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Sciascia e la sicilianità inesistente

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Le riflessioni di Franco Lo Piparo, professore emerito di Filosofia del Linguaggio all’Università degli Studi di Palermo, su Sciascia e la sicilianità

Il 20 novembre di trent’anni fa moriva Leonardo Sciascia. “La Repubblica” ha pubblicato ieri un album di sedici pagine di analisi e ricordi. Sempre ieri, se n’è parlato al Museo Salinas alle ore 18.

Inevitabilmente si torna a parlare di sicilianità, sicilitudine, sicilianismo. Tutte sfumature semantiche partorite da menti formatesi nella terra dove sono nati Gorgia e Pirandello.

E se l’errore consistesse nella ricerca della sicilianità? Ci ostiniamo a chiamare modo siciliano di vivere e pensare qualcosa che, appartenendo a molti non siciliani, siciliano non è. O forse si potrebbe dire meglio in questo modo: la sicilianità altro non è che la presunzione di credersi unici e speciali. Una malattia da curare.

Anche Sciascia non è indenne da questa malattia siciliana. Ha convinto con la sua autorevolezza molti siciliani che non possono non essere pessimisti dal momento che parlano una lingua priva di futuro. Ne parla in La sicilia come metafora:

«La paura del domani e l’insicurezza qui da noi sono tali che si ignora la forma futura dei verbi. Non si dice mai “Domani andrò in campagna”, ma “dumani, vajiu in campagna”, domani vado in campagna. Si parla del futuro al presente. Così, quando mi si interroga sull’originario pessimismo dei siciliani, mi viene voglia di rispondere: “come volete non essere pessimisti in un paese dove il verbo al futuro non esiste?”».

I miti hanno il potere di accecare anche intelligenze superiori. In tutte le lingue l’evento futuro può essere segnalato da un avverbio temporale mantenendo il verbo al presente: “domani vado in campagna” in italiano, “demain je vais à la campagne” in francese, “mañana voy al campo” in spagnolo, “tomorrow I go to the country” in inglese, “morgen gehe Ich in die Landschaft” in tedesco, e si può continuare ancora per molto.

In molte (ma non in tutte) varianti del siciliano moderno, manca il cosiddetto futuro sintetico (formatosi nelle lingue neolatine secondo lo schema VERBO ALL’INFINITO + HABERE: mangiare ho > manger-ò) ma non il futuro perifrastico o analitico (AVIRI A + VERBO ALL’INFINITO: “aiu a ghiri”, “aiu a manciari”). Il futuro perifrastico si trova in lingue come l’inglese (I will go) o il tedesco (Ich werde gehen) parlate da parlanti che nessuno ritiene etnicamente pessimisti.

È un episodio emblematico e politicamente istruttivo che ci riporta alla domanda che assilla tanto gli scrittori siciliani: COSA SIGNIFICA ESSERE SICILIANI?

E se fosse la domanda sbagliata? E se l’errore consistesse nella ricerca della sicilianità?

La sicilianità mi piace pensarla con gli stessi termini con cui Goethe descrisse Villa Palagonia di Bagheria: UN NIENTE CHE PRETENDE DI ESSERE QUALCOSA (ein Nichts […], welches für etwas gehalten sein will).

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