Dal museo di collezione a quello di connessione. Il ruolo della narrazione nella diffusione del patrimonio storico e culturale

I musei e le forme dello storytelling digitale” (Arcane editrice) è un volume che nasce dall’esigenza di portare ordine nel caos delle definizioni sullo storytelling digitale, ossia le tecniche maggiormente utilizzate per narrare (in campo politico, culturale, sociale ed economico) attraverso le nuove tecnologie.

Quattordici le principali forme riportate dall’autrice, l’archeologa Elisa Bonacini, all’interno del libro, ognuna delle quali presenta le proprie sottocategorie. Una molteplicità di sfaccettature analizzate senza mai perdere di vista l’importanza che la narrazione anche e soprattutto nel mondo dei musei italiani. Sei anni dopo il suo ultimo libro, Bonacini torna a spiegare come “la narrazione crei un rapporto, indispensabile per trasmettere emozioni, per far capire cosa provavano i personaggi storici e coloro che abitavano nei luoghi della storia”, dando vita ad una guida capace di “mettere un punto e virgola sulle attuali teorie, chiarendo cosa sia lo storytelling digitale” e quali siano le possibili applicazioni pratiche di una didattica della narrazione applicata al museo.

Una forma di comunicazione i cui esempi e risultati vengono doviziosamente raccontati in un volume che si propone di essere “uno strumento per colleghi e studenti, utile per chiunque si voglia avvicinare alla comunicazione attraverso lo strumento del racconto”. Questo tipo di rapporto tra l’istituzione museale moderna e il proprio pubblico dovrebbe essere alla base di un processo di modernizzazione, volto alla trasformazione del “museo di collezione ottocentesco in un museo di connessione”. Una formula didattica innovativa, dunque, che imporrebbe la necessità per i curatori di “scendere dal piedistallo, mutando musei e collezioni da depositi di oggetti in raccoglitori di storie appartenenti a tutti. Avvicinando il pubblico attraverso un linguaggio nuovo, diverso da quello accademico, tipicamente lontano all’uomo comune”, afferma l’autrice.

Come già dimostrato da Piero Angela nella sua lunga carriera come divulgatore, la realizzazione di percorsi espositivi all’interno dei siti storici e archeologici con il puro intento di suscitare il “senso di meraviglia” non basta più per catturare l’attenzione del pubblico.

Esponendo con chiarezza che “fare comunicazione culturale attraverso lo storytelling digitale implichi toccare le corde emotive del fruitore”, l’archeologa ribadisce la necessità della costruzione un rapporto  che amalgami informazioni, curiosità, aneddoti, leggende tra opera e visitatore. Una sorta di compenetrazione tra storia e persona, capace di trasformare la semplice visita in una vera esperienza emotiva.

Approccio profondamente diverso dal semplice utilizzo della tecnologia digitale per impressionare il pubblico. Premettendo come la presenza fisica dei visitatori sia insostituibile nel rapporto con l’arte, tra le righe del libro si precisa come gli strumenti digitali, social compresi, possano rappresentare oggi una chiave di volta per catturare l’attenzione di un nuovo pubblico. 

Questo è un cambiamento in corso presso molti musei del mondo, che stanno già mutando il proprio linguaggio, adattandosi a una diversa tipologia di visitatore: un individuo in cerca di esperienze durature, che chiede di entrare emotivamente in contatto con le opere, e nel farlo vuole divertirsi. La risposta del mercato culturale a questa domanda di intrattenimento non può certo essere la trasformazione delle sale espositive in grandi parchi giochi: ma, se applicato al settore della cultura, lo storytelling rappresenta una forma innovativa di comunicazione culturale, capace di soddisfare tali richieste.

Elisa Bonacini

“La narrazione, ormai invariabilmente supportata dalla tecnologia, favorisce la connessione tra istituzioni e patrimonio, individuo e collettività”, questa è la funzione connettiva dello storytelling da cui deriva la definizione di “museo di connessione” coniata dalla Bonacini nel proprio saggio. Nel quale viene espresso chiaramente come non sia cambiato sostanzialmente il modo in cui raccontiamo le storie, o il bisogno che nutriamo di farlo, quanto invece si sia evoluto il supporto utilizzato per narrare.

Dai tempi dei primi pittogrammi fino alla moderna realtà virtuale, passando per tutti i rapsodi, aedi, bardi e cantori, che nei secoli hanno tramandato l’arte del racconto, le storie e la loro natura di confine tra realtà ed immaginario, sono sempre state un mezzo privilegiato per la trasmissione di una conoscenza storico culturale comune e condivisa.


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