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La strana morte del colonnello Mario Ferraro, agente del Sismi – parte Quarta

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Ma chi poteva avere interesse ad eliminare il colonnello Ferraro, l’agente, come si è visto, G-219? La velina di cui si è detto doveva essere distrutta dopo che Ferraro ne avesse riferito al suo capocentro a Beirut Stefano Giovannone, alias agente G216, cosa che evidentemente non fece conservandola e consegnandola ad Antonino Arconte, (agente G.271 postino dell’operazione) che ne risultò in possesso e alcuni anni dopo la rese pubblica. Il Ferraro quindi, fin dal 1978 era a conoscenza e verosimilmente in possesso, di un documento esplosivo che, ove reso noto, avrebbe avuto un effetto dirompente per impedire il quale si sarebbe potuta decidere l’eliminazione fisica dell’agente del SISMI  che intendeva utilizzare quel documento e altri documenti di cui era in possesso.

In proposito raccontò l’Arconte che nella primavera del 1995 Ferraro era molto preoccupato e aveva ricevuto delle minacce anche se non gli aveva spiegato il motivo. Gli aveva detto però che stava tentando qualcosa con delle vecchie carte che aveva raccolto nel corso degli anni. Gli aveva chiesto un incontro in quanto era sua intenzione consegnarli qualcosa, per cui avevano concordato di incontrarsi ad Olbia cosa che era avvenuta. Nel corso dell’incontro, in cui appariva particolarmente guardingo, l’Arconte aveva avuto l’impressione che Ferraro volesse ottenere qualcosa da qualcuno utilizzando la lettera che gli aveva consegnato il 13 marzo del 1978 a Beirut, aggiungendo che era in possesso di altri documenti che era riuscito a conservare allorquando si era reso conto “che c’era puzza di bruciato in quell’operazione a Beirut” Il Ferraro gli aveva anche detto che se non fosse riuscito ad ottenere ciò che voleva, avrebbe rivelato pubblicamente la sua appartenenza a Gladio.

Al termine dell’incontro gli aveva consegnato la lettera dicendogli di conservarla. Da quanto riferito dall’Arconte sembrerebbe intuirsi un proposito ricattatorio che Ferraro avrebbe avuto intenzione di effettuare utilizzando i documenti in suo possesso ove non avesse raggiunto l’obiettivo, peraltro non individuato, che si era proposto. Questa ipotesi trova conferma in quanto dichiarato in una intervista giornalistica dallo stesso Arconte il quale a proposito della morte del Ferraro ebbe a dire : “Poco meno di un mese fa lessi che lo avevano suicidato. Come puoi capire non ebbi dubbi che si trattasse di assassinio simulato da suicidio, anche senza conoscere le modalità di esecuzione, ma la stessa cosa accadde con Gardini, eppure…simulazione perfettamente riuscita, anche se maldestra. Qualcosa vorrà dire no? Anche lui (Ferraro n.d.r.) era stato oggetto di inchieste giudiziarie di tipo persecutorio ed intimidatorio…un classico!. Ma ha tentato di ricattare (anche se in maniera legittimata da tutta la situazione) coloro che pretendevano il silenzio e questo è stato un errore fatale : i morti non parlano”

L’Arconte inoltre aveva avuto la sensazione che il Ferraro volesse cambiare vita allontanandosi dall’ambiente dei Servizi cosa che dipendeva dalla realizzazione del progetto che aveva in mente. E a proposito della morte del Ferraro affermava : “Purtroppo lo rividi un mese dopo : una foto su un giornale. C’era scritto che era morto. Suicida. Io non ci ho mai creduto. Poi, figuriamoci un omone come lui…impiccato ad un portasciugamani del bagno di casa! Ho poi letto dei tanti sospetti che hanno circondato la sua morte. Io trovo impossibile che un uomo che sta pensando a cambiare per costruirsi una nuova vita, decida di ammazzarsi così”

L’Arconte inoltre nel ritenere non plausibile l’ipotesi del suicidio, nel corso dell’indagine suggerì una possibile ricostruzione della dinamica dell’eventuale omicidio. Come si è detto all’inizio, Maria Antonietta Viali, aveva ricordato che prima di andare a letto, subito dopo pranzo, il Ferraro aveva chiuso la serranda della camera ma non quella del salotto che dava su un terrazzo al quale si poteva accedere dal balcone condominiale. Aveva inoltre ricordato un’ altra anomalia riguardante la chiave dell’appartamento. Il Ferraro infatti, al suo rientro in casa, dopo avere chiuso a chiave la porta a doppia mandata, lasciava, per abitudine, le chiavi inserite nella serratura. Il giorno della morte invece, le chiavi di casa si trovavano dentro un cassetto. Avanzava quindi il sospetto che mentre era a letto con il Ferraro, tra le quindici e le diciannove, qualcuno potesse essere entrato nell’appartamento, prelevato le chiavi e fattane una copia.

Alla stregua di questi sospetti l’Arconte, in una intervista, ipotizzava che qualcuno, dopo essere entrato nell’appartamento dal terrazzo condominiale, avesse preso le chiavi e la cinta dell’accappatoio attendendo il Ferraro fuori dall’ascensore. Qui tre persone, quando era uscito per andare all’ascensore, lo avrebbero aggredito e dopo avergli stretto un cappio intorno al collo soffocandolo, lo avrebbero portato nel bagno appendendolo al portasciugamani, così facendo credere ad un suicidio.  Tale ipotetica dinamica potrebbe oltretutto spiegare quanto riferito dalla Viali di avere avvertito, appena il compagno era uscito dal portone, degli strani rumori provenire dall’ascensore del palazzo e in particolare lo scatto della fotocellula della porta della cabina a intervalli regolari, per parecchi minuti, come se qualcuno stesse cercando di tenere aperta la porta dell’ascensore mettendo qualcosa davanti le cellule. Naturalmente si tratta di una ipotetica ricostruzione che peraltro trova un certo qual riscontro in quanto dichiarato dalla Viali.

Aggiungeva l’Arconte che nessuna magistratura avrebbe potuto archiviare come suicidio una cosa simile, quella italiana si: “Noi in Italia abbiamo suicidi che si mettono la pistola nella cintura dopo essersi sparati. E altri che la poggiano sul tavolino all’uscita della camera dove si sarebbero sparati, senza toccare la pistola e usando guanti per evitare tracce di polvere che sono anche spariti, ma la magistratura corregge questi errori e archivia come suicidi ( il riferimento è al suicidio di Raoul Gardini n.d.r.) Poi i protagonisti di questi depistaggi fanno tutti carriere brillantissime. Uno è presidente della….non farmelo dire”

Una circostanza che desta qualche interrogativo è quanto scrive il giornalista Fabrizio Colarieti che si occupa prevalentemente di tematiche legate al terrorismo e al mondo dell’intelligence e secondo cui una fonte attendibile avrebbe confermato …”che non si sa bene a quale piano ( nello stesso palazzo del Ferraro n.d.r) e se fosse in uso al Sismi o al Sisde, nel corso della notte, quando la polizia aveva già abbandonato il palazzo e il corpo di Ferraro era già all’obitorio, alcuni agenti segreti avrebbero bonificato a fondo l’appartamento, svuotandolo completamente di ogni cosa e caricando tutto su un furgone. Gli 007, per compiere questa operazione, avrebbero atteso che tutto si fosse calmato. Per poi entrare in azione. Il motivo per cui quell’ufficio fu abbandonato solo poche ore dopo la morte dell’ufficiale, le identità degli agenti che operavano sotto copertura al suo interno….sono tutte domande che non avranno mai una risposta”.

Un accenno va infine fatto alle dichiarazioni di Stefania Ariosto, la famosa teste “Omega” dell’inchiesta che vide coinvolti Cesare Previti e Silvio Berlusconi per la corruzione dei giudici romani. Sentita dai magistrati che si occupavano della morte di Ferraro, raccontò che, nell’estate del “94”, mentre si trovava a bordo di uno yacht in navigazione all’Argentario, aveva sentito Previti, che allora era ministro della Difesa del governo Berlusconi, parlare della ristrutturazione dei servizi segreti e dire che vi era un certo Ferraro che gli stava creando dei problemi, aggiungendo che era un osso durissimo.

La Ariosto testimoniò che sullo yacht di proprietà di uno dei fratelli Caltagirone, Francesco Gaetano, c’era anche il presidente del Senato Carlo Scognamiglio che aveva ascoltato quel nome. Sia Caltagirone che Scognamiglio negarono però di avere partecipato ad una simile conversazione. Il presidente del Senato definì le affermazioni della Ariosto “un fatto destituito di ogni fondamento” mentre Caltagirone disse che poteva trattarsi di un “sedicente Caltagirone”. L’Ariosto comunque confermò la sua versione aggiungendo anzi ulteriori particolari ricostruendo meglio la conversazione tra Previti e gli altri ospiti.

Si è visto che l’inchiesta sulla morte del colonnello Mario Ferraro, agente del Sismi, si concluse con una archiviazione avendo ritenuto i giudici essersi trattato di un suicidio. Ma indipendentemente dalle risultanze  dell’indagine giudiziaria non può negarsi, avuto riguardo a quanto fin qui illustrato, che molte sono le zone d’ombra e gli interrogativi irrisolti che la vicenda pone e ai quali, probabilmente non sarà mai data una risposta.

In primo luogo desta delle perplessità la circostanza della omessa comunicazione all’Autorità giudiziaria, da parte degli organi di polizia che intervennero nella abitazione del Ferraro, della appartenenza di quest’ultimo al Servizio segreto militare così come analoga perplessità è data dall’immediato intervento di personale dei servizi e dalla sottrazione, da parte del generale Satta, Capo della prima divisione del Sismi, del cellulare, dell’agenda e di documenti del Ferraro che si trovavano all’interno della abitazione ; intervento ed attività certamente illegittime che agenti del Sismi non avrebbero potuto effettuare non potendo tale organismo svolgere attività di polizia giudiziaria. L’interrogativo che ci si pone è : perché tanto interesse e tanta tempestività da parte dei Servizi nell’acquisire quanto sopra?

Le stesse indagini condotte dalla Procura presentano dei punti che non possono non gettare delle ombre sulla morte del colonnello del Sismi ; intendo riferirmi alle risultanze dell’accertamento meccanico che stabilì che la cintura dell’accappatoio, utilizzata dal Ferraro per impiccarsi, non poteva sopportare un peso superiore ai cinquanta chili laddove il peso dello stesso era di 86 chili. Lo stesso dicasi per ciò che riguarda le risultanze dell’esame istologico che rilevò, attorno al collo, due segni distinti : uno rossastro e l’altro bianco il che può indurre il sospetto che i due segni potessero essere stati provocati da strangolamenti effettuati in tempi diversi. Sul contrasto tra questi accertamenti e le risultanze dell’esame autoptico e dell’esame tossicologico, che conclusero per il suicidio, nessuna motivazione è dato riscontrare nella richiesta di archiviazione e nel relativo provvedimento del GIP.

Il Ferraro, all’interno dei Servizi, si era creato parecchi nemici in conseguenza delle inchieste che aveva abusivamente condotto allorquando era in forza, nel periodo 1986-1987, all’ufficio interno di sicurezza, inchieste che avevano portato alla scoperta di gravi fatti di corruzione e alla incriminazione per peculato di due generali e di 7 ufficiali dei Servizi. Falco Accame dichiarò che il Ferraro aveva denunciato, all’interno del Sismi, la presenza di una vera e propria cupola mafiosa e lo stesso potrebbe essersi occupato dell’uso illegittimo dei fondi riservati, delle fonti inesistenti pagate dai Servizi, delle assunzioni clientelari, della mancata informativa all’Autorità giudiziaria di fatti illeciti e della copertura della vicenda Gladio di cui il Ferraro si era certamente occupato.

E che il Ferraro fosse un soggetto che creava problemi all’interno del Sismi, risulta da quanto testimoniato dalla Ariosto che aveva ascoltato, come si è detto, una conversazione tra Previti, allora ministro della Difesa, ed altre persone, tra cui Francesco Caltagirone e l’allora presidente del Senato Scognamiglio. Malgrado sia Caltagirone che Scognamiglio abbiano negato di avere partecipato ad una siffatta conversazione, non vi è ragione di dubitare della veridicità di quanto riferito e ribadito dalla Ariosto, ritenuta dai magistrati una teste attendibile.

Vi è poi la vicenda del documento classificato di cui si è detto da cui risultava che i Servizi, cioè Gladio erano a conoscenza, almeno 14 giorni prima, del fatto che Moro sarebbe stato sequestrato non informandone tuttavia né l’interessato né le Autorità competenti. Tale documento, che avrebbe dovuto essere distrutto, in realtà era rimasto in mano al Ferraro che, secondo quanto dichiarato dall’agente del Sismi Arconte, intendeva servirsene come arma di ricatto nei confronti di qualcuno ove non gli fosse stato consentito di realizzare un non meglio precisato progetto. E’ facile comprendere le conseguenze che  avrebbe provocato la diffusione di tale documento che, se comunicato subito dalla X Divisione, avrebbe potuto evitare il sequestro dell’onorevole Moro e la morte dei suoi agenti di scorta. Il documento venne reso noto dall’Arconte, a cui era stato consegnato dal Ferraro qualche mese prima della morte in occasione dell’incontro avvenuto ad Ostia e in occasione del quale il Ferraro aveva manifestato l’intenzione di avvalersi di questo e di altri documenti in suo possesso per finalità ricattatorie.

Non bisogna poi dimenticare che soltanto a seguito della perquisizione effettuata nell’abitazione del Ferraro in occasione della sua morte, quindi nel 1995, vennero rinvenute delle bobine da lui gelosamente custodite fin dal 1986  dalle quali emergevano gravi fatti corruttivi da lui accertati a seguito di indagini, peraltro illegittime, da lui effettuate. Non è da escludere quindi che anche di tali registrazioni intendesse avvalersi nella ipotizzata attività ricattatoria manifestata all’Arconte. Ed è significativo il fatto che il Ferraro muore poco tempo dopo avere manifestato all’Arconte questa sua possibile intenzione.

Come più volte riferito dalla compagna, da circa un mese e mezzo prima della morte, il Ferraro temeva per la propria incolumità, temeva di essere seguito ed intercettato ed aveva adottato e fatto adottare alla stessa tutta una serie di cautele richiedendole di essere sempre informato dei suoi movimenti. Ciò significa che lo stesso, proprio in quanto elemento appartenente ai Servizi segreti, era consapevole dei rischi che correva ed in grado di valutarne la serietà. Aveva poi scritto ai suoi familiari, come si è detto, nel 1986, una lunga lettera, acquisita agli atti dell’inchiesta, nella quale manifestava il timore di essere ucciso ; in particolare aveva manifestato la preoccupazione per la sua possibile missione a Beirut, che rischiava di essere un viaggio senza ritorno. In questa lettera, rinvenuta in casa del Ferraro e la cui calligrafia venne riconosciuta dalla Compagna Antonella Viali, oltre a parlare di questa missione segretissima a Beirut e dei rischi che comportava, il Ferraro descriveva il clima in cui operava, i rapporti con i superiori e con i colleghi, le sue paure.

In conclusione se numerosi sono gli interrogativi che la morte dell’agente dei servizi pone e gli indizi che fanno intuire chi potesse avere interesse alla di lui eliminazione,  trattandosi di una morte maturata nel mondo degli 007 fu difficile trovare tracce di quello che tenacemente sostenne Antonella Viali, compagna del Ferraro e cioè che non di suicidio si trattò ma di omicidio.

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