Sicilia 1837. Circa due secoli dopo la peste del Seicento l’uso politico della pandemia si ripropone nei giorni del colera a Siracusa. Risentimenti e faide familiari, funzionari e politici attaccati come untori, il colera utilizzato come ingrediente decisivo della lotta politica da parte delle forze liberali antiborboniche: tutto questo convive nei mesi del colera siciliano.

A Siracusa uno straniero (francese) viene additato dalla popolazione come il diffusore del veleno, condotto in piazza Duomo e lapidato dalla folla. A causa dell’insurrezione popolare, funzionari borbonici e larga parte dell’apparato pubblico fuggono dalla città. La Commissione dei patrioti e il Collegio medico indicano nel regime borbonico il responsabile della diffusione del colera. La repressione chiude, almeno per quel momento, il capitolo della rivolta a Siracusa (Vedi volume Astuto). Anche nella rivolta di Catania protagonista è il “colera borbonico”.

Tra odio di classe e passioni risorgimentali, il colera – veleno è strumento di battaglia politica. Fino al 1854-55 liberali e borbonici si combattono con la stessa arma. Ma la caccia all’untore è ancora presente durante l’epidemia della “spagnola” . 

Ben sei sono state le ondate di pandemie coleriche nel corso dell’Ottocento in Italia. La prima colpisce Napoli tra il 1835 e il 1837: è quella in cui muore Giacomo Leopardi. La più devastante nel 1884, quando Matilde Serao  avvia un’appassionata campagna di stampa per il risanamento del “ventre” di Napoli. Quasi un secolo dopo, nel 1973, Napoli è di nuovo teatro di un’inaspettata ondata colerica. Nonostante che i sintomi della malattia siano assi chiari, la comunità scientifica fornisce valutazioni contraddittorie.

Ma i poteri reagiscono positivamente e non si fanno trovare impreparati. Il sistema dei partiti di massa, PCI, DC, PSI, funziona. Pure questa volta, certo, non si perde occasione per sfruttare politicamente il contagio. Il potere trasversale della famiglia Gava domina la città. E l’opposizione comunista si scatena: vibrione o Gava è la stessa cosa, lo stesso flagello.

Ma la mobilitazione dei partiti, il contributo americano decisivo della Sesta Flotta di stanza a Napoli che mette a disposizione le sue fantastiche pistole-siringhe, la sensibilità dei cittadini convergono verso la mobilitazione di massa per il vaccino. In una settimana o poco più un milione di persone sono vaccinate. Senza disordini né incidenti. Una fila lunghissima, composta, quasi british, circonda su tre lati la sede della Banca d’Italia tra piazza Municipio e via Cervantes. Aspetta pazientemente il proprio turno.

Il PCI non si limitò alla propaganda. Andò in soccorso dell’amministrazione comunale guidata da un bravo medico, il DC Gerardo De Michele. A Ponticelli, nei pressi di una Casa del Popolo, fu organizzato uno dei primi ambulatori per le vaccinazioni; militanti comunisti garantivano il servizio d’ordine mentre medici e infermieri, anche tanti studenti degli ultimi anni di medicina, somministravano le dosi.

La pandemia da Covid 19 ha fortemente disorientato la scienza medica mondiale. I pareri degli esperti, sia sulla genesi sia sulle terapie per far fronte al virus, sono stati assai discordanti e hanno mostrato in tutta la sua drammaticità quella che nel Settecento veniva definita “l’incertezza della medicina”. Con un’ulteriore complicazione e un’aggravante: la complicazione è dovuta al pluralismo e alla proliferazione delle vie della ricerca oggi; l’aggravante è la tendenza all’esposizione mediatica e alla conflittualità interpretativa dei ricercatori.

Se così stanno le cose, non si può gettare la croce delle responsabilità relative alla problematica gestione della pandemia tutta sui politici, sul governo centrale, periferico e locale del nostro paese. In questo, come in altri casi e circostanze, il politico, l’uomo di governo è il mediatore fra la scienza, i suoi risultati, e gli interessi dei cittadini governati. L’ “incertezza” della prima produce necessariamente disorientamento alla base delle scelte politiche e ricadute non sempre positive, ben s’intende, sui cittadini. 

Precisato tutto questo, tuttavia, le responsabilità politiche sono pienamente identificabili e sottoposte a critica ad un altro livello. Nel sistema di mediazione fra “l’incertezza della medicina” e le scelte politiche si è inserita, nel caso del Covid, una variabile decisiva: la preoccupazione e la ricerca del consenso, prioritarie rispetto al valore della salute come bene comune che è passato spesso in secondo piano.

Così il diritto alla salute dei cittadini è stato a volte – e la cronaca lo ha dimostrato – sacrificato a interessi contrastanti come poteri affaristici privati e a commistioni poco chiare tra politica e affari. Oppure – e siamo sempre al primato della ricerca del consenso – la logica dei provvedimenti per far fronte alla pandemia è andata caratterizzandosi più attraverso gesti eclatanti, visibili, propagandistici e demagogici o attraverso la creazione di nuove strutture sanitarie non sempre indispensabili che attraverso un’oculata ed efficiente gestione dell’esistente.

Da Nord a Sud lo smantellamento della medicina territoriale e i limiti della programmazione sanitaria regionale hanno negativamente pesato sulla gestione politica della pandemia. Si pensi al caso lombardo. Qui è stato privilegiato negli ultimi anni il rapporto fra istituzioni locali e strutture sanitarie private, sacrificando l’attività medica e assistenziale nelle strutture pubbliche. Ma si pensi anche al caso campano, caratterizzato dallo smantellamento di importanti settori ospedalieri nel centro storico di Napoli e nel decentramento promesso, ma mai realizzato, all’Ospedale del Mare.   

La schizofrenia fra Stato, governo nazionale e governi regionali e comunali è stato un altro motivo ricorrente soprattutto nelle prime due fasi della pandemia.

Le conseguenze? Le abbiamo vissute nella seconda fase del Covid e le stiamo vivendo in questa terza fase. La regione Lombardia esce con le ossa rotte dalla gestione della pandemia. Ma anche il tanto decantato “modello Campania” sta scricchiolando.

Il sintetico excursus da me proposto nostra alcune costanti storiche nella gestione delle pandemie: la concorrenza dei potei sul territorio, lo stretto intreccio fra la macrofisica e la microfisica dei poteri, la interazione fra corpo sociale e corpo individuale, condizionato il secondo da forze che agiscono sia sulla coscienza sia sull’inconscio. Il fantasma del potere crea un circuito con i poteri come fantasmi.

Ma le pandemie, come altre catastrofi, possono costituire anche un’opportunità di sviluppo: e con questo auspicio speriamo di uscire dal Covid 19.

>> Leggi anche la prima puntata e la seconda puntata

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