Il regista e l’attrice Stefania Blandeburgo alla guida di un laboratorio realmente aperto a tutti. Nel silenzio delle istituzioni

Una società che si espone per l’abbattimento delle frontiere e la tutela dei diritti umani non può sottovalutare i muri del pregiudizio che si ergono all’interno dei quartieri di una stessa città. È questo il messaggio lanciato dall’attore e regista Gigi Borruso che ha visto nella sperimentazione di un laboratorio teatrale un riscatto sociale per il quartiere palermitano Danisinni. 

«Chiamiamolo sociale ma è sempre teatro. Il DanisinniLab – ha spiegato Borruso – è un’attività che, proprio nel confrontarsi con il pubblico, permette davvero di riconoscersi attraverso lo sguardo dell’altro». 

La prima sfida lanciata nel quartiere è stata confrontarsi con il testo dell’Antigone di Sofocle che, nonostante provenga da secoli remoti, riesce a far dialogare ancora gente di ogni dove e di qualsiasi epoca storica. La tragedia si presta infatti a diversi approcci di carattere sociale: dal tema della famiglia alla relazione uomo-donna, dalla concezione di potere alla disobbedienza civile e al valore della coscienza. Antigone rivive nelle donne forti di un quartiere che sta rinascendo dopo un passato glorioso e decenni di degrado. Donne che reggono e proteggono la casa, che aiutano i loro ragazzi a studiare perché è quella l’unica strada per un futuro diverso. E ancora il mito di Antigone aleggia nella resistenza di chi ha lottato contro la chiusura degli avamposti delle istituzioni attive sul territorio: il consultorio e l’asilo nido, da anni luoghi di abbandono e desolazione. 

Il teatro quindi, in un quartiere già così vulnerabile, si propone come momento di riflessione e di confronto con la gente del luogo che in questo caso ha aperto le proprie case e trasformato le cucine in sale. Si intitola “Antigone casa per casa”, infatti, il progetto in via di sperimentazione che ha visto già la prima partecipazione di ragazzi e adulti e che ha riscosso un grande successo di spettatori.
«Molti mi dicevano che iniziare con Antigone sarebbe stato difficile – ha affermato Borruso – il tema invece è stato recepito perfettamente da uomini e donne e ragazzi del quartiere con una partecipazione commovente e straordinaria». 

Il gruppo, guidato da Gigi Borruso e Stefania Blandeburgo, è composto da elementi che vengono da ogni parte della città e si riuniscono a cadenza settimanale nello spazio loro dedicato dalla parrocchia per provare gli spettacoli. Tra i progetti in cantiere anche una nuova Antigone, stavolta riletta sul combinato dei testi di Sofocle e di Brecht nella personale interpretazione che ne fa Gigi Borruso. Nell’archivio della breve produzione inoltre il gruppo di attori ha già portato in scena “F174 nel mare di nessuno”, la tragica storia del naufragio conosciuto dalla cronaca come “la strage di Natale 1996”. 
E così, armati di entusiasmo e con qualche mezzo di fortuna, girano per le piazze per portare i loro spettacoli secondo il metodo del “cappello”. Borruso e la Blandeburgo non sono esattamente i primi  arrivati. Sono ottimi professionisti, con curriculum ed esperienza artistiche molto solide alle spalle. E quel cappello rivolto all’insù segna davvero il limite tra «chi è davvero interessato a fare qualcosa per il territorio oppure deve rispondere solo ad un tornaconto economico», per usare le parole di Gigi Borruso. 

È il sostentamento finanziario delle attività laboratoriali a mancare. «Alla fine del 2018 abbiamo avuto un aggancio con il teatro Biondo con direttore Roberto Alajmo che ci ha sostenuto per i primi mesi, e poi basta – ha raccontato –   da più di un anno, dopo il cambio di direzione, non siamo finanziati da nessuno. Camminiamo con le nostre gambe».
Nemmeno nel bilancio comunale sono state stanziate le esigue somme che avevano richiesto: «per sostenere le ore di laboratorio necessarie e un minimo per la produzione. Poi volevamo lanciare un festival di teatro sociale che avremmo chiamato Festival Antigone».

Non vuole creare polemica, Borruso. Tiene a precisarlo, perché «ho la mia dignità professionale, e poi perché credo nella giustezza e valore di quello che stiamo facendo. Se le istituzioni vogliono sostenerci io sono ben lieto, fermo restando che noi ci aspettiamo interventi dal basso. Non ci interessa la produzione del grande evento, ma avere cura di un lavoro che ha rapporto con il territorio e continuare con umiltà e con la consapevolezza di fare un lavoro gratificante e importante». 

«Le opere che portano al cambiamento non sono i grandi eventi, ma è il lavoro minuto a contatto con le persone e il laboratorio offre questa possibilità».

Conclude così l’artefice di un progetto lungimirante di svolta per il riscatto di un quartiere che testimonia come Palermo abbia bisogno solo di uomini che credono in quello che fanno, per il bene dell’intera comunità.

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