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San Gennaro e il Vesuvio

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Nel recente dibattito, rimbalzato anche sui media, circa la pertinenza ‘cittadina’ del tesoro di san Gennaro e in cui sono scesi in campo il Sindaco e un ex sindaco a difesa del patrimonio simbolico di culti, e non solo, della città di Napoli, pochi hanno ricordato come il potere taumaturgico attribuito a s. Gennaro si accentri soprattutto sul suo il ruolo di protettore della città dai rischi del Vesuvio.
Tutto cominciò con la grande eruzione del 16 dicembre 1631 quando, a poche ore dalle prime esplosioni del vulcano, sotto la densa coltre di cenere caduta sulla città, per ordine del viceré conte di Monterey furono fatte sfilare in processione le preziose reliquie del sangue e della testa del Santo conservate in cattedrale.

Alla processiosan gennarone, indirizzata verso la chiesa di S. Maria del Carmine, parteciparono il Viceré, gli alti dignitari del clero locale ed esponenti di spicco del Consiglio Collaterale, ma non l’arcivescovo, il cardinale Francesco Buoncompagni, giunto a Napoli la notte precedente via mare da Torre del Greco e in quel momento – come qualcuno ebbe a malignare – a letto con la febbre a causa dello spavento provato. Il 18 dicembre, quando ormai il collasso del cono vulcanico aveva già sepolto tutto il territorio compreso tra Torre del Greco e Torre Annunziata sotto una immane colata di lava e di fango, e danni ingentissimi si erano registrati pure a Resina, Portici, S. Giorgio e perfino nei paesi ubicati alle spalle del monte Somma, i napoletani si strinsero di nuovo intorno alla devozione per le reliquie del loro santo patrono. Questa volta tutta la città, in tutte le sue componenti istituzionali e cetuali, si ritrovò unita in un medesimo afflato religioso. Alla processione diretta verso S. Maria di Costantinopoli parteciparono, infatti, sia il cardinale che il viceré, il clero del capitolo cattedrale e gli eletti della città, la nobiltà titolata e i membri del Collaterale, tutti gli Ordini religiosi e una sterminata folla di fedeli molti dei quali a piedi scalzi e in abito penitenziale, le braccia cinte da funi e il capo coperto da una corona di spine.
E s. Gennaro fece il miracolo. «Era pioggia continua – riferiscono tutte le cronache dell’epoca – e l’aere quasi oscura per le ceneri. In arrivare però le reliquie alla porta grande [del Duomo] nell’uscita comparve sopra di esse un raggio di sole e da molte persone devote sopra detta porta fu veduto in abito pontificale S. Gennaro che benediceva il popolo, onde da essi fu gridato: “Miracolo, miracolo, s. Gennaro, s. Gennaro”».
Da allora osservatori e devoti, religiosi e studiosi, letterati e artisti, tutti concordarono nell’attribuire al potere taumaturgico di S. Gennaro la fine dell’attività eruttiva del Vesuvio. Fino alle soglie del XX secolo il 16 dicembre, anniversario dell’inizio della catastrofica eruzione del 1631, è stato celebrato come festa del patrocinio del Santo sulla città e in queste vesti e in questo ruolo s. Gennaro ha continuato ad essere presentato alla venerazione dei fedeli nel linguaggio figurativo e narrativo delle grandi pale d’altare e della predicazione dei religiosi. Furono gli eventi del 1631 a fare di s. Gennaro il Santo di Napoli per eccellenza, il «defensor civitatis» in tutte le calamità pubbliche o di ordine naturale che la città ha conosciuto. Ed è questa valenza ‘cittadina’ e ‘pubblica’, sempre e unanimemente attribuitagli, che ha finito col costituire l’elemento connotativo del culto per s. Gennaro e della religiosità dei napoletani.
E i napoletani – si sa – sono anche alquanto superstiziosi …

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