Il romanzo d’esordio di José Vicente Quirante Rives

Frammenti di un discorso amoroso intorno a Napoli, alla sua cultura, al suo mondo ricco di arte e di personalità intellettuali di rilievo internazionale. Ma anche frammenti di un discorso amoroso intorno al libro, considerato come oggetto del desiderio, per la sua fattura, per la nostalgia verso i caratteri bodoniani, per la preziosa cura artigianale profusa da chi lo fabbrica.

È un romanzo sui generis quello di José Vicente Quirante Rives, Ombra e rivoluzione. Variazioni sul naturalista Domenico Cirillo (Napoli, Colonnese editore, 2020).

L’autore è personalità eclettica: avvocato, laurea in filosofia, direttore dell’istituto Cervantes di Napoli dal 2005 al 2010, editore, ha scritto tanto sui rapporti tra l’ex capitale del Regno e la Spagna, sulle influenze reciproche fra le due letterature. E questa sua ricca esperienza rifluisce nel suo romanzo d’esordio: il sapere e i saperi dell’autore – storia, letteratura, arte, architettura, medicina, botanica – sono fusi nella narrazione della Napoli illuministica e cosmopolita,  nel trio dei protagonisti: l’autore, il ricercatore, Domenico Cirillo.

Napoli non è un’astrazione, ma carne e sangue delle sue donne e dei suoi uomini, crocevia di rapporti ed esperienze culturali oltre i luoghi comuni. Domenico Cirillo, il botanico, il naturalista, l’illuminista massone che della fraternità e dell’assistenza ai malati e ai bisognosi fa il suo ideale di vita (ma che proprio a partire da questa esigenza abbraccia i valori repubblicani del 1799 e ne diventa una delle vittime sacrificali) parla attraverso la sua corrispondenza e i suoi rapporti con intellettuali di punta del tempo: Goethe, Cotugno, Serao, Gaetano Nicodemo e tanti altri. Particolarmente belle sono le pagine che raccontano l’incontro fra Goethe e Cirillo, la comune visione della trasformazione permanente della natura e degli uomini: “bisogna sempre ricominciare da capo”.

Romanzo storico sui generis, si diceva. Perché l’amore per il documento storico, un sentimento e una pratica costanti dell’autore, dialoga con l’attrazione per il mito classico, la trasfigurazione del sogno visionario. E questa miscela costituisce la cifra del romanzo di Quirante fino al punto da indurre l’autore a rappresentarla, sintetizzarla, contrarla nella scelta del titolo: Ombra e rivoluzione.
“Ombra” è termine che allude al tempo mitico, all’inquietudine onirica; “rivoluzione” è il tempo del progresso. Ma, come scrive Quirante, l’una è controparte dell’altro. Come il papiro di Siracusa essiccato, che avvicina a Platone e fa rivivere l’antichità per mano del supporto che ha permesso la trasmissione della conoscenza: “il materiale su cui viaggia il miracolo della Grecia, di cui è figlia Partenope, la Magna Grecia, il Regno intero” (p. 182).

La struttura narrativa non può che essere sospesa, frammentaria, priva di una trama lineare, di intrecci prevedibili, proprio perché fra il tempo dell’ombra e il tempo della rivoluzione c’è discontinuità, come non c’è corrispondenza tra sogno e realtà: eppure tutto si tiene e il lettore riconosce, nell’andirivieni temporale fra passato e presente, fra le vicende di Cirillo e le inquietudini del ricercatore contemporaneo in crisi di identità, i fili di una trama che si compone, scompone e ricompone.

Lo stile di Quirante rispecchia la struttura narrativa. L’autore non nasconde il gusto per un linguaggio che rende vivo e attuale il personaggio storico. La parola si fa arte, musica, filosofia, teatro: ed è calata in una dimensione cosmica. Il ricorso all’epistolario spesso originale, ma i cui termini sono attualizzati e resi più comprensibili, serve a dare la parola ai personaggi storici che si avvicendano sulla scena tumultuosa del Settecento napoletano. Non solo intellettuali ma persino il re Ferdinando IV che racconta l’utopia di San Leucio, fabbrica ma anche modello di vita: metafora dell’illusione-delusione provocata da un sovrano riformatore mancato.

L’esperienza della Repubblica napoletana del 1799 è sullo sfondo del romanzo. Quirante fa tesoro della lezione di Cuoco sui “due popoli” e richiama Il resto di niente di Striano. Ma non colpevolizza i patrioti perché il tempo del loro esperimento fu troppo breve per poter mettere a frutto tutte le sue potenzialità. Non nasconde la sua profonda ammirazione per l’integrità morale dei patrioti.

Quirante concede al lettore anche la conclusione da romanzo poliziesco. Il ricercatore, che ha percorso le tracce del naturalista napoletano, viene arrestato dalla polizia perché sorpreso a rubare l’opera originale, il Cyperus papyrus di Cirillo. E una punta di mistero è nelle sue ultime parole: “sono un ricercatore ma essere non è facile”.

Che potrebbe voler dire: non è facile il mio mestiere, ma anche è difficile essere ossia esistere.

 

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Aurelio Musi
Professore ordinario di Storia Moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno. Membro del direttivo della Società Salernitana di Storia Patria. Giornalista pubblicista. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica". Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell'età moderna, sul Mezzogiorno spagnolo, su problemi di metodologia e storia della storiografia. Ha fatto parte di organismi di ricerca internazionale (ESF, GISEM, ecc.)

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