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Santa Lucia. Il grano, gli occhi, il fuoco – Parte 2

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Un dettaglio dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa, conservata alla National Gallery of Art di Washington

Gli occhi. Anche la relazione tra Lucia, gli occhi e la vista sembra fondarsi su un episodio leggendario relativo alla vita della Santa, riportato da Alfonso de Villega nel suo Leggendario delle vite de’ santi (Venezia 1637, p. 735): «essendo Lucia bellissima, s’innamorò di lei un huomo principale, il quale le era oltra modo molesto, e noioso, hora con ambasciate, hora con promesse, hora con presenti. A tutti questi assalti Lucia era costante e invita, perché era Christiana, e timorosa d’Iddio. Quando quel suo innamorato le mandava le ambasciate, e quando alle volte da se stesso le parlava non potendo ella vietarlo, le diceva, che gl’occhi suoi lo facevano morire, e ch’essi erano causa, che le fusse tanto importuno e molesto. Lucia considerando questo, e ricordandosi, che Giesù Christo dice: Se l’occhio tuo ti scandalizza cavatelo, e gittalo via, o fusse che ella intendesse quelle parole del tutto secondo, e vedendo lo scandalo, che gli occhi propri davano a quest’huomo, e però temendo che questo non fusse occasione di danno a se stessa overo perché havesse particolar rivelazione a Dio, e ordine espresso, che facesse così, pigliò un coltello, si cavò gli occhi, e messegli in un piatto, gli diede a una sua serva, che gieli portasse, e gli dicesse, che accettasse quello, che in lei era tanto piacciuto, e del resto la lasciasse in pace. […] Non volle Iddio, che Lucia rimanesse cieca, perché stando un giorno ella in oratione le ritornò la vista, e le furono dati da due occhi più belli e migliori di prima, e questa è la causa, che Santa Lucia è avvocata sopra gli occhi, e sopra la vista». Episodio, questo della cavatura degli occhi che è altrimenti ricondotto al suo martirio, talché gli occhi cavati alla Santa dai suoi aguzzini gli sono restituiti, più belli e luminosi, dal Signore. A questa bellezza accenna Dante nel Purgatorio: «Qui ti posò ma pria mi dimostraro / li occhi suoi belli quella intrata aperta: / poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro» (Purgatorio, IX, 61-63). Va tuttavia rilevato che né gli Atti dei MartiriLa leggenda aurea di Jacopo da Varazze (ed. Einaudi 1995, pp. 34-37), che pure narra della vita e del martirio della Santa, fanno cenno a simili episodi. D’altro canto, almeno a partire dal XIV sec. le rappresentazioni iconografiche della Santa, culte e popolari, la ritraggono recante nelle mani un vassoio o un piattino con gli occhi (cfr. M. Stelladoro, Lucia la martire, Milano 2010, pp.

È vero anche che una certa tradizione di studi folklorici, tesa a sottolineare il continuarsi nel cristianesimo, se non altro a livello formale, di pratiche rituali e forme cultuali più antiche, ha rilevato una possibile relazione tra Lucia e Giuno Lucina, principio femminile della luce celeste, già in antico associata alla luna, dea connessa al parto e che appunto ha il compito di “portare i bambini verso la luce”. Presso Greci e Romani, infatti, uno stretto rapporto è istituito tra l’idea di nascita e l’idea di luce lunare, «la lune réglant non seulement la durée de la gestation, mais ses phases successives et sa conclusion» (J. A. Hild, s. v. Juno, in C. Daremberg, E. Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines: d’après les textes et les monuments, vol. 3, part. I, p. 683). Tutte le divinità lunari sono allo stesso tempo divinità della nascita e lo è Lucina che così Ovidio invita a pregare: «Dicite: “tu nobis lucem, Lucina, dedisti” / Dicite: “tu voto parturientis ades”» (Fasti, III, vv. 255-256. Significativo che sotto la sua protezione venissero poste le ciglia e le sopracciglia, tanto da potersi ritenere che «Junon Lucina devant être de préférence placée dans cette partie du corps à laquelle la lumière est donnée par les dieux, dans les yeux» (J. A. Hild, s. v. Juno, cit.). Sia come sia certamente una relazione tra il nome della Santa siracusana e il latino lux era già stata istituita nel Medioevo, come attesta inequivocabilmente il preambolo alla storia di Lucia del già ricordato di Jacopo da Varazze: «Lucia deriva da luce. La luce infatti è bella da vedere, dato che, come dice Ambrogio, essa è tale che fa risplendere tutte le cose belle. Si diffonde inoltre senza perdere purezza, per quanto sordidi siano i luoghi dove penetra; i suoi raggi sono costantemente dritti, percorre una via lunghissima in incessante movimento. Con ciò si intende che la conformità del nome è dovuta al fatto che la beata vergine Lucia brilla della purezza della verginità senza alcuna macchia, infonde la carità senza amore che non sia puro, drittamente si rivolge a Dio, senza mai deviare, e sa seguire fino in fondo la via tracciata dalla volontà divina, senza mai adattarsi alla negligenza. Oppure Lucia può voler dire lucis via, “via della luce”» (ed. Einaudi 1995, p. 34).

Valguarnera Caropepe, u pagghiolu. Foto A.Russo

Il fuoco. Un altro simbolo rituale di sicura precedenza pre-cristiana che caratterizza i riti luciani, ma anche altri numerosi momenti festivi invernali (Immacolata Concezione, Natale, Sant’Antonio abate, San Giuseppe) come pure alcune feste estive (San Giovanni, Assunzione) è il fuoco, nella forma di falò e/o processioni di torce di ampelodesma o altro materiale. Tale circostanza è generalmente ricondotta all’essere, quella di Santa Lucia, antica data solstiziale celebrata, come altrove in Europa, appunto con l’accensione di grandi roghi frazerianamente interpretati come “incantesimi solari”. Tra i numerosi contesti tutt’oggi caratterizzati da quest’uso, vissuto dai celebranti come tradizionale manifestazione di fede nella Santa, ricordiamo quelli di Cianciana Li Mutti, di Valguarnera Caropepe e di Montedoro.

A Cianciana Li Mutti la vigilia della sua festa sono ancora accesi alcuni falò nelle strade e nelle piazze dei quartieri periferici, mentre in passato potevano osservarsi distribuiti in tutto l’abitato. La legna comincia ad essere raccolta sin dai primi giorni di dicembre. In prevalenza si tratta di fascine di legna e stoppie, ma non mancano cartoni, mobili vecchi e altro. Della raccolta del materiale combustibile e della successiva gestione del fuoco si occupano prevalentemente bambini e ragazzi. I falò sono due. Uno viene realizzato nel centro del paese presso il Piano di San Gaetano, luogo dove anticamente sorgeva un edificio sacro, l’altro in un’area periferica circondata da edifici di recente costruzione. I falò vengono costruiti a gara; ciascuno dei due gruppi, infatti, tiene a realizzare il falò di più grandi dimensioni. Il suono delle campane, che segue il termine della messa vespertina, segna il momento dell’accensione delle grandi cataste. Quando le fiamme cominciano a scemare numerosi ragazzi si fanno attorno con lunghi bastoni dove sono infilzati nodi di salsiccia che, una volta cotta, viene immediatamente consumata. L’indomani sera ha luogo la processione religiosa.

Il signor Giuseppe Alessi, la cui testimonianza ho personalmente raccolto alla fine degli anni Novanta, ha un ricordo particolareggiato e commosso di quanto accadeva al tempo della sua infanzia: «Allora si facevano, ogni strada aveva la sua vampa, perché si gareggiava poi a chi la faceva più grossa, più bella; ma questa di San Gaetano era sempre la migliore; senza offesa per alcuno: nel nostro quartiere c’era sempre la vampa più grande, infatti avevamo qua sempre i più agili per il salto della vampa, anche donne. Non ricordo chi era, ma ce n’era uno che saltava la vampa con un salto di quattro, cinque metri. La saltava, era l’unico di tutto il paese; poi noi la saltavamo quando la fiamma si abbassava. Noi qua saltavamo più ad arte, non contenti della vampa… Allora c’erano i fili [sui quali si stendeva la biancheria ad asciugare] che passavano da questo a quel lato [della strada], e allora si attaccavano dei fasci di legna a uno di questi fili e appena si dava fuoco da sotto si infiammavano rapidamente e, caro mio!, da quelle vampe si sprigionavano lingue di fuoco! […]. Era il periodo in cui tutti i pagliai si rassettavano: le bestie mangiavano la paglia, ne restava poca, e allora tutte le persone ci dicevano: ‘Ehilà, se avete bisogno di paglia!’, poiché gli andavamo a togliere tutto il residuato inutile. Ne rassettavamo di pagliai! E legna prendevamo; e poi per la vampa si andavano a cercare pezzetti di canna perché producevano fiamme più vivaci, e poi facevamo la famosa fanara e per questo andavamo a cercare le canne più lunghe. Avevamo quelle torce che erano più grandi di noi e per portarle accese le mettevamo a spalla, le accendevamo e poi andavamo correndo e gridando: llé, llé, llé, llé! llé, llé, llé!’ Così, come gli arabi; sa, lo schiamazzo dei ragazzi (a stracquata dî picciotti)! Giravamo per le strade e quando trovavamo qualche vampa non ancora accesa, alcuni di noi li [i ragazzi che custodivano la vampa] distraevano (na pocu ci ravamu camarziu), quello più agile saliva in cima (ci iva a lu pricoddru) e davamo fuoco e scappavamo ; e: ‘Ehilà!’, ci inseguivano. E insomma, allora si rideva con questo perché ai tempi, eh, non c’era niente! San Gaetano è stato sempre il luogo più ricco, eravamo ottanta, cento, maschi e femmine, ragazzi però, alcuni più grandi altri più piccoli. Poi si faceva la cuccia, frumento cotto, e poi si mangiava. La vampa era la vigilia: non appena iniziavano i Vespri si accendeva questa vampa; il giorno dopo c’era la processione”.

A Valguarnera Caropepe i festeggiamenti in onore di santa Lucia assumono particolare solennità. La sera della vigilia, in una piazzetta che si apre all’ingresso del paese, viene ultimato l’allestimento del pagghiolu. Si tratta di un enorme fascio di inflorescenze di ampelodesma (ddisa), che vengono sovrapposte verticalmente, incassate fittamente e legate a intervalli con cordame e filo di ferro, fino a formare una colonna alta circa quattro metri e larga uno. Il pagghiolu viene inalberato su un carrello ruotato in ferro di forma quadrangolare alle cui estremità sono collocati altri quattro più piccoli torcioni. Il carrello viene trascinato lungo il percorso processionale, e il suo equilibrio è favorito da quattro robuste corde che, legate per un’estremità a metà dell’altezza del pagghiolu, sono tenute all’altra ciascuna da un devoto. Il pagghiolu è accompagnato dalla banda musicale, fino a giungere innanzi alla Chiesa Madre intitolata a San Calogero. Qui nel contempo vene celebrata una messa. La piazza si riempie progressivamente di fedeli che sopraggiungono recando chi uno, chi più torce di ddisa. Al termine della funzione, accompagnato da un vivace scampanio e dall’esplosione di alcuni colpi di mortaio, dal tempio esce il quadro di Santa Lucia, portato a spalla su un baldacchino. Nell’esatto momento in cui il quadro varca la soglia viene accesa la cima del grande pagghiolu e dei molti altri recati dai fedeli maschi. Nello stesso tempo cominciano a essere accesi numerosi burgi (cataste di legna) allestiti nei diversi quartieri dell’abitato. Alcuni raggiungono ragguardevoli proporzioni e sono composti, oltre che di rami e tronchi provenienti dalle campagne circostanti, da materiali di risulta raccolti dai ragazzi per le vie dell’abitato.

Ha così inizio l’itinerario processionale (19.00), ‘strada santa’ o ‘strada dei santi’. I tanti fedeli che recano le torce e, dietro tutti, il grande pagghiolu, precedono il quadro della Santa. Seguono la banda e una gran folla di devoti. Il trasporto dei pagghioli pare originariamente connesso allo scioglimento di un voto cui ha fatto seguito la grazia richiesta. Oggi però sono in pochi a dichiarare ciò. I più dicono che trasportano il pagghiolu “per tradizione”. Va rilevato, al riguardo, che gran parte dei pagghioli vengono portati da ragazzi e bambini. Il percorso processionale, accompagnato dal suono della banda e dallo sparo di petardi, si snoda per le vie principali del paese, sfiorando alcuni burgi. Al passaggio della Santa, sui balconi addobbati a festa, vengono accese grandi lampade o fari a ‘illuminarne il percorso’. Man mano che il pagghiolu va consumandosi, vengono via via recisi i legamenti e il fuoco viene attizzato percuotendo la sommità con un lungo bastone. Di tanto in tanto i portatori del pagghiolu inneggiano alla Santa: Viva santa Lucia!

L’itinerario processionale ha termine dove aveva preso avvio, dinanzi al tempio di San Calogero. Il pagghiolu viene fermato dinanzi alla chiesa e il quadro riportato al suo interno. In questo momento vengono spente tutte le luci, dopo un attimo riaccese, mentre i fedeli invocano tutti la Santa. Infine quel che resta del pagghiolu viene liberato dai rimanenti legamenti e gettato a terra a formare una grande falò, sul quale gli altri fedeli gettano quanto resta dei loro torcioni. Il falò continua a consumarsi mentre la folla dei devoti si disperde pian piano per le vie del paese.

Gli anziani ricordano un gran numero di burgi: «sì, si facevano, ma no come questi, questo è troppo grande. Si facevano più piccoli, […]. C’erano i vesti, i muli, pigghiavamu a paglia [nelle stalle]; adesso vesti un ci nn’è. Prima facevano ogni strada, ogni traversa, faciamu un mucchietto di paglia, ma poca però. Adesso paglia non ce n’è». Va infine osservato che in passato si praticava il costume di saltare sulle braci, e si preparava la cuccìa in un particolare modo: grano bollito e poi infornato.

Ricordiamo infine Montedoro dove oggi si accende una sola vampa dinnanzi alla Chiesa Madre e contestualmente si distribuisce della cuccìa. In precedenza i falò erano 3 o 4 e venivano accesi nei diversi quartieri. Erano realizzati dai ragazzi con il concorso degli adulti. Del tutto diversa la descrizione che fa del rito, nei primi del ’900, Luise Hamilton Caico, (Sicilian ways and days, London 1910, trad. it. Vicende e costumi siciliani, Palermo 1983, pp. 125-127). Sono pagine da leggere con curiosità e diletto, sebbene in qualche luogo con una certa perplessità, e che vale riportare a fini documentari: «La vigilia del 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, per commemorare degnamente la santa, i tamburi cominciano a rullare per tutto il paese dall’alba, senza tregua, fino al tramonto. Non potevo che ammirare i volti estasiati degli abitanti nell’ascoltare quel fragore, riflettendo sul magico potere che i suoni ritmici hanno sui bambini e sui… selvaggi! Mezz’ora dopo il tramonto, delle alte grida si levarono da ogni dove e mi precipitai fuori a vedere.

Una folla di uomini, ragazzi e bambini si riversava per le strade, nel più grande strepito e totale confusione.

Ciascuno reggeva una manciata di lunghi steli di paglia in fiamme, che brandiva e agitava alta sulle teste, e correva come un invasato, gridando. E, nella corsa, tutti formavano una ressa selvaggia, inciampando uno sull’altro come gente che fugge da un pericolo. Il buio della notte era rischiarato a tratti dal fiume danzante delle primitive fiaccole e dai grandi falò che ardevano negli angoli delle strade: l’intero villaggio sembrava preda del fuoco.

Il rullio dei tamburi si avvicinava incalzante e apparve infine l’immagine di Santa Lucia che regge in mano un piatto con i suoi occhi. Il quadro è affisso ad una lunga asta retta da chi, sommo privilegio, ha ottenuto di poterla reggere, e affiancata da due truci tamburini che continuano a battere senza tregua, con accanimento, come se ne andasse delle loro vite.

Avanzava a passo veloce e saltellante, mentre tutt’intorno crescevano fino all’incredibile lo strepito, la confusione, la corsa convulsa, le capriole dei bambini, il boato dei tamburi. Alla sommità della salita, le fiamme danzanti girarono l’angolo, imboccando un’altra strada costellata dai falò, e li seguimmo. Quei ragazzi che sempre con le loro fiaccole in mano, senza mai cessare di urlare, giocavano tra loro abbozzando movimenti di lotta, le donne, nello sfondo, drappeggiate nelle nere mantelline con i grandi occhi accesi sullo spettacolo, la corsa degli uomini con le loro grida rauche rivolte alla santa, il cui viso s’intravedeva appena tra le folate di denso fumo -tutto mi dava la netta sensazione di trovarmi fra una tribù di selvaggi nel pieno di una loro celebrazione pagana.

Nel mezzo della piazza si ergeva un cumulo di paglia, alto quanto una casa; il popolo in tripudio faceva corona tutt’intorno, mentre da una delle strade laterali cominciava ad affluire la scatenata folla di gente in processione, torce danzanti nell’oscurità della notte, frastuono di mille voci che i tamburi non riuscivano a coprire. Giunti in piazza, la processione cominciò ad avvolgere ad anello l’immenso mucchio di paglia nel quale, a turno, ognuno scagliava la sua torcia che divenne, in breve, un immane rogo dalle fiamme guizzanti verso il cielo nel fumo accecante, tra gli urli assordanti e l’incessante rullio di tamburi.

Intanto, a vispo passo di marcia, che le toglieva ogni residuo di olimpica dignità, arrivava la santa, che venne collocata in modo da poter presenziare alla vociante danza selvaggia e all’ardere del gigantesco falò. Ora le fiamme erano così alte da illuminare le case circostanti e le facce e le figure di tutti i presenti, compresi i due suonatori di tamburo che non smettevano un solo istante la loro musica. Attorno al rogo si aggiravano degli uomini, che, muniti di lunghi pali rimestavano la paglia per attizzare il fuoco, coi volti coperti dai rossi fazzoletti ad evitare le scintille, demoni del profondo inferno, intenti coi loro forconi a suscitare le fiamme per l’agonia dei dannati…

In disparte, nell’angolo meno illuminato della piazza, un uomo sedeva dinanzi alla sua casupola e soffiava in una cornamusa un ansante motivo a esclusivo vantaggio di Santa Lucia, dato che nessun altro poteva sentirlo!

Breve come il suo fuoco, l’orgiastica cerimonia volgeva al termine: il fuoco cominciò a languire, il fumo a diradarsi, il vocio a scemare mentre la folla festante si dileguava in ombre che scivolavano nelle oscure viuzze laterali, il suonatore di cornamusa si ritirava a casa chiudendo la porta, i tamburini riaccompagnavano la santa in chiesa. Con lo spirare dell’ultimo guizzo delle fiamme, il silenzio e le tenebre ripresero possesso dell’improvvisato palcoscenico che aveva offerto il barbaro spettacolo di confusione, strepiti, fiamme ed acre fumo. Là dove poco prima ardeva lo straordinario falò, non restava che un mucchio di cenere a consumarsi lentamente….».


Per Approfondire:

  • Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, Meltemi, Roma 1999;
  • I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, Meltemi, Roma 2006;
  • Continuità delle forme e mutamento dei sensi. Ricerche e analisi sul simbolismo festivo, Bonanno, Acireale-Roma 2013

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