Lo studioso, le sue passioni, i temi che lo hanno condotto a una riscrittura dell’Isola raccontato da una testimone d’eccezione: Laura Sciascia

Completano il panorama della Sicilia medievale gli articoli sul commercio, che, dall’orizzonte economico dell’impero musulmano a quello dell’impero catalano, collocano la Sicilia e i suoi centri all’interno di una rete di scambio internazionale.

Qui, le ampie sintesi sulle Reti di scambio locale e interregionale nell’Italia dell’alto medioevo o sulla figura del mercante nella Sicilia dell’XI e XII secolo, entre palais et piazza, si completano con i “riflessi in una goccia d’acqua”. Quei saggi che, a partire da uno o due documenti, ricostruiscono un mondo economico nelle sue complesse e controverse sfaccettature: nel testamento di Tobia da Tripoli, mercante ebreo di Corleone, nel quaderno dei conti di Girard de Guy, un mercante di panni catalano stabilito a Termini, o in quello di Matteo Bizini, allevatore di bestiame, sempre di Corleone, si rispecchiano le trasformazioni del ruolo degli ebrei nel commercio mediterraneo, la struttura della rete del commercio dei mercanti catalani, la società e la vita economica di un grosso centro della Sicilia interna in rapporto al territorio.

Infine, ma non certo ultimi per interesse e ricchezza, i saggi sulla cultura materiale costituiscono un’esauriente esplorazione di quella che in altri tempi si sarebbe chiamata vita quotidiana. Tipologie abitative, tecniche di costruzione e di coltura, di conservazione e preparazione dei cibi, oggetti preziosi e umili, con i loro nomi antichi e nuovi che ne raccontano la storia, sono raccolti e catalogati con una passione che più che mai tradisce l’amore dello storico per questa terra mai troppo conosciuta.

Seguire la preparazione di questa raccolta di saggi è stato per me un piacere sotto diversi aspetti. Innanzi tutto, perché sono sicura che questa raccolta, che accanto all’organica riproposta di testi ben noti ma sempre attuali presenta una serie di articoli poco conosciuti, interventi a congressi su temi non medievistici o inseriti in riviste o raccolte di limitata circolazione, sarà uno strumento di grande utilità. In secondo luogo perché, nel mio ultimo anno di lavoro all’Università di Palermo – ateneo che ha assegnato ad Henri Bresc una laurea honoris causa nel 2002 – offrire ai miei più giovani colleghi, che non oso chiamare allievi, una parte dell’opera di Bresc, attualizzata e ordinata, diventa un modo per rafforzare, ribadire e continuare il discorso che da quarant’anni si svolge tra Bresc, gli storici siciliani e la storiografia internazionale (Abulafia, Epstein per citarne soltanto alcuni).

Naturalmente, il piacere personale di rileggere, e in alcuni casi di leggere e di scoprire questi testi, è stato costante, e mi ha portato a costruire un mio itinerario, che parte proprio dalla curiosità accesa dalla dichiarazione d’amore del ragazzo provenzale per le vecchie carte siciliane: l’inventario dei libri, dei paramenti sacri e dei calici e delle croci del vescovado perduto di Mahdyya, segno della fine del regno normanno d’Africa, i mozarabi siciliani con le loro misteriose donne, Tobia da Tripoli con le sue merci e la sua famiglia, il “bel siciliano”, lingua del quaderno di Girart Guy, le “case di parole”, pazientemente raccolte, umili o ricche, ma sempre variopinte, l’itinerario siciliano tra cacce e castelli di Nompar de Caumont, pellegrino guascone che somiglia a D’Artagnan, incastrato in Sicilia al ritorno da Gerusalemme per tutto un inverno, Palermo e il suo controverso ruolo di capitale sono le tappe principali di questo mio personalissimo itinerario.

Ma tutte queste letture si accompagnano anche al ricordo della lunga stagione in Sicilia di Henri Bresc, cominciata tanti anni fa ma che ancora continua, una lunga stagione di conversazioni, di passeggiate per le strade di Erice o attorno a un castello in Normandia, di accese discussioni congressuali, di cene a casa, a Palermo o a Parigi, di amici ed affetti perduti e trovati, di quarant’anni vissuti in amicizia, in fraternità.

Leggi anche la prima parte e la seconda parte dell’articolo

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