Gaetano Basile torna a parlare di Sicilia con il suo nuovo libro edito Flaccovio per accompagnare il lettore in una passeggiata che profuma di Oriente.

Pieno di curiosità, linguaggio chiaro e contenuto sfrontato: il nuovo libro di Gaetano Basile “La vita in Sicilia al tempo degli emiri” colpisce nel segno e trova nuove chiavi di lettura per parlare del mondo arabo in Sicilia, dalla vita nei mercati a quella sotto le lenzuola.  

Il racconto non si ferma soltanto allo sbarco sulle coste di Mazzara nell’anno 827, nemmeno alla religione o alle leggende, perché Basile entra nelle dimore degli uomini di quell’epoca, nell’harem, bussando alle porte di un passato che nessuno aveva avuto il coraggio di aprire. 

Gaetano Basile, palermitano doc, giornalista, ha scritto di Sicilia e di Palermo, ma anche di cucina e di cavalli. È un viaggiatore attento e l’incipit del suo libro esprime una dichiarazione di intenti chiara: «Per favore, non parlate mai di civiltà mediterranea». 

Il Mediterraneo non è mai stato mare di pace, secondo Basile, e nemmeno nostrum perché appartiene a tutti quelli che vi si bagnano, così è sempre stato: «Il Mediterraneo, prima ancora che un modo di vivere, è un modo di essere». 

In questo mare, infatti, tutto finisce per mescolarsi e apparire complesso e contraddittorio, con la Sicilia in mezzo, ad assorbire. Così fu per secoli. 

 Il libro è un susseguirsi di storie vere tratte dalle testimonianze dirette dei cronisti dell’epoca da Al-Nuwayri a Ibn al-Athir, da Ibn Idhari a Ibn Khaldun, di cui Basile ha studiato i documenti. 

Quello che salta all’occhio però è il capitolo sull’harem. È l’autore stesso, infatti, a sottolineare quanto sia stato poco trattato nella storia l’aspetto sessuale degli arabi, delle donne in particolare. Scrive della vita nell’harem, dei rapporti omosessuali, della necessità di una separazione fisica dei luoghi tra uomini e donne nella vita quotidiana perché “i timori per la lussuria femminile fanno paura”. Questo potrebbe dirla lunga sulla evoluzione dell’affermazione della donna in società nei secoli a venire. 

Il libro inoltre si arricchisce di preziose testimonianze orali rese per iscritto, come quella del testo delle cialòme (Aja mola), il canto dei tonnaroti durante la mattanza. Il nome deriva dall’arabo salam e dall’ebraico shalom, perché, si noti bene, la tonnara è frutto della genialità di musulmani ed ebrei. Canti cui si aggiungono quelli dei salinari, cioè i “coltivatori” di sale, in cui la raccolta e il trasporto dell’“oro bianco” sono stati sempre accompagnati da canti cadenzati, intonati dal capuvenna, che comandava la ciurma che così faceva la conta delle ceste piene del carico. 

Ogni singola pagina de La vita in Sicilia al tempo degli emiri” profuma di Oriente tanto da scovare anche che velature di fragranze usassero le donne sul corpo. “Gli arabi affermano che le donne che profumano di muschio sono portate alla malinconia, se di sandalo all’eccitazione, il tiglio invece placa gli impeti del cuore”. 

Prendono vita gli antichi mercati di Balarm, Palermo in arabo, come Suk al-ballarat, Ballarò e il Capo, in cui la popolazione multietnica formata da berberi, persiani, greci, ebrei longobardi,slavi, tartari e africani, si incontrava nella vita di ogni giorno. Tra le cronache del tempo anche la testimonianza di Ibn Hawqal che non mancò di criticare la sporcizia delle vie e degli abitanti assieme all’eccessivo puzzo di cipolle. 

A ripulire l’ambiente però ci pensavano le sorgenti, favara in arabo, che a quel tempo erano in abbondanza e il connesso sistema di distribuzione dell’acqua, frutto anche questo delle civili innovazioni dall’Islam. Resistono ancora i qanat scavati nell’arenaria e visitabili. 

La terra degli emiri raccontata da Basile è quindi il Dna del siciliano, perché contiene tutte le informazioni per definire le caratteristiche di un popolo che di arabo conserva ancora le radici più profonde.

 

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