunista. Significativamente, quell’anno pubblicherà Candido. Ovvero, un sogno fatto in Sicilia.                               

In seguito a nuovi contrasti con il PCI di Berlinguer, Sciascia abbandona l’attività politica, ma in un articolo pubblicato sul Corriere della sera intitolato I professionisti dell’ antimafia, nel 1987, afferma che “in Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di stampo mafioso”.                                       

La memoria, privata e collettiva, restano però al centro della produzione letteraria sciasciana e presto, dalla collaborazione con la casa editrice Sellerio di Palermo nasce la collana chiamata “La memoria”, una raccolta di scritti che aiuta a cogliere l’ispirazione più profonda dell’autore e invita a scoprire luoghi letterari ancora poco frequentati.                                   

Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati da una malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per le cure. Sia pure a fatica, Sciascia pochi mesi prima di morire pubblica Alfabeto pirandelliano, A futura memoria (pubblicato postumo), e Fatti diversi di storia letteraria e civile edito da Sellerio. Opere nelle quali si ritrovano le principali tematiche della produzione sciasciana, dalla “sicilitudine” a quell’impegno civile che lo aveva caratterizzato lungo tutta la sua vita intellettuale, di cui rimane una testimonianza anche nelle numerose interviste rilasciate durante tre decenni della storia nazionale italiana.

Negli ultimi giorni della sua vita Leonardo Sciascia aveva scritto all’amico Gesualdo Bufalino:

 “Ho l’impressione di stare a temperare una matita dalla punta sempre più fine, ma che non riesce più a scrivere”.

Quel fatale impedimento era vissuto dallo scrittore come la metafora di una vita che si stava inesorabilmente spegnendo e come un ostacolo crudele all’esercizio di una scrittura a cui affidava un “destino di verità”. Sciascia morì, stroncato da una rara forma di leucemia, nella sua casa di Palermo, la mattina del 20 novembre 1989. Aveva 68 anni, gran parte dei quali spesi nella testimonianza di un impegno civile votato alla verità, alla giustizia e all’esercizio di una critica palpitante del potere.

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