Con la riedizione del documentatissimo lavoro di Orazio Cancila, storico di razza, un “ritratto di famiglia” libero dalle drammatizzazioni romanzesche

Non è semplice seguire Orazio Cancila nel suo complesso e documentatissimo lavoro, soprattutto se non si dispone di tutte le competenze necessarie per immergersi nella fitta trama che racconta le vicende di casa Florio. Una dinastia imprenditoriale, come la definisce l’autore, attraverso quattro generazioni e della Sicilia che passa dalla tutela inglese dei primi anni dell’Ottocento agli anni del fascismo.

A volte riesce veramente difficile seguire le minuziose vicende amministrative e contabili di cui dà conto l’autore, i vorticosi giochi di borsa, i dibattiti nei Consigli di amministrazione delle banche, la compravendita di azioni che videro a protagonista soprattutto l’ultimo Ignazio (1868-1957), colui che portò alla rovina – per motivazioni soggettive e oggettive – la famiglia e le aziende che le generazioni precedenti avevano costruito e posto al centro dei mutevoli scenari dei mercati siciliani, italiani e internazionali.

Cancila è storico di razza e non romanziere, studioso che, anche se palesa una certa vicinanza a Ignazio, adopera nel suo lavoro un tono asciutto e sobrio, al limite della freddezza dell’anatomopatologo. Scevro dalle drammatizzazioni tipiche degli orditi romanzeschi, conferma in questa sua ricerca il rigore scientifico che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare in tutta la sua vasta produzione nella quale le vicende familiari, personali o di un paese sono pienamente inserite in contesti di più largo respiro. Lungi dal seguire le sirene del sensazionalismo e del sentimentalismo, il nostro offre al lettore un’opera che, se pur non inedita (essa è infatti la II edizione di un libro apparso nel 2008 per i tipi della Bompiani), è l’ideale prosecuzione, completamento e approfondimento di suoi lavori precedenti (in particolare, Palermo, apparso nella collana laterziana della Storia delle città italiane – 1988- e sempre della Laterza, Storia dell’industria in Sicilia – 1995). Nei quali la dimensione familiare dei Florio faceva parte di un più vasto ordito che aveva a protagonista la città e un processo di industrializzazione dell’isola dai connotati particolari, dagli sviluppi inaspettati e dagli esiti negativi che avrebbero rimarcato la sostanziale perifericità della Sicilia rispetto alle dinamiche del capitalismo italiano di fine XIX secolo.

Come ogni recensione, anche questa segue il gusto e le competenze del recensore piuttosto che tutti i percorsi seguiti dall’autore per delineare l’ampio oggetto della sue ricerca. Ma – per evitare imbarazzanti paragoni con lavori molto recenti che agli occhi di una stampa poco attenta sembrano aver aperto uno squarcio nella storia economica e sociale della Sicilia palesando la presenza in essa di una misconosciuta dinastia di imprenditori e descrivendo un’isola in grado di venir fuori dall’arretratezza avendo in sé forze capaci di orientarne positivamente il destino (chissà perché e per colpa di chi venute meno a un certo punto al loro compito, ma Cancila lo sa e ce lo dice) – conviene ribadire la differenza tra un romanzo, costruito su fonti e su una letteratura non menzionate, e un’opera di carattere scientifico che si basa su complesse ricerche d’archivio. E su una densa letteratura che già aveva affrontato, a partire da Rosario Romeo, la parabola dei Florio, la questione dei nessi della storia siciliana con quella italiana, il problema della particolare (e poi mancata) industrializzazione dell’isola, il ruolo dei ceti dirigenti vecchi e nuovi nel promuoverne o meno la crescita economica.

Di conseguenza, conviene dare una lettura non superficiale alle pp. 371-375 ove Cancila ci mostra il contenuto della sua cassetta degli attrezzi e spiega al lettore su quali basi documentarie egli ha costruito il proprio libro. Cassetta che – se vogliamo – comprende anche l’imponente apparato critico che va da pag. 379 a pag. 442 e la ricca appendice documentaria sull’incremento nel tempo del patrimonio immobiliare dei Florio, che copre le pagine 443- 459. Come si suole dire in queste occasioni, un esaustivo indice dei nomi completa l’opera, preceduto da un utile albero genealogico che aiuta il lettore a districarsi fra le spesso fuorvianti omonimie, e gli fornisce un quadro sintetico e preciso delle tappe della scalata sociale dei Florio anche attraverso la pratica matrimoniale. Questo, alla fine e come ampiamente esplicato nel testo, rivela il comportamento da signore feudale e da aristocratico dell’ultimo Ignazio e dell’omonimo padre (il primo marito della celebre Franca Jacona dei baroni di San Giuliano e il secondo di Giovanna D’Ondes dei conti di Gallitano), specie nell’inseguire un matrimonio adeguato alla propria posizione e nel perseguire quella che i modernisti chiamano la strategia dell’apparenza, che passa dalla frequentazione dei luoghi della sociabilità aristocratica all’edificazione di una cappella funebre nel cimitero dei nobili.

Tutto ciò pone il problema di cosa significasse nella Palermo a cavallo tra XIX e XX secolo essere un borghese imprenditore e voler seguire, nello stesso tempo, i canoni di vita degli aristocratici. Certo, per Ignazio non è il caso di parlare di tradimento della borghesia, ma, che certi modelli risalenti a secoli ormai passati trovassero posto in Sicilia e negli stili di vita di gente arricchitasi con il commercio, l’industria e la finanza deve indurre a qualche supplementare riflessione.

Non è questo l’unico tema che Cancila, attraverso la storia dei Florio sottopone al lettore attento, ma anche una serie di questioni che concernono gli strumenti dell’ascesa di una famiglia, la sua capacità di cogliere le opportunità del mercato, la ricerca del sostegno delle autorità politiche o la sua possibilità di durare nel tempo sapendo cogliere i segni del mutamento in un contesto economico non limitato alla sola Sicilia.
Hanno sempre un grande fascino e aprono importanti spiragli di riflessione le vicende di casate che partite dal nulla toccano vertici inimmaginabili nelle generazioni successive al capostipite per poi declinare rapidamente. L’esempio dei Buddenbroock di Thomas Mann è forse quello più calzante per dare conto delle dinamiche ascensionali e discensionali di una grande famiglia in area germanica; esso ci parla dell’incapacità di adeguarsi, dei Florio come di altri, alle nuove necessità e di elaborare nuove strategie di presenza nel tessuto produttivo, commerciale, finanziario.

Si conferma con i nostri l’adagio secondo il quale era più facile arricchirsi che rimanere ricchi che occulta, però, il problema della continuità nelle aziende familiari in un contesto ove non era possibile galleggiare, ma ci si doveva muovere in continuazione per essere i protagonisti – per quel che concerne i Florio – della «Primavera siciliana» (p. 331) sbocciata in quella che alcuni hanno chiamato la «Palermo felicissima», definizione della quale il nostro dà conto nel suo lavoro sulla città ma che non condivide. Ma in che direzione e con quali prospettive muoversi?

Cancila riconosce che quello dei Florio fu un caso unico e irripetibile ed esamina le loro strategie imprenditoriali (non prive della necessaria spregiudicatezza) e le motivazioni delle loro scelte. E lo fa, come già accennato, con un’acribia documentaria encomiabile e con un apparente distacco che evita i toni agiografici e che, spesso, è contraddetto (ma potrei dire, arricchito) da giudizi nei quali, in prima persona, palesa i suoi convincimenti anche in relazione a questioni che attengono alla contemporaneità, non ultime l’indulgenza regionalista e la tesi del complotto nordista e governativo nei confronti di una Sicilia naturalmente ricca. Ma di questo parleremo alla fine.

Netto è anche il giudizio dell’autore nei confronti di comportamenti di Ignazio che denotavano una certa contiguità con la mafia: egli visse al riparo di sequestri ed estorsioni che colpivano esponenti del mondo politico e produttivo palermitano, sostenne candidati alle elezioni politiche che vennero eletti grazie al sostegno della mafia. Tenne alle sue dipendenze, alla villa dell’Olivuzza, il capo della cosca mafiosa della zona, ritenne che i processi e le azioni giudiziarie, specie quelle intraprese a seguito dell’assassinio nel 1893 dell’ex direttore del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo, fossero un modo per denigrare la Sicilia. Egli, scrive l’autore, sapeva bene come andavano le cose nell’isola e fece in modo di non entrare mai in contrasto con la mafia guadagnandosi il sospetto di «pizzicare un tantino di camorra» (p. 146). La sua non era una conclamata collusione con la mafia, ma faceva parte di un atteggiamento che denotava una disinvoltura politica che era stata praticata anche dal padre, l’omonimo Ignazio (1838-1891), e dal nonno Vincenzo (1799-1868) che avevano attraversato indenni la temperie rivoluzionaria del 1848, la fine del Regno delle Due Sicilie nel 1860 e l’avvento del Regno d’Italia.

I nostri furono sempre uomini d’ordine, benpensanti, universalmente stimati, capaci di adattarsi a tutti i governi, con i quali stipulavano convenzioni e dai quali ricevevano sovvenzioni. La comprensione nei loro confronti delle autorità politiche, quali si succedettero nel governo della Sicilia e dell’Italia, fu sempre scontata anche perché quelle sapevano bene cosa avrebbe significato un atteggiamento di indifferenza o di ostilità nei confronti dei Florio per quanto riguardava la gestione dell’ordine pubblico e il controllo sociale della parte della popolazione dell’isola che trovava sostentamento nelle occupazioni lavorative che essi offrivano.

Atteggiamento di benevolenza nei confronti di Ignazio ebbe anche il fascismo che a lui doveva la conquista del municipio di Palermo, come lo ebbero le banche, in special modo la Banca Commerciale che sostenne Ignazio, finché fu possibile, nelle sue iniziative e cercò di evitarne il dissesto finanziario. Insomma, lo Stato italiano pagò rilevanti costi per aver perseguito con tenacia il salvataggio di casa Florio che, negli anni venti e trenta del Novecento, si rivelava aleatorio.

Fatto è che il capitalismo italiano dei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo aveva bisogno del sostegno statale e merito del primo e del secondo Ignazio fu quello di essere riusciti a inserirsi nella nuova realtà nazionale e a perseguire sempre, pur non rinnegando mai la loro sicilianità anzi esaltandola, una dimensione italiana dopo essersi imposti sul mercato isolano.

La «favola meravigliosa», il «c’era una volta» con cui inizia la storia siciliana della famiglia, vede Paolo Florio (1772-1807), il bisnonno di Ignazio, abbandonare la qualifica di mastro, muoversi agevolmente sui circuiti isolani, intessere relazioni con Malta, Livorno, Trieste, Genova, importare droghe e porre le basi per la Ignazio e Vincenzo Florio (1814), laddove Ignazio era il fratello e Vincenzo il figlio, colui al quale fu riservata un’educazione adeguata che testimoniasse del mutamento di status da mastro (Paolo) a don, qualifiche che indicavano l’appartenenza a mondi inconciliabili anche se, argutamente, Cancila ricorda che Verga avrebbe parlato di mastro don Gesualdo. Vincenzo diede un impulso nuovo alla propria attività e, pur mantenendo l’aromateria risalente al 1798, ampliò notevolmente il panorama delle proprie attività passando dal commercio al dettaglio a quello all’ingrosso.

Anche su questo punto della vicenda biografica dei primi Florio conviene soffermarsi per qualche riflessione. La Sicilia sulla quale essi muovevano con crescente autorevolezza i propri passi era quella sotto protettorato inglese, inserita in un panorama commerciale e produttivo dinamico al quale faceva da sfondo un mercato ben più vasto di quello limitato ai centri costieri della Sicilia e della Calabria raggiungibili col piccolo cabotaggio o, al limite, a Napoli. Le opportunità che si offrivano a chi avesse voluto rischiare erano molteplici, ma – come ben sappiamo – esse andavano colte e ogni azione andava inserita in una strategia che tenesse conto del contesto politico entro la quale poteva svilupparsi e della eventualità che questo mutasse.

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La crisi determinata dalla fine del protettorato inglese sulla Sicilia ben presto si allontanò, anche grazie alla pace con la Francia, il che significava una ripresa o –nel caso – un incremento dei traffici con Marsiglia, e ai trattati del 1816 con le Reggenze barbaresche che resero più sicura la navigazione nel Mediterraneo o, infine, alla politica doganale borbonica che ridusse le tariffe sul naviglio che trasportava merci nazionali.
Cogliendo le prospettive di crescita che si aprivano, non ultime quelle derivanti dalla possibilità di subentrare a concorrenti che la crisi aveva spazzato via, Vincenzo cominciò a diversificare la propria attività e ad impegnarsi nel mondo della finanza (eresse un Banco che erogava prestiti anche agli aristocratici incapaci di rendere produttivi i loro immensi possedimenti) e della navigazione e a inserirsi gradualmente nel commercio internazionale esportando all’estero i prodotti siciliani, non ultimo lo zolfo, e importando stoffe, cuoi, rame, libri per il trasporto dei quali noleggiava interi bastimenti.

Se a tutto ciò aggiungiamo il potenziamento dell’aromateria, autorizzata a vendere anche i medicinali, e l’inserimento nella gestione di alcune tonnare, possiamo comprendere quale fosse la forza economica che acquisì Vincenzo, ormai ritenuto uomo «ricco e di sperimentata probità». Giudizio che – tuttavia – faceva il paio con quello che in lui vedeva un «facchino fortunato», oggetto di strali da parte dell’aristocrazia (che a lui si rivolgeva per ottenere prestiti) e degli intellettuali che le vicende della rivoluzione separatista del 1848 avevano costretto all’esilio.

Torneremo a breve su Vincenzo, qui ci fermiamo un attimo per porre all’attenzione del lettore di queste note il tema della diversificazione. I Florio conobbero con Vincenzo una disordinata attività di crescita che comportava, con il potenziamento dei settori tradizionalmente coltivati dalla casa, il perseguimento di una logica aziendale tesa a creare industrie e opifici che, accompagnati allo sviluppo di attività finanziarie, si sostenevano l’un altro. Secondo un’accreditata interpretazione, il carattere polivalente e non specializzato dell’attività costituiva i limiti più evidenti dell’imprenditoria meridionale perché determinava la dispersione orizzontale dei capitali e ritardava processi di verticalizzazione produttiva. Questo però non avvenne – almeno per Vincenzo – che, scrive Cancila, «riuscirà a sviluppare una coerente logica aziendale di integrazione verticale sull’asse droghe-vino-zolfo-tonno-navi-fonderia» (p. 52).

Vincenzo aveva le capacità e i saperi per perseguire quella logica: aveva lungamente viaggiato in Italia e all’estero e disponeva di una solida rete di relazioni nazionali e internazionali, era affiliato alla massoneria e, soprattutto, era in grado di leggere le dinamiche della società siciliana all’interno della quale tentava di primeggiare ancora l’aristocrazia, benché fortemente indebitata e bisognosa di prestiti, costretta ad alienare molti suoi beni sui quali ponevano le mani non solo i gabelloti ma anche coloro che disponevano di capitali, apparentemente per sovvenzionarla, in realtà per impadronirsi dei suoi beni.

Vincenzo si mosse a proprio agio e con spregiudicatezza su tale scenario accompagnando, si può dire, molti aristocratici verso la loro definitiva emarginazione e ponendo le mani anche su importanti frazioni del patrimonio degli enti ecclesiastici, sottoposti allo stesso processo di depauperamento che vivevano le già influenti casate nobiliari dell’isola.

Era, quello che allora stava vivendo la Sicilia, un vorticoso processo di rimescolamento delle carte che favoriva uomini che avevano i capitali e la capacità di approfittare della debolezza economica dei tradizionali ceti egemoni, anche se è da verificare se i conseguenti mutamenti di titolarità delle proprietà favorissero nuovi metodi di conduzione delle terre. Egli seppe volgere a proprio favore anche i rapporti con Beniamino Ingham (1784-1861), che per lui fu il modello di un imprenditore che riusciva a coniugare commercio, industria e banca. Ingham, definito «il Creso inglese di Sicilia», aveva cominciato dal nulla e aveva sviluppato una rinomata attività enologica a Marsala per poi passare a quella armatoriale e a speculazioni fondiarie che avevano toccato financo New York. Prepotente e spregiudicato quanto bastava, Ingham divenne un modello per Vincenzo prima di trasformarsi – ai tempi del di lui figlio Ignazio – in un concorrente e avversario.

Avaro, usuraio e «anima di fango», secondo l’impietosa definizione che ne diede Pasquale Calvi, Vincenzo fu in realtà colui che fece fare alla famiglia il decisivo salto di qualità. Introdusse nuovi sistemi nella gestione delle tonnare e nella conservazione del tonno, costruì uno stabilimento enologico presso Marsala, approfittò dell’esplosione dell’industria dello zolfo per assumere la gestione di numerose zolfare, finanziò le imprese altrui e si dedicò all’industria del cotone. Nel settore siderurgico, che vide anche l’impianto della Fonderia Oretea che doveva fungere da supporto alle sue attività armatoriali, si palesarono tuttavia tutte le debolezze del sistema industriale siciliano: produzione scadente, inadeguatezza della forza lavoro, necessità di importare manodopera specializzata dall’estero, scarsa disciplina al sistema di fabbrica, assenza di macchinari moderni, bassi salari, difficili relazioni con gli operai, esasperazione delle tensioni sociali, posero fine all’impegno dei primi Florio nella sericoltura e nell’industria cotoniera nonostante l’impegno di Ignazio senior a che dalla sua tessoria (chiusa nel 1878) uscissero prodotti in grado di competere con quelli di altre parti d’Italia.

Potremo continuare ad elencare, seguendo il racconto di Cancila, le altre iniziative imprenditoriali nelle quali si tuffarono i Florio, compresa una fabbrica di porcellane, ma il quadro sarebbe senz’altro incompleto se non ricordassimo il grande impegno della casa nel mondo della navigazione che fu quello, forse insieme all’industria del tonno, che le diede ricchezza e che poi ne determinò il ridimensionamento e la crisi definitiva.

Con l’esperienza di una flottiglia impegnata in traffici di piccolo cabotaggio, Vincenzo si impegnò a costruire una flotta di velieri e poi di navi a vapore (la Società dei battelli a vapore siciliani) che inizialmente copriva le tratte tra la Sicilia, Malta e Napoli, poi assunse il servizio postale marittimo tra l’isola e il continente ricavandone profitti che servivano a finanziare le sue altre attività. Ben il 44% delle azioni della società (il cui capitale era per i 3\4 nelle mani di siciliani) erano appannaggio dell’aristocrazia titolata, anche se Cancila sottolinea come tale presenza non debba essere sopravvalutata in quanto tra i titolati vi erano molti nobili di recente origine, spesso con un passato da negozianti.

@Mike Palazzotto

Quello che va rimarcato, invece, è il costante appoggio che il Florio ebbe dal governo borbonico (il che può anche spiegare il suo comportamento politico alquanto tiepido, ai limiti della disinvoltura, nelle temperie del 1848 e del 1860) sotto forma di contributi e di concessione del monopolio su alcune tratte e, successivamente, dal nuovo Stato italiano. Il «Briareo siciliano» (tale definito dal periodico napoletano La Patria) ormai aveva fatto dimenticare «il facchino fortunato». Egli pensava ad un’unica compagnia marittima postale italiana e, progressivamente, mise su una flotta che per tonnellaggio e modernità era superiore a quella di Rubattino che, all’inizio degli anni ottanta si fuse – con l’appoggio del Credito Mobiliare – con la flotta gestita dal figlio Ignazio dando vita alla Navigazione Generale Italiana (NGI).

Tonnare, stabilimenti enologici, industrie chimiche e tessili, commercio all’ingrosso, fiorenti attività finanziarie, assieme alla società di navigazione, furono il lascito di Vincenzo, nominato nel 1864 senatore del Regno, a Ignazio. Con costui continuava l’ascesa della casa, non solo dal punto di vista imprenditoriale ma anche sociale, visto che egli sposò Giovanna D’Ondes Trigona, dei conti di Gallitano. Egli, a differenza del padre, non intraprese nuove attività, ma consolidò quelle già in essere dando loro, tuttavia, un tono diverso, anche perché diversa era la situazione economica del Regno d’Italia negli ultimi decenni del XIX secolo. Tra i grandi capitani d’industria del tempo, seppe utilizzare la sofisticata istruzione ricevuta e le sue conoscenze a livello nazionale ed internazionale per sviluppare al meglio i propri affari rispondendo positivamente anche alle sollecitazioni politiche che gli giungevano da Crispi e da Depretis e da un numero cospicuo di deputati che egli non si esimeva dal finanziare.

Il potenziamento dell’attività commerciale all’ingrosso, l’acquisto di latifondi cerealicoli e delle isole Egadi (delle quali divenne quasi un signore feudale) con le loro tonnare, lo sviluppo dell’industria zolfifera, che consentiva ancora cospicui guadagni, del polo enologico di Marsala e del settore della navigazione, sul quale diremo qualcosa a breve, fecero del suo il maggior complesso industriale italiano e di Ignazio l’uomo più ricco di Palermo, colui che incarnava le prospettive di sviluppo della città e dell’isola intera.

Egli frequentava la jeunesse dorée e le belle donne, aveva completato l’acquisto della prestigiosa villa dell’Olivuzza, con annesso parco, nella quale si era soffermato pure lo zar Nicola I, conduceva una vita mondana che non intralciava l’attività imprenditoriale che raggiunse l’apice – come già accennato – con la creazione della NGI, che espulse dal mercato dei noli marittimi tutte le altre società, italiane o straniere. La flotta della compagnia raggiunse le 90000 tonnellate contro le 118000 dell’intera flotta mercantile italiana consentendo ad essa di entrare col suo peso nell’affare dell’emigrazione transoceanica e del trasporto in Africa orientale delle truppe impegnate nelle guerre coloniali. L’Italietta degli anni ottanta, quella di Depretis e Crispi, che stava percorrendo la strada per inserirsi a pieno titolo nel novero delle grandi potenze europee, aveva anche in Ignazio un suo protagonista.

Ma la crisi economica degli anni Novanta ridimensionò le velleità dell’Italia, il protezionismo doganale, favorendo l’industria del Nord e il latifondo del Sud, accentuò le disparità tra le due parti del paese e portò – tra l’altro – all’emarginazione della Sicilia e al declino di casa Florio.

La morte di Ignazio senior nel 1891 – sottolinea Cancila – fu una vera sciagura per Palermo e costituì uno spartiacque decisivo per la famiglia. Il successore, Ignazio junior, era troppo giovane per muoversi con autorevolezza nel mondo degli affari e dell’industria, la diversificazione che aveva favorito il padre e il nonno si rivelò deleteria e controproducente, intraprendeva iniziative che non andarono a buon fine e si segnalò per le folli spese con le quali sosteneva il suo tenore di vita. Situazioni oggettive si sommarono a responsabilità personali, basti pensare che egli non riuscì ad approfittare della Grande Guerra che pure fu occasione di crescita per altri imprenditori. Eppure, nonostante le crescenti difficoltà, vi erano ancora forti possibilità di una sua ripresa.

Il personaggio era complesso: l’ultimo Ignazio seguiva i codici comportamentali dell’aristocrazia ma, a differenza dei suoi predecessori, partecipò alla vita politica del tempo, a livello nazionale, regionale e cittadino (anche inquinando con sovvenzioni ad alcuni candidati i risultati elettorali), creò un giornale (L’Ora con Edoardo Scarfoglio come direttore) che seguì una linea sicilianista e meridionalista, appoggiò strumentalmente le rivendicazioni dei lavoratori guadagnandosi l’accusa di aver fomentato scioperi e violenze per ottenere dal governo sovvenzioni per le sue aziende, a cominciare dalla NGI, fu un raffinato mecenate e un attivo filantropo.

Ma il clima era cambiato sin dai tempi del terzo governo Giolitti (1906-1909), che si sforzava di ridurre l’influenza dei monopoli privati sullo Stato, quando le difficoltà che incontrava l’impero aziendale di Ignazio divennero sempre più difficili da risolvere. Un impero che, lo ricordiamo, era troppo diversificato e troppo dipendente dai finanziamenti del governo e delle banche che acquisirono progressivamente i pacchetti azionari delle sue imprese. Ignazio, dopo una lunga battaglia, ottenne contributi statali per creare un nuovo cantiere navale a Palermo, della cui utilità erano in molti a dubitare. Egli, si disse, aveva costruito un monumento a se stesso, una creatura incapace di vivere di vita propria; il cantiere ben presto fu acquistato dalla Terni, il che sancì l’uscita definitiva dell’imprenditoria palermitana da settori qualificanti della cantieristica e della siderurgia. Il patrimonio azionario della NGI si svalutò celermente. Iniziarono, di conseguenza, le vendite a cominciare da quella dello stabilimento enologico di Marsala che costituiva la cassaforte per finanziare e sostenere altre iniziative.

Non seguiremo Ignazio nella catastrofe della sua casa, nei numerosi tentativi di salvataggio che misero in atto la Banca d’Italia, i vari governi che si succedettero compreso quello fascista, e che alla fine portarono Ignazio – ipoteca dopo ipoteca, vendita dopo vendita, lottizzazione dopo lottizzazione – a impegnare pure il suo fermacravatta e i gioielli della moglie. Vi era chi ricordava le benemerenze dei Florio e pensava che egli dovesse essere aiutato, ma vi erano anche coloro che lo accusavano di aver sperperato l’immenso patrimonio di famiglia, di non voler adattarsi ad uno stile di vita più morigerato, di aver fatto del bene ma di aver provocato danni che erano ricaduti sull’intero tessuto sociale e produttivo palermitano e siciliano.

Ignazio aveva perso la credibilità dei facchini suoi predecessori, la notoria rispettabilità che gli veniva riconosciuta dalle banche che avevano il suo patrimonio in amministrazione controllata, era solo una formula vuota che non nascondeva «la poca fiducia nel nome» (p. 355).

Nello spazio di tre generazioni si era passato dal costruttore di una fortuna al suo distruttore: Ignazio non riuscì a rimanere ricco, complice forse anche la moglie Franca, definita la più bella donna d’Europa e, nei tempi d’oro, animatrice della Belle époque palermitana.

Cancila non esita a ricordare che quella dei Florio è una storia che non si svolge in un Sicilia separata dal contesto economico nazionale, anche se certe debolezze strutturali non furono sanate dal nuovo Stato unitario, e che va inserita entro il quadro delle trasformazioni che stava vivendo il capitalismo italiano. Non c’è nessuna traccia di un presunto antimeridionalismo nelle scelte di governi e banche di tenere sotto controllo Ignazio, nessun alibi può essere accampato circa una congiura del Nord contro il Mezzogiorno e la Sicilia.

All’isola, emarginata dalla nuova dislocazione del capitalismo italiano, non giovava certamente il sicilianismo, ideologia conservatrice che compattava un blocco interclassista che andava dai clericali ai socialisti (controllato nelle urne dalla mafia) e che si esprimeva a favore di Florio, quasi fosse un campione dello sviluppo economico dell’isola, naturalmente ricca, bloccato da quelli che oggi si chiamerebbero i poteri forti. A Ignazio faceva comodo quest’alibi, ma non poteva sapere che «ancora oggi a Palermo, anche in ambienti colti, si è convinti che il crollo del suo impero sia da attribuire alle ostilità dei vari governi, protettori del Nord a danno del Sud, e quindi a danno dell’industriale più rappresentativo dell’isola» (p. 210).

Il dibattito nel consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia che portò alla irrimediabile condanna di Florio e alla decisione di quell’istituto di non salvarlo, a meno che non si volesse fare beneficenza, dimostra a piene lettere come la tesi del complotto nordista e governativo contro Florio e la Sicilia non fosse ancora stata inventata (p. 357).

Eppure, «così va la vita a Palermo» (p. 117) e, forse nell’intero Mezzogiorno ove oggi movimenti neoborbonici diffondono l’immagine di una porzione d’Italia la cui prosperità avrebbe avuto fine con l’invasione dei piemontesi  

 

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