Quando Andrea Camilleri è diventato Camilleri?

La risposta alla nostra domanda impossibile – lo scrittore di Agrigento è morto nel luglio dello scorso anno (leggi anche: Andrea Camilleri: il grande scrittore siciliano, si è spento a 93 anni) – la troviamo in un testo del 1997, ora stampato per la prima volta con i caratteri delle preziose Edizioni Henry Beyle.

È la “Piccola enciclopedia di giochi per l’infanzia” nella quale in ordine alfabetico il padre del Commissario Montalbano elenca «alcuni giochi praticati ai tempi dell’asilo».

Tra questi c’è “U iocu d’a musca”, il gioco della mosca.

«Sono fermamente persuaso – racconta Camilleri – che nel corso di questo gioco, durato anni, si sono decisi i nostri destini individuali: troppo tempo impegnavamo nella pura meditazione su noi stessi e il mondo. E così qualcuno divenne gangster, un altro ammiraglio, un terzo uomo politico. Per parte mia, a forza di raccontarmi storie vere e inventate in attesa della mosca, diventai regista e scrittore».

Nella sua “Piccola enciclopedia di giochi per l’infanzia”, lo scrittore ripercorre formule e pratiche di quando era bambino

Il gioco consisteva nello stare immobili con sul petto nudo una moneta spalmata di saliva così da attrarre il fastidioso insetto. Precisa lo scrittore: «Era ammesso il condimento della saliva, prima dello sputo, con odori e sapori gradevoli alle mosche quali miele, succo d’uva, zucchero. Bertino Zappulla per qualche giorno ebbe fortuna strepitosa, poi scoprimmo che condiva lo sputo con la sua stessa merda. Venne squalificato».

Dobbiamo quindi esser grati al (disgustoso) gioco, se Camilleri non perseguì l’infantile fantasia di diventar Papa («mi vestivo coi paramenti sacri e sognavo d’essere Papa»), navigatore («col binocolo stavo ore a guardare le paranze, i pescherecci, le grandi navi che passavano al largo. Mi sognavo ammiraglio») o corridore d’auto (alla guida di una berlina abbandonata e senza ruote in garage «ho vinto la Mille Miglia, ho battuto Nuvolari»).

Tutte confessioni, queste, lasciate nell’altrettanto delizioso “La casina di campagna”, edito anch’esso dalla milanese Henry Beyle (che poi è il vero nome di Stendhal). Stefano Salis (multidisciplinare esperto di editoria, letteratura e musica; isolano, ma di Sardegna) scrive nella nota in postfazione che «in questa opera, Andrea Camilleri, maestro di narrazioni, è più a nudo che mai.

Non conosco testo più intimo, più sentito, commosso e commovente, di queste pagine dedicate alla cosa più sacra che hanno i bambini, il gioco, e a quella più sacra che hanno gli scrittori, la memoria, l’immaginazione, il racconto».

I giochi che Camilleri faceva da bambino

Camilleri elenca i giochi da bambino, prendendo spunto iniziale dal dipinto Giochi di fanciulli (1560) di Pieter Bruegel il Vecchio (del quale nel volume sono riprodotti molti particolari) custodito al Kunsthistorisches di Vienna. «Non c’è visitatore – scrive – che non ricerchi tra gli ottantaquattro raffigurati  […] i giochi della propria infanzia».

Noi lettori tra le pagine dedicate al “cumerdiuni” (l’aquilone, quando «più che i colori della carta velina contavano la leggerezza e la manovrabilità»), la “giammarita” (il ciottolo piatto da far rimbalzare più volte sulla superficie del mare), la “manulesta” nel lancio di sassi e altri passatempi, cerchiamo invece lo spunto e l’origine di tante storie con le quali lo scrittore siciliano ci ha ammaliati.

Perché sappiamo – come ovviamente ben sapeva uno nato a due passi dai templi greci e cresciuto a pane e filosofia – che l’adulto sarà tanto migliore quanto bene avrà giocato da bambino (Platone), trovando nel gioco la profezia dell’attività che svolgerà da grande (Aristotele).

Nel piccolo Andrea (anzi, Nenè, com’era chiamato a Porto Empedocle) c’era insomma la premessa del successo. Del resto, nel dizionario dei sinonimi e contrari alla parola gioco sono affiancati, tra gli altri, i termini artifizio, burla, inganno, speculazione, agio, tolleranza.

Dal gioco della mosca alla cavallina: Camilleri insegna la vita in poche semplici mosse

Gli ingredienti cioè di cui sono impastate le storie con cui lo scrittore ci ha ubriacato, mettendosi sempre in gioco lui stesso, spesso con cambi improvvisi di prospettiva. Come nel caso della cavallina, alla voce “cavaseddru” che leggiamo nella “Piccola Enciclopedia”:

«Ci si disponeva, in quattro o cinque lungo una riga tracciata per terra col gesso. Ognuno di noi aveva un compagno sulle spalle, il quale aveva il compito di trattarci come cavalli, spronandoci ai fianchi con i talloni o dandoci zottate, frustate, sul sedere. Al «via» si partiva di corsa, verso una linea di traguardo che ad ogni passo appariva sempre più incredibilmente e crudelmente lontana.

Vinceva naturalmente chi arrivava per primo al traguardo, ma molti cadevano a metà percorso, appunto come cavalli azzoppati. Finito il gioco, si ricominciava: la linea del traguardo diventava quella di partenza e i portatori stavolta, promossi fantini, si pigliavano le loro vendette da ex cavalli».

La vita gira, ci insegna Camilleri. Che evidentemente sapeva ben mettersi in gioco.

 

Lascia un commento
Articolo precedenteGenía: un sodalizio artistico rivolto al futuro
Articolo successivoIl nuovo Bauhaus europeo
Carlo Ottaviano
Giornalista professionista dal 1979, ha iniziato la sua attività al quotidiano palermitano L'Ora per poi trasferirsi a Roma a L'Unità. Dal 1980 al 1983 è stato capo ufficio stampa nazionale della Filtea-Cgil. Dal 2018, è direttore del mensile Leggere:tutti, scrive per le sezioni Economia e Macro de Il Messaggero e per le pagine dell'edizione siciliana di La Repubblica.È autore di studi e ricerche sul mondo del cibo. Tra gli altri testi pubblicati: Olio nostrum (coautore: Manfredi Barbera), 2015, Agra; Pasta in tavola, 2016, Sagep; I luoghi e le storie più strane della Sicilia (coautrice: Giulia Ottaviano), 2018, Newton Compton.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.