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La strana morte del colonnello Mario Ferraro, agente del Sismi – Parte Prima

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Il colonnello esce per comprare il gelato alla moglie, poi ci ripensa e si impicca nel bagno

Il 16 luglio 1995 è una domenica e a Roma è una giornata particolarmente calda. Il tenente colonnello dell’esercito Mario Ferraro, dopo avere trascorso quasi tutta la giornata nella propria abitazione di via della Grande Muraglia Cinese 46, insieme alla compagna, Maria Antonietta Viali, verso le venti decide di uscire, da solo, per fare quattro passi, prendere un gelato e recarsi in tabaccheria per acquistare i suoi sigari che erano finiti. Appena esce dal portone di casa, la moglie, come dirà agli inquirenti, avverte degli strani rumori provenire dall’ascensore del palazzo e in particolare lo scatto della fotocellula della porta della cabina a intervalli regolari, per parecchi minuti, come se qualcuno stesse cercando di tenere aperta la porta dell’ascensore mettendo qualcosa davanti le cellule.

Dopo circa un’ora da quando il marito era uscito, la Viali che era rimasta nel terrazzo, rientra nell’appartamento chiama il marito ma senza ricevere risposta. Intravede però una  luce provenire dal bagno ed entrata vede il marito impiccato con la cinghia dell’accappatoio. Questa era lunga circa un metro ed era legata al tubo di un appendi asciugamano fissato al muro a circa un metro e venti dal pavimento. La situazione presenta subito, anche agli occhi di un profano, qualcosa di anomalo. Infatti sebbene il Ferraro sembri seduto a terra, il fondo schiena non poggia sulle mattonelle ma si presenta sospeso a circa dieci centimetri dal pavimento. Anche strano appare il modo con cui l’ufficiale si sarebbe tolto la vita. Se avesse deciso di suicidarsi sarebbe stato più logico che usasse la propria pistola.

Sul posto arrivano per primi gli agenti del commissariato di zona. E qui si verifica una prima anomalia. L’ispettore intervenuto, nel redigere il verbale poi trasmesso alla Procura, omette di evidenziare che Ferraro è un agente dei Servizi segreti, perché nel portafogli il Ferraro ha un tesserino di copertura della Polizia. Giungono anche in casa del Ferraro gli agenti del Servizio segreto militare che , come diranno in seguito, erano alla ricerca di materiale “classificato”. Non viene redatto nessun verbale delle attività svolte da tali agenti malgrado questi abbiano aperto cassetti e prelevato documenti.

La prima a non credere all’ipotesi del suicidio è proprio la moglie del Ferraro la quale, ancora di fronte al cadavere del marito e alla presenza del personale della polizia intervenuto nella casa esclama “Come ha fatto a suicidarsi, il portasciugamano è più basso di lui”. Ritornava inoltre alla sua mente un particolare di quel pomeriggio e cioè che il marito, prima di andare a letto, aveva chiuso la serranda della camera ma non quella del salotto che dava su un terrazzo accessibile dal balcone condominiale, ipotizzando quindi che qualcuno poteva essere entrato nell’appartamento. Dei dubbi sulla possibilità che Ferraro si fosse suicidato esprimeva anche il fratello Salvatore. Parlando infatti con i giornalisti dichiarava: “Ho trovato Mario seduto per terra, aveva una espressione serena non quella di un uomo che ha compiuto un gesto disperato. L’avevo sentito al telefono tre giorni prima. Era tranquillo, non aveva manifestato alcuna apprensione. Anche la moglie, parlando con i giornalisti affermava: “Mario negli ultimi tempi era preoccupato. Quando era uscito per il gelato, ho sentito strani rumori, ero sul terrazzo, provenivano dall’ascensore del palazzo: lo scatto della fotocellula della porta si ripeteva a intervalli regolari per parecchi minuti, come se qualcuno cercasse di tenere aperta la porta dell’ascensore. Mario non può essersi suicidato”. Sentiti i vicini nessuno aveva utilizzato l’ascensore a quell’ora.

L’indagine, avviata dalla Procura di Roma venne condotta dal p.m. Cesare Martellino, di turno la sera del fatto e dai  sostituti Italo Ormanni e Nello Rossi. In relazione alla omessa indicazione, nel rapporto inviato alla Procura, della qualità di agente del servizio segreto militare del Ferraro, vennero iscritti nel registro degli indagati per il reato di omissione di atti di ufficio, gli agenti del commissariato che  intervennero compiendo i prima atti. Dodici giorni dopo la morte del Ferraro la Procura decise di procedere per omicidio a carico di ignoti. Lo stesso Procuratore Capo dirà che si era trattato di un omicidio “vero e proprio”. Venne anche indagato per abuso di ufficio il generale Silvano Satta, capo della prima divisione del Sismi, che si era recato nella abitazione del Ferraro, e al quale venne contestata la sparizione dalla abitazione  di una agenda e di un telefono cellulare, poi recuperati qualche giorno dopo a seguito di un ordine di sequestro della Procura, e di una tessera di riconoscimento della Polizia di Stato utilizzata come copertura dell’agente. Il Satta si difese sostenendo che questi oggetti erano stati asportati in quanto di proprietà del Sismi e che ciò era stato dettato da una necessità di tutela del segreto dato che nell’agenda sarebbero stati segnati indirizzi e numeri telefonici di altri agenti segreti.

Sempre più convinta che si fosse trattato di un omicidio era la moglie del Ferraro che ai microfoni del TG3 disse: “Da un mese e mezzo Mario non era sereno perché sospettava di essere seguito e questo l’ho detto anche ai magistrati, Se aveva timori non me li ha mai trasmessi. Si sappia la verità. Io sono stata sola in questa battaglia. I magistrati hanno capito, sono stati tenaci. Spero si vada fino in fondo, il nome dell’assassino non si saprà mai”.

Sentita dai magistrati della Procura, oltre a ribadire la sua convinzione che il marito non si era ucciso, dichiarava di avere tranquillamente trascorso con lui la giornata di festa e di non avere notato nulla di strano nel suo comportamento : pochi minuti prima Ferraro le aveva chiesto di accompagnarlo a comprare un gelato e i sigari che fumava abitualmente invito che lei aveva declinato preferendo restare a casa. Certamente un comportamento non compatibile con chi aveva deciso poco dopo di uccidersi.

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Girolamo Alberto Di Pisa
Entrato in magistratura nel maggio 1971 è stato destinato con funzioni di Pretore, della Pretura mandamentale di Castelvetrano, (provincia di Trapani) zona ad alta densità mafiosa. Nel 1976 è stato trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Sostituto Procuratore dove, come componente del c.d. “Pool antimafia”, si è occupato prevalentemente di indagini e processi riguardanti la criminalità mafiosa e reati contro la pubblica amministrazione. Nel 2003 ha ricoperto l’incarico di Procuratore della Repubblica di Termini Imerese fino al 2008 anno in cui è stato nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala. Nel gennaio del 2016 è andato in pensione. Attualmente ricopre l’incarico di Commissario Straordinario del libero consorzio comunale di Agrigento.