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Il carnevale, martedì grasso ed il folklore siciliano – Parte seconda

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Rogo del Nannu a Mezzojuso - Ph. Ignazio Buttitta
Rogo del Nannu a Mezzojuso - Ph. Ignazio Buttitta

Muriu lu nannu / Torna notrannu

[…] Dicevamo però del Nannu. Il funerale e rogo del Nannu, in alcuni casi accompagnato da un partner femminile, a Nanna, si svolgeva e in alcuni casi si continua a svolgere, con modalità assai simili, in numerosi centri dell’Isola. Fino a non molti anni fa a Francavilla di Sicilia la sera del martedì grasso si celebrava il funerale del “carnevale”. Così ci viene descritto il rito da un erudito locale: “Fin dai primi giorni del periodo festivo, veniva costruito un pupazzo, raffigurante il cittadino Carnevale che, ornato di decorazioni, ricavate da coperchi di lucido per scarpe, da collane di salsicce e di maccheroni, seduto su una sedia veniva esposto su un podio rialzato, avanti al bar di fronte al palchetto dell’orchestra. […] il pupazzo veniva collocato sopra un carretto e portato in piazza Annunziata dove si formava un corteo funebre, che scendeva fino a piazza Garibaldi rifacendo il percorso, di ritorno. […] Precedeva un uomo con un tamburo in abito grottesco, affiancato da un pagliaccio che portava una lunga canna con una scopa in cima; un’altra maschera portava un secchio di acqua con cui veniva bagnata la scopa, per lo spruzzo sulle persone che affollavano i balconi. Seguivano due file di maschere raffiguranti i confratelli, in uso negli antichi cortei funebri, ed il carro col “carnevale” attorniato da un gruppo di piangenti, in camice bianco ed il viso infarinato. Con frasi comiche, elogiative ed offensive, ad alta voce, il defunto veniva trasportato all’ultima dimora. Dietro il carro, stavano un gruppo di bandisti, che suonavano un motivo farsesco […]. Chiudeva il corteo, una fantastica fiaccolata di cannucce accese ed una folla di persone che avevano l’aria di compiere il dovere dell’accompagnamento. Giunto sotto il palco della musica, il carro si fermava ed un improvvisato oratore popolare, pronunciava l’elogio funebre, mettendo in evidenza pregi e difetti del defunto, […]. Al ritorno in piazza Annunziata, col residuo delle fiaccole si formava un gran falò ed il pupazzo veniva bruciato, con la sorpresa finale dello scoppio di petardi nascosti nel cappello”.

Sempre in provincia di Messina, a Tortorici, si usava rappresentare la morti di Cannalivari, una maschera imbottita di paglia che veniva messa a cavalcioni di un asino e trascinata per le vie cittadine tra lazzi e finti lamenti funebri, per finire condannata al rogo. Anche a Mistretta l’ultimo giorno di Carnevale si celebravano le esequie del nannu. Così le ricorda Giuseppe Cocchiara: “Il nannu è un pupazzo rappresentante Carnevale. Durante il periodo carnevalesco si tiene sospeso in mezzo ai vicoletti. Ma l’ultimo giorno il popolo è a questo pupazzo che dedica le sue vedute. In Mistretta in pieno giorno si forma una grandissima cavalcata. A cavalcioni di un asinello si attacca il nannu, il quale deve aprire il corteo. Squilla qualche tromba. E un infinità di gente la quale naturalmente deve trovarsi a cavallo segue quel simbolo, molte volte spingendo le bestie ad una corsa quanto mai pericolosa e sfrenata. Però se la cavalcata è, diciamo così, una privativa che ha Mistretta e qualche altro paesello, -continua Cocchiara- nei paesi dell’interno non manca quasi mai il rogo nel quale si fa bruciare il povero pupazzo. Prima di bruciarlo in molte borgate vi è un’usanza quanto mai caratteristica. Sono le undici e mezza. Fra poco dovrà accendersi il rogo e Carnevale dovrà passare nell’altro mondo. Ma, […], il buon Carnevale deve fare il testamento prima di morire. […]. Un cantore sale allora su una sedia e incomincia a declamare le ultime volontà del morente: […] Il testamento è il preludio della fine. Quando Carnevale muore bisogna piangerlo. […]. E il cantore che ha inneggiato alla baldoria si ricorda della sua povera esistenza e la piange come piange Carnevale». Ma il riepitu non culla che una morte passeggiera. Il Carnevale ritorna: «Zittuti babbu / Sì veru babbu. / Muriu lu nannu / Torna notrannu”.

Ad Agrigento u nannu, ricorda Saverio La Sorsa, veniva recato in processione per le strade dell’abitato e, al termine della festa, dato alle fiamme innanzi la porta della città “fra grande fracasso della ragazzaglia”. Analogamente a Ribera si usava costruire nell’ultimo giorno di carnevale un pupazzo di paglia che veniva bruciato in strada dopo avere dato lettura del testamento. A Siracusa, dove l’apertura del periodo carnevalesco era segnata dalla festa di San Sebastiano, si usava bruciare un fantoccio di paglia dopo averlo fatto sfilare per le vie principali tra le urla e i lamenti dei mascherati che lo accompagnavano. In provincia di Catania, a Paternò, il fantoccio veniva dato al rogo tra i pianti e i lamenti di alcune maschere, le quali sin dalla prima mattinata andavano in giro, vestite di nero dalla testa ai piedi, lamentandosi come se accompagnassero un morto.

A Borgetto, in Provincia di Palermo, almeno fino agli anni ’50, il Carnevale aveva inizio la domenica. Nel pomeriggio del giorno festivo e in quello del lunedì successivo le vie del paese venivano attraversate da comitive di giovani mascherati. Tra questi si potevano osservare ragazzi vestiti con giubbe e gambali di pelle di pecora, con ncirati (tele cerate con cui i contadini solevano ripararsi dalla pioggia), con vecchi vestiti indossati alla rovescia. Molti ragazzi si vestivano, inoltre, da donna accentuando gli attributi femminili con dei cuscini. I mascarati giravano per il paese urlando, suonando campanacci (muligna), percuotendo vecchio pentolame, disturbando i passanti e il traffico automobilistico. Il martedì grasso avevano luogo a cunnuciuta rû nannu, il corteo funebre, e la cremazione del nannu. Le maschere che seguivano il feretro, qui come altrove un pupazzo di paglia rivestito di stracci, erano vestite a lutto e alcune recavano mazzi e ghirlande di fiori. V’era anche la banda che intonava marce funebri. Addolorati, i parenti chiancianu u nannu, ne lamentavano parodisticamente la scomparsa: “Nannu, ora ca t’arrivau a pinzioni muristi! Nannu, sangu meu, ca nenti mi lassasti!”. Giunto in piazza il nannu veniva posto su una catasta di legna e dato alle fiamme. Intorno al rogo le maschere ballavano al suono di allegre musiche. Tale cerimonia è stata ripresa negli ultimi anni, sebbene con alterne vicende, ma è stata trasferita alla domenica successiva al martedì grasso, detta ‘di Carnevalone’.

A Montelepre il rogo del nannu, documentato fino ad anni recenti, è fissato per il martedì grasso ed è preceduto da quattro giovedì danzanti: u jòviri rî lazzaruna, rî cumpari, rî parenti, u jòviri grassu. In questo giorno verrà scannato e consumato il maiale. La domenica precedente il fantoccio di paglia è recato sul dorso di un asino per le vie del paese. Il nannu, accompagnato da diverse cavalcature e da bambini e ragazzi festanti che fanno un gran fracasso con petardi e trombette, viene portato in giro per negozi e bar dove ‘raccoglie’ offerte in alimenti o denaro. Il martedì, infine, dopo un’ennesima sfilata per il paese, il nannu è condotto nella piazza dove viene data lettura del testamento e eseguita la condanna al rogo.

Anche a Mezzojuso, paese noto per il Mastru ri Campu, il martedì grasso hanno pure luogo, il funerale e il rogo del nannu. Ripercorro qui una mia relazione di campo della fine degli anni Novanta del secolo scorso: “In un piccolo locale che si apre sulla piazza principale del paese è stata allestita sin dalla mattina la camera ardente. Al suo interno il nannu, un fantoccio di stracci imbottiti di paglia e con una maschera di gomma che raffigura un orribile vecchio, è deposto entro una bara di assi di legno. Accanto alla bara, seduto su una sedia, un manichino che rappresenta la moglie. Candele e elementi vegetali completano il quadro. Dalle prime ore del pomeriggio si alternano le visite. Tre ‘eredi’ vestite completamente a lutto e con il capo velato, ne lamentano la scomparsa e l’infame testamento: «Aaah! disgraziatu! aaah! curnutu! nenti nni lassò! aaah! stu curnutu nenti nni lassau, nenti! Beddamatri, Beddamatri, aaah! beddu era, beddu! aaah! beddu, beddu, beddu! un nni lassau nenti a nuatri niputi, nenti, nenti! Beddamatri, talè comu è malu cumminatu! aaah! stu curnutu nenti mi lassò, avia a moriri cent’anni prima, cent’anni prima avia a moriri! aaah! curnutu si, curnutu! aaah! Beddamatri!». Ecco giungere agitatissimi gli zii d’America, un giovane e due maschere femminili, di cui una incinta che simula grotteschi svenimenti e convulsioni. Arrivano anche due ‘monaci’ con tanto di croce e incensiere a benedire il morto e i presenti, ma causano un fuggi fuggi generale. E ancora chiddi chi bennu ri travagghiari râ campagna, due ragazzi con il volto dipinto di rosso che indossano teli di iuta e recano in mano un ramo di pino: veri e propri ‘folli’ o ‘uomini selvaggi’, corrono e si dimenano, infastidiscono la folla che si avvicina a osservare la veglia funebre. È un andirivieni continuo. Le maschere si allontanano d’un tratto per poi ritornare a piangere il nannu. Intorno alle 19.00 entra in scena il ‘vescovo’ accompagnato da alcuni incappucciati. La banda musicale si dispone intanto innanzi alla camera ardente e comincia a intonare marce funebri. Finalmente la bara viene prelevata, portata all’aperto e posta su un carro tirato a mano da alcune maschere, preceduto dal ‘vescovo’ e dagli incappucciati. Dietro si dispongono i parenti disperati, due monaci, la banda musicale e il resto delle maschere. Il corteo carnascialesco, accompagnato dal suono della banda, dalle urla disperate dei parenti, dal salmodiare degli incappucciati, si avvia allora lungo il corso Garibaldi per un centinaio di metri, poi torna sui suoi passi, in piazza, percorrendola in tondo. Un ‘religioso’ che reca un secchio e un mazzo di frasche asperge gli astanti benedicendoli, un altro li benedice facendo ‘le corna’. Il fuoco viene intanto acceso, mentre la banda intona musiche da ballo. Le maschere danzano scompostamente e con loro la bara del nannu, che d’un tratto viene scaraventato sul fuoco. Ora tutti i presenti cominciano a danzare in gruppi separati per riunirsi poi in cerchio intorno al fuoco, mentre la banda alterna motivi tradizionali ai più moderni pezzi da discoteca. Per una buona mezz’ora si balla in piazza, mentre c’è chi improvvisa un tiro alla fune; poi l’attenzione si volge verso lo spazio antistante la camera ardente ormai vuota, dove gli organizzatori, tra cui il becchino del paese, stanno arrostendo la salsiccia. Tutti allora a mangiare e a bere vino”.

Roghi del nannu sono attestati anche in alcuni quartieri popolari di Palermo. Nel 1995 è stato documentato un rogo (abbruciatina) del nannu e della nanna (la figura femminile è spesso presente) nel vecchio quartiere popolare della Zisa (piazza Ingastone-via Re Tancredi). Composti su due sedie, i fantocci, imbottiti di petardi, sono stati bruciati tra la gioia e il clamore dei ragazzi e degli adulti che assistevano. A Ballarò, uno dei più popolari mercati della città, si è invece registrata nel 1997 la presenza di due diverse cerimonie: la prima caratterizata dalla presenza di un solo nannu, bruciato presso porta sant’Agata la sera del martedì grasso; la seconda, dalla presenza della nanna e del nannu, arsi in via delle Pergole la sera del lunedì precedente. Non v’è dunque regolarità di tempo e di luogo nell’esecuzione del rito, ma nel quartiere capita ogni anno che almeno un nannu venga bruciato. In via delle Pergole, dove il rito «s’ha fattu sempri», era già da alcuni anni che non veniva celebrato, mentre a porta sant’Agata il rogo si faceva per la prima volta.

Sempre in provincia di Palermo il rogo del nannu si può osservare anche a Cinisi la domenica successiva al martedì grasso, detta ‘di carnevalone’. Il periodo festivo ha inizio con l’arrivo del nannu alla stazione. Lo attende qui il ‘sindaco’ con la ‘moglie’, la cittadinanza, la banda musicale. Il nannu viene recato in calesse fino alla piazza dove il sindaco gli porge ufficialmente il benvenuto. Il momento culminante della festa è la domenica di carnevalone che prevede la celebrazione delle esequie del nannu, la lettura del testamento e il rogo finale. La rappresentazione ha inizio intorno alle 15.00. Il fantoccio di paglia, con una maschera di gomma sul viso, che riproduce le fattezze di un vecchio e rivestito di vecchi abiti viene composto su una barella di assi lignee e circondato di fiori. Il tutto viene posto su un furgoncino scoperto. Arrivano intanto le maschere. Quattro ‘dottori’ con camice da chirurgo, si pongono ai fianchi del mezzo di trasporto. Seguono diverse coppie vestite a lutto. Precedono un suonatore di tamburo e un ‘prete’ che benedice i presenti facendo le corna. Il corteo attraversa lentamente la via principale del paese. Le donne vestite a lutto fingono di piangere e si lamentano lungamente: “Vivu pari vivu! Disgraziatu, nni lassasti! Sangu miu!”. Si battono il petto e si asciugano vistosamente le finte lacrime. Le urla e i lamenti fanno anche allusione agli attributi e alle virtù erotiche del defunto. Dietro si va formando un grande corteo. Giunti in piazza la barella con il nannu viene prelevata dai ‘dottori’ e portata a braccia fino al rogo. (La cremazione risulta tra le volontà testamentarie del nannu defunto). Prima che esso venga acceso, il notaio, posto su un palco insieme al sindaco, dà pubblica lettura del testamento del morto, testamento che contiene diverse allusioni a organi o atti sessuali e frecciate satiriche verso amministratori e personaggi di spicco del paese. Infine si da fuoco alla pira e mentre gli altoparlanti diffondono le note di una musica da ballo le maschere danzano in tondo intorno al falò. Il rito appena descritto al pari degli altri precedentemente presentati, ricalca la sequenza delle azioni cerimoniali che si legge in un programma del carnevale di Palermo del 1878, riportato da Pitrè. Le festività si aprivano con l’arrivo trionfale del nannu: “Primo giorno –Sabato 7 febbraio – Arrivo del nannu. Alle dodici la nanna si recherà in gran pompa per il corso V. E. all’incontro del nannu; indi entrata trionfale da Porta Felice percorrendo il corso V. E., la via Macqueda e la via Cavour fino a Porta S. Giorgio […]», e si chiudevano con la sua morte sul rogo: «Ultimo giorno – Martedì 5 marzo – […]. A mezza notte cremazione del nannu e buona notte !!!”.

Elemento costitutivo del rito del Nannu e consimili figure è dunque il fuoco destinato a consumarlo. Osservando in generale la disposizione calendariale delle cerimonie caratterizzate dall’accensione di falò può dirsi in effetti che molte di queste siano state in origine connesse ai cicli vegetativi e della produzione agro-pastorale. Le fiamme rituali cioè erano, in linea generale, in qualche modo volte a esorcizzare la morte radicale della vegetazione e a garantire il ritorno della primavera, della nuova vita. La concezione sacra del tempo prossima all’esperienza del ciclo delle stagioni, è circolare: è la via dell’eterno ritorno. Essa è percorsa permanentemente dall’angoscia del consumo del tempo. Così come ogni anno all’approssimarsi dell’inverno la natura muore, anche il tempo può morire. Tutto ciò però non accade al di fuori delle volontà degli dei e degli uomini. Se essi lo vogliono la natura rinasce, il tempo consumato si rigenera e ricostituisce.

Nel fantoccio che muore sul rogo, nella legna che brucia, vengono distrutte le colpe accumulate dalla società, colpe che gli uomini non avrebbero potuto non commettere, poiché ogni atto compiuto sulla natura e sul suo ordine, è comunque una violazione sacrilega. Il progetto costante al fondo di tutti questi riti invernali è, dunque, la distruzione del tempo consumato e la rigenerazione di un tempo nuovo e pertanto puro. E tale progetto si fonda efficacemente sull’idea del prodursi della vita attraverso la morte. Un idea che, seppure pertinente all’economia e alle stratificazioni sociali delle società agro-pastorali, ha continuato a vivere, tra trasformazioni e compromessi, man mano che le società sono venute fondando la loro organizzazione su nuovi sistemi produttivi. Distruzione e rigenerazione attraverso il fuoco dunque: “Zittuti babbu / Sì veru babbu. / Muriu lu nannu / Torna notrannu”.

Dall’andamento cerimoniale tradizionale di Cinisi che pure inconsapevolmente riarticola questo arcaico schema ideologico, si distanzia radicalmente quanto ho potuto direttamente documentare nel 1998, un esempio limite di rielaborazione della tradizione. Esperimento non riuscito che ha indotto le autorità municipali a ri-offrire al paese negli anni a seguire il Carnevale secondo tradizione. Quanto registrato a Cinisi è, tuttavia, un segno dei tempi: l’irruzione delle istituzioni nella pratica cerimoniale spontaneamente agita, tendente a enfatizzare gli elementi spettacolari e a introdurne di nuovi nella speranza di poter attrarre un pubblico esterno e di rilanciare l’immagine del paese e delle sue “tipiche” tradizioni. D’altronde in altri luoghi questo processo si è affermato, in alcuni casi da decenni, trovando il consenso della cittadinanza e producendo delle vere e proprie nuove tradizioni che si legittimano nel presentare al loro interno elementi realmente costitutivi dei carnevali precedenti. Così i funerali e i roghi sono divenuti parte di più ampie manifestazioni, non ultima la sfilata dei carri allegorici. Di fatto amplificando tratti tradizionali e aggiungendone di nuovi si cerca soprattutto di rispondere a esigenze di spettacolarità turistico-folkloristiche.

In questo senso casi esemplari sono quelli di Sciacca, Acireale, Termini Imerese, Misterbianco, riti carnevaleschi, ma meglio sarebbe dire manifestazioni carnevalesche, la cui notorietà travalica l’ambito comunitario fino a richiamare partecipanti dall’intera regione. Eventi tutti sostenuti da un’intensa politica di promozione turistica, dal contributo di enti pubblici e privati e pubblicizzati attraverso tutti i canali mediatici, compreso ovviamente internet, dove compaiono in primo luogo i siti ad essi singolarmente dedicati, accomunati tutti da una retorica del “divertimento secondo l’antico costume” che meriterebbe di essere approfondita insieme ai processi “legittimazione” per memoria ovvero come oggi si usa dire di “patrimonializzazione” pure ampiamente osservabili.

Ogni carnevale vuole essere il più antico, unico, originale. Quanto questa unicità, originalità, antichità sia distante dalla realtà delle cose appare evidente. In realtà in tutti questi “riti” ricorrono tratti comuni spesso assunti da manifestazioni carnevalesche nord e centro italiane, ma anche d’oltreoceano, tra tutti basti pensare a Venezia e Viareggio nonché a Rio de Janeiro. La ragione prima che ha sostanzialmente consentito alle pratiche carnascialesche di rinnovarsi spesso radicalmente adeguandosi ai gusti mediatici e di mercato va dunque ricercata in primo luogo nella sua progressiva desacralizzazione, nel suo sostanziale scollamento dal sistema di scadenze calendari connesso con le attività produttive tradizionali e dal venir meno delle rigido sistema sociale ad esse soggiacente. Oggi, nella più parte dei casi, la funzione del Carnevale è di proporre un grande momento di divertimento istituzionalizzato, un occasione per far mostra della liberalità degli Enti pubblici, della loro attenzione verso i loro cittadini, paradossalmente di riaffermare una identità locale attraverso le azioni sceniche, i manufatti, i suoni e i colori di una festa globale.


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