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Il carnevale, martedì grasso ed il folklore siciliano – Parte prima

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L'Ursu di Saponara - Ph. A. Russo - G. Muccio
L'Ursu di Saponara - Ph. A. Russo - G. Muccio

Roghi carnevaleschi in Sicilia

È possibile guardare ai Carnevali folklorici secondo diverse prospettive, tra loro variamente interconnesse, che presuppongono, all’interno della dinamica festiva di ciascuna delle diverse cerimonie, il dispiegarsi di una funzione prevalente ma non esclusiva, storicamente riconducibile a specifiche condizioni socio-economiche e socio-politiche:

1) il Carnevale come rappresentazione del caos cosmico;

2) il Carnevale come rappresentazione del caos sociale;

3) il Carnevale come spazio-tempo dell’eccesso e del divertimento.

Nel primo caso si deve considerare il Carnevale come coerentemente inserito, almeno implicitamente, in un sistema di scadenze festive che presuppone la credenza in entità extraumane garanti dei cicli vitali e con le quali pertanto è necessario rinnovare periodicamente un dialogo fondato sul circuito dello scambio. In questo caso il Carnevale va considerato a tutti gli effetti una festa religiosa ossia attinente la sfera del sacro diretta a rappresentare la crisi del tempo e la sua rifondazione.

Nel secondo caso si vedono esaltate la sospensione, sovversione e contestazione delle norme e degli istituti sociali nonché delle autorità che le li rappresentano e garantiscono; sospensione, sovversione e contestazione, tuttavia, “regolate” in quanto sostanziate di comportamenti previsti e comunque prevedibili, confinati in uno spazio e in un tempo prescritti dalla tradizione e tese, in ultima analisi, a ribadire la necessità di un ordine, sia pur idealmente “nuovo”, che pure non necessariamente giusto, non necessariamente il migliore, si deve tuttavia imprescindibilmente ri-affermare per la corretta conduzione della vita comunitaria. Possiamo osservare con Giallombardo che “se è vero che il brutale, il comico, l’irridente rovesciamento delle interazioni usuali provoca un effetto di frammentazione e disgregazione dell’organismo sociale, in coerenza con lo schema ritualizzato delle azioni carnevalesche, le elargizioni ai poveri e le riunioni conviviali, prescritte fra famiglie ‘biologiche’ e famiglie ‘acquisite’ grazie ai rapporti di comparatico, viceversa ribadiscono e rinnovano tali relazioni” ma anche che inversioni dei ruoli e sovversioni di status si riarticolano sempre secondo i noti e consolidati schemi del potere e finiscono dunque per illustrarne l’immutabile necessità strutturale.

Rileviamo dunque che tanto nel primo caso, rappresentazione del caos cosmico, che nel secondo, rappresentazione del caos sociale, le feste carnascialesche si presentano come momenti di sospensione e di sovvertimento della norma naturale e/o sociale funzionali alla sua riaffermazione e, a un tempo, come cerimonie di rifondazione, di chiusura cioè e riapertura di un ciclo temporale, in altre parole come vere e proprie feste di Capodanno: le maschere si palesano per essere respinte, i fantocci bruciano il simbolo del tempo trascorso, i contatti tra i sessi sono possibili e favoriscono il formarsi di coppie, le autorità vengono sottoposte a una critica palingenetica, etc.

Va qui ricordato che il Carnevale così come noi lo conosciamo è una festività mobile che, sebbene in rapporto con la Pasqua in ragione del periodo dell’anno in cui viene celebrata, non è inserita nella liturgia ufficiale e resta estranea a ogni ritualizzazione canonica non connettendosi a nessuna forma di culto sia pure eterodossa. In un certo senso può dirsi la principale, se non l’unica festa totalmente non cristiana, che si continua a celebrare diffusamente in ambito cristiano in esplicita relazione con il suo calendario rituale e in una coesistenza accettata e reciprocamente regolata. La Chiesa, ha scritto Martorana, “nella piena consapevolezza dell’inconciliabilità, preferisce che la festa di Carnevale resti relegata nella dimensione laico-consumistica in cui ormai viene fruita e sia considerata un divertimento profano e licenzioso che prelude e esalta i valori della Quaresima”.

Eppure il Carnevale, come può evincersi proprio dalla sua fenomenologia, dovette essere certamente, almeno nei suoi significati più profondi, una festa sacra. Una festa, o meglio un insieme di riti, che non potè essere assorbito dalla Chiesa a differenza di tanta “fenomenologia” pre-cristiana variamente recuperata e reinvestita di senso poiché latrice di diverse e contrapposte concezioni della nascita del mondo, della salvezza, dell’escatologia. Il Carnevale è festa che richiama la ciclicità del tempo, il suo eterno ritorno, e ciò in contraddizione con la continuità lineare della concezione cristiana del tempo. Il tempo cristiano, infatti, possiede un punto di partenza ed un punto di arrivo, un illud tempus (la creazione e la vita di Adamo ed Eva) ed un eschaton (la resurrezione dei morti e il giudizio universale), ed è scandito in periodi che si succedono linearmente. Il tempo mitico dell’eterno presente, della successione ciclica e del ritorno diviene con Cristo tempo storico del ricordo e della commemorazione dell’hic et nunc pasquale della Resurrezione. Il Carnevale, invece, si configura, meglio si configurava, come ripetizione annuale della cosmogonia, presentificazione del caos cui seguiva un nuovo cosmos, nell’eterno cominciamento del tempo e degli accadimenti esistenziali dell’uomo.

Ma veniamo al terzo caso, più immediatamente contestualizzabile nella contemporaneità. In questa prospettiva il Carnevale diviene prevalentemente, se non eclusivamente, un’occasione speciale di incontro per gli individui, di divertimento estremo e sregolato ma previsto e quasi obbligatorio, nonché un momento di promozione dell’immagine della propria comunità verso l’esterno, e appare spesso, ma non sempre, del tutto desacralizzato o se preferite a-religioso.

Guardando ora ai simboli rituali che tradizionalmente caratterizzano le celebrazioni carnascialesche tradizionali siciliane può osservarsi come siano riconducibili entro la sintassi propria delle feste di chiusura e apertura di un ciclo ossia di rifondazione ciclica del tempo, e finiscano con il proporre, nel suo complesso, l’istituto carnevalesco come “modello esemplare” delle cerimonie di Capodanno. Una festa esemplare che attraverso le sue parole, le sue immagini, i suoi gesti riesce a restituire, ha scritto Antonino Buttitta, “la realtà attraverso la ricostituzione per simulazione del cerchio del tempo cioè, adottando le procedure proprie del pensiero mitico, a garantire che il tempo continui ad esserci, simulandone e ripetendone, la morte e la rinascita”. Alla fase pre-liminare che segna la separazione e l’istaurazione di un tempo altro rispetto al quotidiano, segue la fase liminare di transizione tra i due ritmi temporali che si deve concludere con la reintegrazione, post-liminare, del tempo quotidiano.

Un nuovo ciclo si apre dunque dalle ceneri del precedente. Questo arcaico messaggio, radicato nella visione del mondo agro-pastorale che per millenni ha pervaso la società isolana, è rilevabile con particolare evidenza in uno dei tratti costitutivi del Carnevale siciliano e non solo, il compianto e l’uccisione del Nannu: un fantoccio di stracci, paglia o altri materiali che, quasi sempre a seguito di un trasporto funebre semiserio, veniva, oggi più raramente viene, sfibrato, tagliato, più spesso dato alle fiamme. Questo rito, documentato in tutta l’Isola, non è l’esclusiva componente della ritualità carnevalesca accompagnandosi sempre a altri comportamenti tesi a segnalare la sospensione o il rivolgimento d’ogni rigida norma sociale e culturale: i mascheramenti, i giuochi licenziosi, le danze pubbliche e i balli domestici, le questue e lo smodato consumo di peculiari cibi e di bevande, la produzione di rumori e schiamazzi, le tenzoni, i motteggi e gli scherzi d’ogni sorta. Ed è giusto qui far cenno almeno di alcune delle performances carnascialesche che hanno maggiormente attratto l’attenzione degli studiosi: le maschere musicanti dei Pulcinelli di Palermo e dei Ciuri di pipi di Messina, già osservate da Pitrè, che attraversavano l’abitato questuando, con apposite formule canore, beni alimentari; la pantomima del Mastro di Campo di Mezzojuso, vera e propria rappresentazione di morte e rinascita dell’eroe cosmogonico, su cui però ci soffermeremo più avanti; i balli dei Picurara di Antillo, uomini mascherati di tela bianca e coperti di giubbotti di orbace e brache di pelle caprina, che danzavano la contradanza insieme alle loro dame, anch’esse mascherate, al suono della ciaramella e dei dodici campanacci che ciascuno recava appesi alla cintola; le questue degli Nzunzieddi di Monterosso Almo, figure più esplicitamente demoniache, con il volto oscurato dal nero fumo e abbigliati con pelle di montone, scarpe di pelo e vistose corna sul capo, che venivano trascinati da un Sant’Antonio alla luce dei numerosi falò accesi per l’occasione; la mascherata dei Giardinera di Ribera, uomini coperti di lunghi camici bianchi adornati di foglie d’arancio che recavano a tracollo più cinte di sonagli, ciancani, che muovendosi al suono di flauti di canna, tamburelli e organetti si recavano di casa in casa per partecipare alle danze e ricevere cibi e bevande; l’Ursu di Saponara, maschera teriomorfa, un tempo presente in altri centri della Sicilia e fino ad anni recenti a Ribera e Altavilla Milicia,  che al suono di strumenti tradizionali e seguita da varie altre maschere (il Principe, la Principessa, I Guardiani, I Cacciatori, etc.) viene condotta al laccio a questuare di casa in casa; la tenzone dei Misi i l’annu, performance un tempo anch’essa assai diffusa e ancora osservabile a Rodì Milici e Barrafranca, che vede dodici uomini mascherati e armati, i mesi  appunto, percorrere a cavallo il paese declamando ciascuno il proprio apporto alla fecondità della natura con l’intenzione di spodestare il Re loro padre; gli scacciuni di Cattafi, figure di straordinario interesse che richiamano i pulcinelli alpini.


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