Alla base del suo metodo c’è l’intuizione di combattere un morbo ancora quasi sconosciuto in relazione alla comunità. Attraverso un’organizzazione capillare che non lasciava niente al caso (o alla superstizione)

L’epidemia di peste degli anni settanta del XVI secolo fu indubbiamente la più grave nell’Italia del Cinquecento, dopo l’ondata del 1522-1530. Il contagio ebbe inizio agli estremi opposti della penisola: il Trentino e la Sicilia; probabilmente si trattò di due distinte epidemie, benché concomitanti.

La peste aveva colpito Trento sin dal settembre del 1574, diffusa da mendicanti e girovaghi fiamminghi, e da lì il contagio  era estesa in alcune zone dell’Italia centro-settentrionale (Veneto, Lombardia, Emilia): duramente interessate furono le città di Brescia, Milano, Pavia, Monza, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Venezia.
In Sicilia invece essa giunse dalla Barberia su una galeotta infetta, che approdò prima a Sciacca, dove sbarcarono alcuni degli infermi, diffondendo in pochi giorni il morbo in città; poi a Trapani, da lì a Palermo e infine a Messina. Tra i centri più colpiti furono anche Palazzo Adriano e Giuliana.

Non se ne capì immediatamente la natura, anche perché gli stessi medici ne avevano scarsa esperienza: era passato circa mezzo secolo dall’ultima volta, troppi anni perché ne fosse possibile una identificazione precoce.
In realtà cosa fosse la peste non si sapeva neppure, e la confusione e intercambiabilità dei termini utilizzati dai contemporanei (peste, febbre pestilenziale, morbo contagioso e varie) ne sono una prova. Le teorie più accreditate negli ambienti accademici ne indicavano l’origine nell’impurità dell’ambiente o nelle condizioni climatiche calde e umide, favorevoli alla putrefazione dell’aria; e la sua trasmissione per contagio o per fomite (attraverso vestiti o altri materiali) oppure nell’aria.

È un dato comunque che a Palermo, tra le grandi città italiane, l’incidenza della mortalità registrata risulti più bassa, approssimativamente del 4%, contro il 25% di Venezia e il 18% di Milano.

Quali misure furono adottate? Come la città reagì a una situazione di così grave emergenza?

Giovanni Filippo IngrassiaIl capoluogo siciliano ebbe la fortuna di potere contare sulla guida inflessibile del celebre medico Giovanni Filippo Ingrassia, che individuò in modo chiaro delle misure di igiene e profilassi per combattere il contagio non più in relazione alla cura del singolo paziente, ma sul fronte di tutta la comunità. Le sue istruzioni, (Informatione del pestifero et contagioso morbo), pubblicate a Palermo nel 1576, si diffusero ben presto in tutta Europa grazie alla traduzione in latino di Joachim Camerarius.
E mentre i morti a Venezia aumentavano (tanto da determinare il licenziamento dell’assai accreditato accademico padovano Girolamo Mercuriale, ritenuto incapace di contenere il contagio), a Palermo le rigorose misure adottate da Ingrassia sortirono ottimi risultati. I dettagli del sistema che in quell’occasione si allestì – l’impianto istituzionale, le modalità del suo funzionamento – collocarono la Sicilia ai livelli più alti della capacità organizzativa e scientifica dell’Europa tardo-cinquecentesca. Soprattutto fu chiaro che l’apparato governativo intendesse ormai gestire in autonomia la situazione sanitaria, lasciando ai religiosi la cura spirituale delle anime e la somministrazione dei sacramenti.

Non fu così invece a Milano nel 1576: nel momento in cui la pestilenza aveva raggiunto l’acme, la cura del lazzaretto era passata – per volontà dell’arcivescovo Carlo Borromeo – dall’Ufficio di Sanità nelle mani dei cappuccini (di fra’ Paolo Bellintani in particolare), investito di amplissimi poteri anche sul piano giudiziario. Addirittura il lazzaretto era stato “messo in ordine” a spese del cardinale Borromeo, che lo mantenne per alcuni mesi elargendo elemosine. E, quando queste non bastarono, provvidero “le parrochie della città, supplendo in ciò le comunità”. Molto, nell’assenza dei maggiorenti della città, era stato affidato alla cura caritatevole e alla generosità dei religiosi e dei volontari, anche sul piano finanziario. Di fatto a Milano era stata messa in scena l’impotenza dell’autorità civica e statale a gestire l’emergenza nella sua fase più acuta. Le relazioni del tempo, tese certo a celebrare l’attività esemplare del cardinale Borromeo e dei religiosi in un clima fortemente ispirato dai canoni del Concilio di Trento e dalla spiritualità post-tridentina, rappresentano una città in cui si muore, ma soprattutto si prega e si canta.

A Palermo non solo l’amministrazione cittadina si fece carico delle maggiori responsabilità, ma fu attivata sul piano organizzativo una “gran machina” per fronteggiare l’epidemia sia sul fronte esterno (controllo degli accessi) sia, soprattutto, su quello interno. Il vertice operativo era costituito dalla Deputazione di Sanità, una magistratura ancora temporanea, istituita proprio per l’occasione. Di essa facevano parte, oltre al protomedico Ingrassia, anche il pretore e il capitano giustiziere; diciannove cavalieri che ne costituivano il braccio operativo. 

L’efficacia dell’azione di Ingrassia fu indubbiamente determinata dalla rigorosa separazione tra contagiati, convalescenti e sospetti, oltreché dalla rigida quarantena cui fu sottoposta tutta la cittadinanza. In presenza di un decesso la casa veniva “barreggiata” e nei casi più gravi l’intero cortile: l’abitazione veniva cioè chiusa con barre, sequestrata e sorvegliata da guardie, nessuno poteva avvicinarsi e il letto e gli indumenti del defunto erano bruciati. Gli infermi venivano dirottati nel lazzaretto allestito per l’occasione alla Cuba, mentre i familiari sospetti di contagio erano sistemati per le procedure di purificazione al borgo di santa Lucia, che aveva sino ad allora ospitato i militari spagnoli di stanza in città. Si trattava di un quartiere, dotato di singole abitazioni, che i vecchi proprietari furono costretti ad abbandonare e mettere a disposizione della municipalità.

cuba-palermo

Circa 200 case in legno e muratura, ma altre ne furono poi edificate per ordine del duca di Terranova Carlo d’Aragona, allora presidente del regno, che stanziò cento onze. Qui venivano trasportati su appositi carri anche gli indumenti di ognuno perché fossero purificati: Ingrassia raccomandava che i “portatori” dei sospetti non fossero gli stessi degli infetti. Questa struttura fu affidata a tre Rettori, ai quali la Deputazione assegnò dei fondi, che servivano al vitto e al pagamento di un sussidio di un carlino a testa a tutti coloro che dimoravano nel borgo, per lo più poverissimi. Ma anche per pagare medici, medicine, ospedalieri, sacerdoti, e per sostentare buoi, muli, cavalli, carri, cocchi, beccamorti, guardie, e provvedere a tutte le fabbriche che si rendessero necessarie: una gran somma di denaro certamente, se si considera che con essa dovevano essere sostentate circa 900 persone, e anche di più, quante ne poteva ospitare il borgo.

Ma torniamo invece ai contagiati acclarati sistemati alla Cuba (oggi in corso Calatafimi), un antico palazzo ubicato all’interno di un immenso giardino, ricco di acqua, arioso, considerato il più adatto a essere adibito a nuovo ospedale. Qui furono trasferiti da San Giovanni dei Lebbrosi tutti i malati già accertati, e ospitati i nuovi arrivi. La laicità del luogo rispetto alle precedenti locazioni fu senza dubbio un segnale di come si volesse affrontare la questione in totale autonomia rispetto a eventuali ingerenze da parte delle autorità ecclesiastiche. Del lazzaretto della Cuba – struttura capace di ospitare più di mille persone – Ingrassia, nella seconda parte della sua opera, descrive con attenzione gli spazi e i successivi ampliamenti. E allega al suo volume una pianta in cui mostra nel dettaglio l’organizzazione dello spazio circostante, dove ogni cosa trova il suo posto. Sono inoltre indicati i saloni separati per le donne e per gli uomini con febbre e senza febbre, e descritte le misure delle stanze, il numero dei letti e le persone che vi possono essere ospitate (due per letto; tre o quattro in caso di fanciulli). Sono segnalate l’ubicazione e l’ampiezza della spezieria, della cucina, della dispensa, del guardaroba; le stanze per il personale sanitario (chirurghi, barbieri, fisici); la cappella dove praticare i sacramenti; il cimitero nelle immediate vicinanze dove seppellire i morti, nudi e ricoperti di calce per limitare le esalazioni.

La novità più rilevante del sistema ideato da Ingrassia fu la separazione in edifici diversi dei malati dai convalescenti in via di guarigione (“netti di febbre” da almeno 14 giorni, ma non ancora completamente guariti perché con qualche residuo di piaghe), i quali a contatto con gli infetti vecchi e nuovi erano seriamente a rischio di recidiva. All’esterno del complesso della Cuba furono così allestiti due differenti edifici: uno per gli uomini tra la chiesa di S. Leonardo e il convento dei Cappuccini (per 250 persone e più) e l’altro poco distante per le donne (da 150 a 200 posti), ognuno dei quali era affidato a uno “spedaliere”, e rifornito di vettovaglie a spese della città, dove questi convalescenti erano ospitati per ventidue giorni. Qui ogni ospite dimorava almeno 22 giorni, e in pile grandi e comode poteva lavarsi continuamente con acqua corrente abbondante, cenere e sapone, forniti dall’amministrazione. 

Da ultimo si impiantarono a Palermo altri due ospedali, uno per le donne e uno per gli uomini, nel quartiere Sant’Anna, ormai entro le mura della città, dotati di numerose stanze, pozzi, acqua corrente Coloro che erano già completamente guariti dopo la convalescenza vi trascorrevano ancora 14 giorni circa per l’”ultima purificazione” prima di ritornare in libertà e soprattutto riabbracciare i propri cari.

Fuori dai lazzaretti rimaneva la città, dove si gestiva la vera emergenza attraverso il ricorso alla quarantena e la proibizione assoluta di organizzare processioni. Su quest’ultimo punto spesso le autorità civili si lasciavano trascinare dalla volontà del clero, anche perché era in tutti radicata l’idea della peste flagello di Dio e della punizione divina. Appare significativo che a Palermo ci sia stato pieno accordo tra le autorità laiche ed ecclesiastiche: ancora una volta emerge l’autorevolezza di cui godeva Ingrassia e la sua capacità di recepire il consenso persino dell’Inquisitore generale del Regno. La città fu affidata ai deputati di ogni quartiere in cui era divisa allora la città, undici in tutto, con pieni poteri giurisdizionali e facoltà di comminare ai trasgressori anche la pena di morte senza processo, come in guerra. Particolare attenzione fu destinata alla selezione del personale addetto all’inventariazione delle “robbe” prelevate nelle numerose case della città rimaste vuote, che venivano trasferite per le operazioni di purificazione presso il giardino del duca di Bivona, poco distante dal borgo di Santa Lucia (corrisponde alla zona gravitante attorno a Piazza Croci). La fiducia risposta nei loro confronti era massima, e per dissuadere i disonesti fu allestita “una trocchiola per dar la corda quando fosse il bisogno, et di più una bella forca per appiccare il primo che presumesse ascondere qualche minimo pezzo di roba”. 

Ma Ingrassia si preoccupò anche dei bimbi nati da donne infette, e del loro allattamento: molti di questi venivano abbandonati davanti le porte delle chiese, soprattutto dopo che fu chiusa la ruota dell’Ospedale Grande per timore del contagio. Il protomedico dispose che i sacerdoti li raccogliessero e li battezzassero, e che poi fossero affidati a delle nutrici a pagamento, che potessero prendersene cura per tre settimane in isolamento. E che le loro fasce fossero bruciate e sostituite con nuove e i loro corpi lavati non con aceto, ma con vino caldo nel quale fossero disciolte erbe aromatiche. Ma non obbligò le nutrici, anche se ciò avrebbe significato la morte certa del neonato, preferendo salvaguardare la vita della donna, che poi ammalandosi attraverso l’allattamento avrebbe rischiato di infettare altri bambini. Ingrassia era infatti convinto che tali creature si erano nutrite del sangue infetto della madre dentro il suo corpo, e dunque era assai probabile che fossero infette “dentro, incominciando dall’ombelico, per lo qual ricev[ono] non solamente il nutrimento del sangue della madre, che va al fegato, ma anco lo spirito, che va al cuore”; a meno che i loro corpicini non fossero “di sì gagliarda natura, et robusta complessione” da essere sfuggiti al contagio, ma questo si sarebbe potuto sapere con certezza solo dopo quaranta giorni.

Uno dei problemi più urgenti da risolvere fu la gestione delle carceri, dal momento che la popolazione carceraria ammontava a 300 unità: si registrarono solamente otto casi circoscritti in tre celle. Gli infetti furono dirottati alla Cuba, dove trovarono un ambiente così diverso da quello dal quale provenivano (“ove dormendo in terra, corrosi da infiniti pedocchi, non veggendo pane molte volte per uno e per due giorni”), che si rammaricavano di non essersi ammalati prima. I sospetti con cui erano stati a contatto furono invece sistemati nelle stanze a pianterreno di Palazzo Aiutamicristo, dotate di “ogni comodità, e di pozzo, e di gran pila per lavarsi, et anco di latrina per nettarsi tutti i loro escrementi”. Nulla a che vedere con “quel luogo molto brutto, sozzo, et puzzolente” che erano le prigioni. Tra i carcerati si ebbe un solo morto, a riprova della efficacia delle misure tempestivamente adottate.

Ingrassia ritornò ancora sulla peste dopo che Palermo si era liberata dall’emergenza con suggerimenti e approfondimenti alla luce della precedente esperienza, tanto più che la città fu investita ancora dal morbo nel 1577, a partire dal monastero della Martorana. Pose il problema delle carceri, dell’assistenza finanziaria a coloro che “inciampano nella miseria del contagio, dalla quale poi caduti non possono rilevarsi”, e avvisò della necessità di provvedere per tempo ai lazzaretti, non quando la peste si fosse manifestata, ma prima: “sì come si proveggono i castelli et le fortezze nel tempo della pace, per ritrovarsi in ordine al tempo della guerra”.

Il modo migliore per gestire l’emergenza della guerra era insomma la prevenzione in tempo di pace.

In fondo, è questa la lezione di Ingrassia.

Per saperne di più: G.F. Ingrassia, Informatione del pestifero et contagioso morbo, a cura di Luigi Ingaliso, FrancoAngeli, Milano, 2005; A.G. Marchese, Giovanni Filippo Ingrassia, Flaccovio Editore, Palermo, 2010; R. Alibrandi, Giovan Filippo Ingrassia e le Costituzioni Protomedicali per il Regno di Sicilia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011; A. Salerno, A. Gerbino, M. Buscemi, T. Salomone, R. Malta, Informatione del pestifero et contagioso morbo, Accademia delle scienze mediche, Palermo, 2012; R. Cancila, Salute pubblica e governo dell’emergenza: la peste del 1575 a Palermo, in «Mediterranea – ricerche storiche», 37/2016, pp. 231-272 (on line sul sito http://www.storiamediterranea.it). 

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Rossella Cancila
Rossella Cancila è professore ordinario di Storia moderna presso il Dipartimento Culture e Società dell'Università di Palermo. Ha condotto ampie ricerche sulla Sicilia del Cinquecento, nel contesto geopolitico del Mediterraneo e del sistema imperiale spagnolo, occupandosi in particolare delle problematiche di natura fiscale e delle loro implicazioni sul piano politico e sociale, cui ha dedicato soprattutto il volume Fisco ricchezza comunità nella Sicilia del Cinquecento, Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 2001. In questo contesto ha affrontato anche temi relativi alla rivolta urbana (Il pane e la politica. La rivolta palermitana del 1560, ESI, Napoli, 1999). Successivamente (Prin 2004) ha orientato il suo interesse storiografico sul Settecento, privilegiando i processi di formazione e di evoluzione dei ceti dirigenti a livello locale, e gli aspetti relativi alla gestione sul piano patrimoniale e politico-amministrativo di un importante stato feudale (Gli occhi del principe. Castelvetrano: uno stato feudale nella Sicilia moderna, Roma, Viella, 2007). L’indagine si è poi estesa alle problematiche connesse all’esercizio della giurisdizione feudale in Sicilia in età moderna, nel quadro dei processi di formazione dello stato, con particolare riferimento alle dinamiche di collisione e collusione tra baronaggio e corona e al rapporto tra giurisdizione regia e giurisdizione feudale, argomenti su cui ha pubblicato diversi saggi nel contesto del Prin 2007, e da ultimo la monografia Autorità sovrana e potere feudale nella Sicilia moderna, Palermo, Associazione Mediterranea, 2013. Nel 2015 ha curato con Aurelio Musi il volume Feudalesimi nel Mediterraneo moderno (pp. VIII, 614): il feudalesimo si configura come un tema di rilievo della 'modernità' e una chiave di lettura del Mediterraneo e della sua complessità. Inoltre, ha indirizzato i propri interessi verso il problema della guerra e della frontiera nel mondo mediterraneo in età moderna, coordinando la pubblicazione del volume Mediterraneo in armi (secc. XV-XVIII), «Quaderni di Mediterranea-ricerche storiche», 2007. Ha pubblicato recentemente ricerche su temi connessi all’integrazione e alla cittadinanza (2014) e alle pratiche di identificazione tra età medievale e prima età moderna (2015) nel contesto del Firb 2012. Attualmente si occupa della gestione dell'emergenza in tempo di peste.

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