La mostra, inaugurata a febbraio, è stata visitabile solo pochi giorni a causa dell’emergenza Covid-19. Dal 18 maggio il museo ha riaperto le porte ma rimane anche visitabile sul web 

L’attesa è finita: la mostra d’arte visiva riprende vita al museo. Torna ad essere visitabile al grande pubblico “Memoria di un giardino”, l’installazione di Maria Luigia Gioffrè al Marca di Catanzaro

Alla luce degli accadimenti delle ultime settimane, la personale di Gioffrè mostra adesso un carattere sorprendentemente premonitore, un messaggio drammaticamente visionario che parte da un museo del sud.

Dopo anni di sperimentazioni all’estero e in Italia, insieme ad altri giovani artisti contemporanei, la Gioffrè aveva scelto la sua terra, la Calabria, per presentare la sua prima mostra personale. Ma, proprio a pochi giorni dalla sua inaugurazione, il Covid-19 ha imposto la chiusura dei musei.

«In Calabria la ritualità è sempre presente, quindi è possibile lavorare alla commistione della tradizione all’azione dell’arte contemporanea – dice Maria Luigia Gioffrè – il ritorno alla radice ha sempre avuto nella storia dai tempi di Ulisse un’importanza viscerale». 

Ripercorrere le stanze della mostra significa immergersi in una suggestione di immagini e suoni che crea una trasfigurazione evocativa, un’alternanza di ritmi e stati d’animo. Fotografia, audiovisivo ed effetti sonori si accavallano lungo il percorso trasformando lo spettatore in protagonista stesso dell’installazione.

Lo spazio allestito si snoda lungo un sentiero che accompagna il visitatore ad una riflessione estetica sulla contemporaneità e le sue urgenze.
La regola per tutti, in questa nuova fase, è ovviamente il rispetto del distanziamento sociale, assicurato innanzitutto dalla prenotazione dei biglietti online,  ma questo non metterà a repentaglio la visita museale e la connessione interiore con l’arte circostante. Per chi non riuscisse invece a raggiungere il museo, potrà godersi un giro virtuale tra le opere dell’artista direttamente dalla pagina facebook del Marca.

La performance artistica della Gioffrè è un lavoro sull’immagine e sull’azione drammaturgica, una completa immersione dello spettatore nell’arte visiva che corrisponde all’intento dell’artista secondo cui la mostra non vuole essere una denuncia politica ma solo uno sgorgo di immagini.
L’infertilità della terra, rappresentata con un campo arato ma con rami secchi e vasi vuoti, diventa il tratto di congiunzione immaginario tra l’Eden primordiale e il paesaggio apocalittico di un futuro non troppo lontano.
Nella prima sala è esposto un ciclo fotografico estratto da una complessa opera performativa, intitolata Purgatorio di Primavera (2018-2019) e ripartita in tre atti: Seminatrice, Eden e Preghiera.

Ciascuno narra la circolarità del tempo, di una fine e di un inizio indistinto, di uomini e donne con le mascherine, le cui azioni appaiono sospese. Nella trilogia si percepisce un diapason visivo, che comincia con la Seminatrice, una giovane donna nuda che semina e raccoglie piante secche e intorno a lei terra brulla e moltitudine di vasi, da cui non sboccia vita. 

In attesa di riaprire le nostre stanze il prossimo 18 maggio, godetevi un giro virtuale tra le opere di Maria Luigia Gioffrè in mostra al MUSEO MARCA

Publiée par Marca – Museo delle Arti di Catanzaro sur Lundi 4 mai 2020

Nel secondo atto, intitolato Eden, una coppia di giovani – lui e lei, fratello e sorella, amante e giovante sposa, femmina e maschio – vestiti con tuniche bianche e asettiche, ricostruiscono il Giardino, all’interno di un edificio decadente.

L’aporia resta tale anche in Preghiera: sulla scena c’è un’unica donna che cinge e prova a suonare un corno trovandosi in una situazione precaria, di grande instabilità. Il suo tentativo diventa così tensione e desiderio di infinito.

Il percorso prosegue nella seconda sala del museo dove su due monitor scorrono le immagini del Purgatorio di Primavera e la performance Pangea. Qui l’artista strappa le pagine di un atlante geografico, le immerge una ad una in un catino d’acqua in cui la carta è immersa e lavata più volte fino a deteriorarsi completamente.

E infine lo spettatore, protagonista assoluto di questa installazione ambientale viene catapultato nel Giardino: 25 tonnellate di terriccio scuro in uno spazio di 150 metri quadrati che si rivela attraverso suoni alle origini dell’esistenza di ognuno, pianti di neonato e musica di carillon. 

Un mix che diventa memoria e al tempo stesso suono dell’aridità che circonda chi sta vivendo quello spazio, invitato così non solo a guardare ma ad osservare.

 

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