Le ferie: storia del tempo libero come necessità e diritto

Con il termine “ferie”, l’enciclopedia Treccani definisce un periodo di riposo, di vacanza, festivo o no. Si tratta di un diritto irrinunciabile del lavoratore, previsto contestualmente a quello del riposo settimanale.

Una definizione che è generata dalla lettura di un comma dell’art. 36 della nostra Costituzione, nel quale si afferma che: Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Un diritto costituzionale che ha inciso in modo determinante sulle abitudini degli italiani, sviluppando e consolidando il concetto di ferie. Che, da fenomeno elitario e circoscritto alla nobiltà e alla borghesia, diventa di massa e coinvolge soprattutto una realtà della classe operaia, più solida con il miracolo economico che caratterizza l’Italia del dopoguerra.

Le ferie obbligatorie, collegate alla chiusura dell’attività di produzione delle industrie, si coniugano con lo sviluppo della motorizzazione e con la costruzione del sistema autostradale che ricuce l’Italia da nord a sud. Il “contadino”, che ha preso il treno per andare a lavorare a Torino o a Milano, afferma la sua posizione di “operaio” anche con l’acquisto della Seicento. E ad agosto, quando chiudono le fabbriche, carica famiglia e regali sull’auto e, con una lunga cavalcata autostradale, ritorna al paese d’origine per mostrare orgogliosamente il suo nuovo status sociale ai compaesani, sollecitando una sana invidia.

Uno scenario che muta nel decennio successivo. I genitori invecchiano e i figli diventano grandi: odiano passare le ferie al paese, preferiscono Rimini o altre località della riviera romagnola. Nel frattempo, il rito delle vacanze si rafforza, diventando un motore economico che plasmerà una nuova realtà sociale e relazionale. Ormai il mito delle ferie si è trasformato in consuetudine. La struttura produttiva italiana si adatta a questa realtà e rinsalda l’uso della chiusura totale dei cicli produttivi, che a cascata produce il blocco di tutte le altre attività. Un classico dei telegiornali di ferragosto degli anni ’70 era quello di mandare in onda immagini di città deserte, di strade urbane orfane di veicoli a motore, della difficoltà nel trovare un panificio aperto.

La definizione che leggiamo nella Treccani non può essere utilizzata per affrontare il tema delle ferie per il periodo anteguerra. Facciamo un passo indietro nel tempo: l’evento delle Feriae Augusti – festa strutturalmente pagana anche se bilanciata dalla Chiesa con quella della Madonna dell’Assunta – era totalmente ignorato dai siciliani del passato. I nobili e la borghesia ad agosto rimanevano nelle loro residenze cittadine, per spostarsi  nelle loro ville a maggio e a settembre. Unico diversivo ad agosto, in una città come Palermo, era quello di passeggiare al crepuscolo alla Marina, sulla riva del mare, gustando sorbetti, acqua con neve e zammù (anice), oltre alle limonate. I contadini e gli operai continuavano i loro ritmi di lavoro scanditi dai cicli produttivi stagionali e dalle richieste del mercato: nessuno pensava alle ferie come un diritto.

Un primo, organico tentativo di introdurre un concetto diverso del consumo del tempo libero fu effettuato durante il fascismo: quando l’Opera nazionale del dopolavoro, le corporazioni e il Ministero delle comunicazioni misero in atto un progetto che si imperniava sulla possibilità di utilizzare i treni per portare nei fine settimana gli italiani a visitare le città d’arte e frequentare località turistiche. Per raggiungere questi obiettivi si stabilì un programma di emissione di biglietti ferroviari a bassissimo prezzo e un controllo sulle tariffe praticate da osterie e trattorie in modo da prevenire speculazioni. Inoltre, si mise in cantiere una capillare e serrata propaganda rivolta a consolidare il concetto stesso di un consumo del tempo libero, collegato a nuovi concetti come quelli del rapporto con la natura (mare, montagna, sport) e con le città d’arte.

La pandemia che ha segnato questo 2020 ha nuovamente rimescolato le carte, alterando equilibri e colpendo duramente. Non certo il concetto di ferie, bensì il modo stesso di consumarle, il rapporto tra tempo libero e suo utilizzo, il come rapportarsi con il lavoro e, soprattutto, con il luogo dove materialmente esso si svolge. Ma questa è un’altra storia che meriterà di essere riletta.

In estrema sintesi, dalla rapida cavalcata fatta attraverso i secoli si ricava in modo netto la sensazione che il concetto di ferie non può essere codificato in quanto si diversifica nel tempo e nei luoghi, adattandosi alle mutazioni delle condizioni economiche e giuridiche. Proprio per questo abbiamo dedicato al tema uno speciale; ma il tema, com’è nella natura dell’Identità di Clio, va approfondito ulteriormente. Con l’aiuto dei “filosofi” affronteremo il concetto di otium, del rapporto dell’uomo con il “lavoro” che riserverà molte sorprese.

Buona lettura del nostro approfondimento!

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Ninni Giuffrida
Professore associato di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di palermo. La sua attività scientifica ha affrontato diverse tematiche di storia economica, politica e sociale che caratterizzano la proiezione mediterranea ed europea della Sicilia tra il XV e il XX secolo. Fra essi si segnalano i risultati di una indagine su la storia della finanza pubblica siciliana e su l’evoluzione e il funzionamento delle reti del credito. È autore di oltre 100 pubblicazioni in riviste scientifiche e di settore, tra le quali si segnalano: Considerazioni sul consumo della carne a Palermo nei secoli XIV e XV (Roma,1975); Grano contro Ebrei. Un'ipotesi per il riequilibrio della bilancia commerciale siciliana al momento dell'esodo (1492) (Palermo, 2006); Monografie: La Sicilia e l'Ordine di Malta (1529-1550) La centralità della periferia mediterranea (Palermo, 2006); La finanza pubblica nella Sicilia del ‘500 (Caltanisetta-Roma, 1999).

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