In vista degli appuntamenti dedicati alla Shoah, parla il Rettore, Fabrizio Micari: “I ragazzi hanno trovato il coraggio di incarnare il dramma dei loro coetanei di allora. Ecco il senso della storia”

“Occhio, ragazzi. Fate attenzione a non sedervi troppo vicino al vuoto”. Fabrizio Micari, Rettore dell’Università di Palermo, nel passaggio da una stanza all’altra ha il tempo di individuare due giovani con le gambe incrociate. Stanno ripassando la parte dello spettacolo che dovranno mettere in scena per la Giornata della Memoria. Altri stanno invece provando nella Sala delle capriate. C’è come un’aria di preparazione, di cura, di attesa.

Si respira, in quegli sguardi concentrati sui quadernoni aperti, la concentrazione di chi sa di essere parte di un insieme. Di dare, con il proprio corpo, sostanza a una tragedia che diventa eredità da custodire.
Questi ragazzi, insomma, con la loro attività (che non cerca sguardi, né compiacimenti) hanno risposto tacitamente a una domanda, quella cruciale: come si può penetrare l’indicibile oscenità di quel periodo? Eppure ce l’hanno fatta, e non dev’essergli costato poco.

“Osceno” è un aggettivo forte, lacerante, e per questo utilizzato assai poco in contesti formali. “Ma non c’è altro nodo di definire le leggi razziali – osserva Micari – se non oscene. Ed è anche per questo che abbiamo deciso di celebrare la Giornata della Memoria da un punto di vista inedito ma necessario: quello degli studenti. Si è parlato tante volte dei professori, costretti ad allontanarsi dalle proprie cattedre: un fatto orribile, che ha indubbiamente stravolto le loro vite. Però dobbiamo considerare che un accademico aveva la possibilità di cambiare sede e che a quei tempi gli atenei erano estremamente mobili. Per i ragazzi si trattava invece di un salto nel vuoto: dell’interruzione totale di un progetto di vita. Semplicemente, non potevano iscriversi e non avevano più alternative. Per questo, per mettere in evidenza l’oscenità di questo periodo storico, abbiamo ritenuto necessario metterci nei panni degli studenti attraverso gli i ragazzi di oggi, con tante iniziative”.

Che cosa dicono i dati sulla presenza degli studenti ebrei nell’ateneo palermitano in quegli anni?

Su circa 3000 iscritti, tra i 20 e i 25 studenti provenivano da una mitteleuropa in cui si intuiva bene come la situazione stesse precipitando. Questi ragazzi vennero accolti dai colleghi palermitani, e abbracciarono per lo più le facoltà di medicina e ingegneria, secondo la tradizione della comunità a cui appartenevano, spesso eccellendo”.

Finché, il 12 novembre 1938, l’allora Rettore, Giuseppe Maggiore, fece un discorso che non lasciava adito a interpretazioni.

“Proprio all’apertura dell’anno accademico, e alla presenza delle cariche fasciste, Maggiore pronunciò un discorso delirante, in cui tra l’altro affermava con orgoglio la necessità che l’Università divenisse parte del progetto fascista, snocciolando con altrettanta soddisfazione i numeri degli espulsi. Inoltre, Maggiore faceva riferimento all’Italia e agli italiani sopra tutto. Le ricorda qualcosa?”

Eppure questi ragazzi, spesso accusati di superficialità o di avere uno sguardo che non va oltre il proprio raggio d’azione, stanno mostrando un grande impegno nel mettersi nei panni, come lei diceva, dei loro coetanei espulsi.

“I ragazzi hanno tanti strumenti di comprensione, tante chiavi di lettura e non è vero che siano superficiali. In questo processo di coinvolgimento, il merito va anche ai docenti, che hanno saputo toccare le corde giuste. Perché, vede, può accadere, accade, che un giovane sia attratto da atteggiamenti machisti, da rigurgiti sovranisti. Ed è lì che l’Università ha il dovere di coinvolgere, di interessare, di spingere alla riflessione. Insistere, dobbiamo. Insistere. Perché l’oscenità di pensiero e azione perda ogni attrattiva. E del resto, la storia serve a questo: a coltivare memoria e a rielaborarla. A farne strumento per la costruzione del presente e del futuro. Altrimenti è inutile”.

 

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