Dalla “minzogna saracina” del Consiglio d’Egitto ai giorni nostri

La costruzione del falso è un tema molto attuale, specialmente in un momento in cui l’informazione svolge un ruolo delicato nel contrastare il proliferare di fake news legate alla pandemia di Covid-19.

L’uso dei canali di comunicazione di massa, che si avvalgono della capillarità e della velocità del web e dell’eco dei media tradizionali, ha permesso la prolificazione delle false notizie e delle post-verità. Ne abbiamo avuto tanti di esempi durante questo periodo di emergenza sanitaria, in cui  televisione e social network  hanno diffuso notizie di ogni genere e informazioni che dicevano tutto e il contrario di tutto.

Il problema non è recente, per questo motivo la conoscenza e l’analisi di alcuni fatti del passato sono utili a comprendere i meccanismi della diffusione del falso e dei motivi del suo successo. Nei secoli, gli storici hanno affinato strumenti e metodi di critica delle fonti storiche e criteri per smascherare documenti falsi o poco attendibili.

Non si può, a tal proposito, non indicare «la gran data […] nella storia dello spirito umano» – come ebbe a dire Marc Bloch nella sua Apologia della storia – del 1681, nella quale furono dati alle stampe i sei libri del De re diplomatica di Jean Mabillon. Pure non va dimenticato il celeberrimo Discorso sulla donazione di Costantino di Lorenzo Valla del 1440, ma pubblicato soltanto nel 1517.

Nonostante gli strumenti della critica e della esegesi delle fonti, fare storia non è immune dai falsi. Pericolosamente più esposti sono gli “ignari lettori” e l’opinione pubblica, spesso incapaci di discriminare. A riguardo appare interessante rispolverare una vicenda del Settecento siciliano, ai più nota come l’arabica impostura dell’abate Giuseppe Vella (1749-1814). Molti sono a conoscenza dell’episodio grazie al libro di Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, apparso per la prima volta nel 1963 e dal quale è stato tratto nel 2002 un omonimo film per la regia di Emidio Greco (1938-2012), con Silvio Orlando nel ruolo di Giuseppe Vella.

La vicenda dell’arabica impostura ha inizio con l’arrivo dell’ambasciatore del Marocco, Abdallah Mohamed ben Olman, a Palermo nel dicembre 1792, costretto a riparare nell’isola a causa di una tempesta. L’abate Vella, entrato nelle grazie di monsignor Monarchia – così era soprannominato il potente arcivescovo Alfonso Airoldi, presidente del Tribunale di Regia Monarchia – era riuscito a farsi notare nei ricevimenti tenuti nei salotti palermitani in onore dell’illustre diplomatico, facendosi passare per studioso ed esperto conoscitore della lingua araba. L’interesse suscitato dall’ambasciatore per alcuni codici arabi conservati presso il monastero di San Martino delle Scale, poco sopra Palermo e tappa obbligata dei viaggiatori che arrivavano nella capitale del regno siciliano, fu di ispirazione al Cagliostro maltese per ordire la usa opera.

L’abate approfittò della scarsa conoscenza della lingua araba in Sicilia tra gli eruditi siciliani – è bene ricordare che la prima cattedra di lingua araba a Palermo fu istituita soltanto nel 1785 ed affidata proprio a Vella, il quale «non insegnava la lingua araba che ignorava, ma la lingua maltese spacciata per arabo, senza che intanto alcuno se ne accorgesse» (O. Cancila, Storia dell’Università di Palermo dalle origini al 1860, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 108-109) –, per confezionare una falsa traduzione del manoscritto Noto come Codice martiniano, oggi conservato tra i fondi antichi della Biblioteca regionale «A. Bombace» di Palermo, ma allora nella collezione libraria dell’abbazia di San Martino.

Il Codice fu presentato da Vella come un registro della cancelleria araba di Sicilia, composto nell’anno 375 dell’Ègira (985-986, secondo il calendario cristiano) dal gran muftì siciliano su con ignoti caratteri (soprannominati “mauro-siculi”, ma ricavati alterando il testo presente), contenente la corrispondenza tra gli emiri di Sicilia, i sultani d’Egitto e le altre autorità musulmane del Nordafrica. Esso veniva fatto passare come un ritrovamento importantissimo poiché era la prova di un diritto pubblico siciliano preesistente alla legislazione feudale introdotta nell’isola dopo la conquista normanna. In verità, il contenuto reale del manoscritto consiste in una biografia di Maometto compilata sulle cinque collezioni canoniche di Bukhârî, Muslim, Abû Dàwûd, Tirmîdhi e Nasàî; su Ibn His’àm ed altri autori della classicità araba.

Tuttavia, l’opera di falsificazione dell’abate Vella riuscì a suscitare il consenso e l’interesse di un pubblico ben più ampio della comunità degli eruditi siciliani, poiché la sua traduzione rispondeva alle richieste di buon governo, di sviluppo economico, di buona e corretta amministrazione e di giustizia conforme al sentire settecentesco della nobiltà più liberale e della nascente borghesia siciliana. L’abilità del maltese fu quella di scrivere il Codice nella maniera in cui i lettori volevano leggere la storia di Sicilia, attingendo ai salotti, alle frequentazioni e alle idee del suo stesso mecenate, l’arcivescovo Airoldi, e incarnando gli umori dell’opinione pubblica.

La vicenda di Giuseppe Vella si conclude, come è noto, con la carcerazione del falsario e la scoperta della montagna di menzogne costruita ad arte intorno all’operazione editoriale delle traduzione del Codice (false corrispondenze con l’ambasciatore marocchino, coniazione di monete false, manipolazione di manoscritti, finti furti nell’abitazione dell’abate), grazie all’intervento di Joseph Hager (1757-1819), giovane orientalista austriaco chiamato a dirimere la controversia, e allo scrupoloso lavoro di Rosario Gregorio (1753-1819).

Meno noto, rispetto alle vicende di Vella e della minzogna saracina, è il contributo di Gregorio, storico palermitano. Il canonico, nato nel quartiere dell’Olivuzza, fu uno dei primi e dei pochi intellettuali siciliani a non cadere nell’arabica impostura. L’azione di Gregorio è però emblematica sotto diversi aspetti perché dimostra quanto non siano sufficienti nell’immediato – e sovente nemmeno nel lungo termine – le armi della diplomatica, della filologia e della critica a smascherare un falso.

Il falso, infatti, trae vigore dal contesto in cui si insinua e si radica, tanto da rimanere credibile e “autorevole”, nonostante l’evidenza delle prove che ne dichiarino l’infondatezza e la mancanza di credibilità. Ciò non può non rilevare quale nesso esista tra i temi della storia, le tensioni politiche e sociali. L’affermazione del falso come “verità” rivela qualcosa che è latente nella società e nella coscienza dell’opinione pubblica, poiché sono esse a creare, ad accettare e a diffondere le fake news e le post-verità. Il successo del falso è, quindi, decretato dal farsi fonte che si discosta dalla tradizione, dal divenire arma contro gli avversari politici, contro l’altro, imponendosi come “verità” scomoda alle élite e, per questo stesso motivo, trasformandosi in bandiera dell’autenticità.

Non bisogna però svalutare l’opera di Rosario Gregorio, il quale lavorò alacremente e spesso in silenzio, non prestandosi mai a uno scontro frontale con l’abate Vella, ma tessendo una fitta trama di relazioni epistolari con i maggiori esperti italiani ed europei di cose arabiche, studiando le fonti, vagliando criticamente e pubblicando senza clamori opere tutt’oggi fondamentali per la storiografia siciliana.

Negli anni dell’arabica impostura, vennero alla luce tre importanti opere dello storico: nel 1786, De supputandis apud Arabes Siculos temporibus che pur non menzionando mai esplicitamente le traduzioni di Vella, ne dimostrava le criticità, rivelando così il suo metodo d’indagine, l’avanzare con il continuo richiamo alle fonti; nel 1790, Rerum arabicarum quae ad Historiam Siculam spectant ampla collectio, e, tra il 1791 e il 1792, Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere. Eam uti accessionem ad historicam bibliothecam Carusii.

La vita e il ruolo di Rosario Gregorio nella vicenda della minzogna saracina possono essere approfonditi in un interessante libro, Lo storico e il falsario. Rosario Gregorio e l’arabica impostura (1782-1796), di Danilo Siragusa, dottore di ricerca in Storia della società europea in età moderna e cultore della materia presso il Dipartimento di studi storici dell’università di Torino.

Il volume, edito per i tipi della Franco Angeli nel 2019, nasce dallo sviluppo della tesi di dottorato e non si limita alla ricostruzione delle fasi di redazione e diffusione delle false traduzioni del Codice martiniano e del Consiglio d’Egitto. L’opera si concentra piuttosto sulla figura di Rosario Gregorio, critico delle sedicenti opere di Vella. Nella sua corposa stesura, Lo storico e il falsario rappresenta un importante contributo alla storia del Settecento siciliano e italiano e per questo motivo non si può non richiamare alla memoria lo storico catanese Giuseppe Giarrizzo (1927-2015), che fu tra i primi a delineare un profilo storico e intellettuale del canonico palermitano.

L’opera di Siragusa va oltre la storia siciliana poiché porta in sé preziosi spunti per l’analisi di fenomeni attuali e di complessa decriptazione come il web e i canali socio-mediali, ma anche perché ribadisce ancora una volta quanto sia necessario il ruolo della critica e del metodo storico nel sovraccarico di informazioni e rumore.

 

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