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La strana morte del colonnello Mario Ferraro, agente del Sismi – Parte Terza

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L’inchiesta giudiziaria si concluse con una richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto Nello Rossi (poi divenuto componente del Consiglio superiore della magistratura) nella quale si sosteneva che l’esito delle perizie disposte per accertare le cause della morte dell’ufficiale del servizio segreto militare non davano adito a dubbi che si fosse trattato di un suicidio dovendosi  escludere qualsiasi altra causa. Da accertamenti era inoltre emerso che Ferraro soffriva di depressione a causa della morte di una figlia e per la separazione dalla moglie, anche se era molto legato all’altra figlia. I familiari e la compagna di Ferraro sostennero tuttavia che il colonnello del Sismi non aveva alcun apparente motivo per togliersi la vita e il medico di famiglia, il dottor Stefano Silvestri, sentito dagli inquirenti, smentì che il Ferraro fosse in preda a depressione. Si affermava ancora nella richiesta di archiviazione che non avevano  trovato riscontro nemmeno le affermazioni di alcuni personaggi comparsi nella vicenda, fra i quali Stefania Ariosto, la teste “omega” dell’inchiesta milanese sulla corruzione al palazzo di giustizia di Roma e di Francesco Elmo, il faccendiere siciliano, che avevano riferito fatti riguardanti l’attività del Ferraro e di cui si dirà nel prosieguo. Il giudice per le indagini preliminari archiviò l’inchiesta il 1°ottobre 1999. Nessun omicidio. Nessuna istigazione al suicidio. Nessun complotto dietro la morte del colonnello Ferraro. Tuttavia, nello stesso provvedimento giudiziario la dinamica della morte viene definita comunque insolita e tale da destare perplessità anche se non erano emersi elementi specifici che potessero fare pensare a un delitto.

Per cercare di chiarire gli interrogativi che questa oscura vicenda certamente solleva e ciò a prescindere da quelle che furono le conclusioni della indagine giudiziaria, è opportuno esaminare quella che fu l’attività del Ferraro, quali gli interessi con i quali si era possibilmente imbattuto e scontrato e i personaggi, portatori di tali interessi, che potrebbero avere avuto interesse alla di lui eliminazione. Non vi è dubbio infatti che l’attività del Ferraro, quale agente del servizio segreto militare, si intreccia con delicate ed altrettanto oscure vicende della storia d’Italia.

Ferraro entra a far parte del Sismi, il Servizio segreto militare, nel 1980 proveniente dall’esercito. In precedenza operava a Beirut dove era distaccato. Si occupa prevalentemente di traffici internazionali di armi ed esplosivi e compie numerose missioni all’estero tra le quali, nel 1986, una missione di tre mesi a Beirut dove viene inviato per indagare su traffici di armi. Nel luglio 1995, poco prima di morire, avrebbe dovuto recarsi in Albania per indagare su un traffico d’armi tra l’Italia e questo Paese. Nessuno però riuscirà a sapere di cosa si trattasse.  Quando viene trasferito all’Ufficio Sicurezza ha modo di constatare le numerose attività sporche commesse dai suoi colleghi e proprio in questo periodo si rende conto delle faide interne al Servizio segreto, il che finisce con l’inimicargli parecchi appartenenti allo stesso Servizio. Negli anni 1994-1995 in lui cambia qualcosa. Appare preoccupato ed adotta tutta una serie di cautele indotte dal temere per la propria incolumità e dal ritenere di essere pedinato ed intercettato. Il 16 luglio, proprio il giorno della sua morte, aveva eliminato numerosi documenti bruciandoli e gettandoli in un grosso sacco della spazzatura.

A seguito di una perquisizione effettuata dai magistrati della Procura di Roma, nella abitazione del Ferraro e nel suo ufficio, venivano rinvenute e sequestrate delle bobine dal colonnello gelosamente custodite e dalle quali, una volta procedutosi alle trascrizioni, emergeva un giro di tangenti e di traffici illeciti ai quali ,oltre alla attività di controspionaggio, erano dediti altissimi ufficiali del SISMI. A seguito del rinvenimento e della trascrizione dei suddetti nastri, vennero indagati per concussione un generale e un colonnello già appartenenti ai servizi segreti militari che nel 1986 erano responsabili dell’ufficio direzione Telecomunicazioni. Le conversazioni erano state ricavate da una microspia che il Ferraro aveva piazzato nella cornetta del telefono dei due indagati e da intercettazioni ambientali. In quest’ultimo caso il Ferraro aveva occultato su di sé un microfono direzionale e facendo credere ai due colleghi che era un loro complice, li aveva incontrati in un bar raccogliendo in tal modo prove della corruzione e rendendo possibile la identificazione di tre imprenditori partecipi dei fatti corruttivi. Uno degli imprenditori ammetteva le proprie responsabilità. In sostanza, dalla indagine interna condotta dal Ferraro, era emerso che i due ufficiali avevano chiesto ed ottenuto la somma di 80 milioni da imprenditori che dovevano fornire al SISMI apparecchiature elettroniche per l’attività di spionaggio. I due Ufficiali infatti dirigevano la quinta divisione del SISMI che era quella che si occupava appunto di intercettazioni e dell’acquisto di apparecchiature elettroniche necessarie per lo spionaggio. Non vi è dubbio che questa indagine interna condotta dal Ferraro non dovette essere gradita ai vertici del SISMI anche perché le illegalità da lui scoperte  non vennero denunciate alla magistratura che su questo aspetto aprì una indagine convocando l’Ammiraglio Fulvio Martini che nel 1986 era il Direttore del SIMI, voluto dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Ma non era questa la sola indagine che il Ferraro aveva avviato dato che aprì anche un fascicolo su peculati, tutti sotto i cinquanta milioni, compiuti da sette ufficiali del SISMI, indagine che gli procurò contrasti con gli ufficiali che erano stati inseriti da Martini in molti posti chiave della struttura. Queste indagini vennero effettuate dal Ferraro in quanto facente parte della Direzione controllo sicurezza interna che aveva come compito istituzionale quello di vigilare sulla attività degli appartenenti al Servizio. Questo ruolo e le indagini di cui si è detto certamente gli procurarono molti nemici.

Venne avanzata dagli inquirenti l’ipotesi secondo cui Ferraro avrebbe scoperto dei traffici con l’Albania in cui sarebbero risultati coinvolti funzionari di pubblica sicurezza e poliziotti medici, indagine che lo avrebbe portato a violare i registri e gli archivi della polizia. Il Dipartimento di pubblica sicurezza tuttavia smentì qualsiasi indagine su appartenenti alla polizia e qualsiasi rapporto con Tirana. Un dato però è certo e cioè che il Ferraro era direttore della sezione addetta al controllo dei flussi migratori con i paesi a rischio ed aveva concentrato la sua attenzione sul movimento di clandestini tra Valona e Durazzo ed è noto che nel traffico di immigrati talvolta si inseriscono traffici ed interessi di altro genere. Da una inchiesta condotta da Mixer, andata in onda il 4 marzo 1996, emergeva che il Ferraro stava indagando su un traffico di armi per 4500 miliardi di vecchie lire tra l’Italia e alcuni paesi dell’est, in particolare l’Albania.

Un documento del Ministero della Difesa sembra poi collegare la morte di Mario Ferraro al sequestro dell’onorevole Moro. Si tratta di una velina “a distruzione immediata”, mai distrutta, che porta la data del 2 marzo 1978. Il tenore del documento è il seguente : “Oggetto: Autorizzazione ministeriale riferita  a G-219. E’ autorizzato ad ottenere informazioni di 3°grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca contatto con gruppi del terrorismo M.O.(mediorientale,n.d.r.) al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro”.

Il testo della strana velina è poi il seguente : “Ai fini della autorizzazione sopra detta la condotta di operazioni di ricerca da parte del personale militare e Marinai Servizio Macchine ed ex fuochisti della Marina Militare, di cui alla organizzazione Gladio, la suindicata ordinanza dovrà essere eseguita agli ordini e dipendenze di G-216. Si certifica che il latore della presente, Macchinista Navale, in forza dal 06.03.1978 sul M/n  Jumboemme Matricola G-71VO155M classe 1954 ha ricevuto in consegna il plico contenente n.cinque passaporti e questo ordine diramato dal S.I.MM presso l’Ammiragliato e proveniente dal Ministero della Difesa. Il documento in questione è su carta intestata del ministero della Difesa –Direzione generale SB – Personale militare della Marina, timbrato, firmato dal capitano di Vascello Remo Malusardi datato 2 marzo 1978.

La cosa a dir poco strana di questo documento è che nello stesso si parla della liberazione di Aldo Moro quattordici giorni prima del suo sequestro. Al fine di valutare l’autenticità del documento e la data di redazione dello stesso, venne disposta una perizia grafica  affidata ad un esperto di tracce e documenti che accertò che quella velina era autentica e che non era recente, ma aveva almeno tre anni e mezzo “il che non esclude .- si legge nella perizia – che sia ancora più antico; non è un manufatto dozzinale; se falso è opera di esperti.”. Sembrerebbe quindi che l’iniziativa per la liberazione di Moro sia stata presa il 2 marzo 1978 e cioè quattordici giorni prima dell’agguato di via Fani in cui venne sequestrato l’onorevole Aldo Moro e vennero uccisi gli uomini della sua scorta e che i Servizi sapevano in anticipo quello che sarebbe accaduto il 16 marzo preparandosi a gestire la fase immediatamente successiva. Ma ciò che appare più grave è che i Servizi, pur essendo a conoscenza in anticipo di quello che sarebbe successo la mattina del 16 marzo, non segnalarono la cosa né al diretto interessato né alle autorità competenti.

Dichiarò su questa vicenda Falco Accame, ammiraglio della Marina Militare ed ex presidente della Commissione difesa della Camera, a riposo, all’epoca della dichiarazione : “In un documento (numero di repertorio n.122627), autenticato dal notaio Piero Ingozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978, e cioè quattordici giorni prima del rapimento dell’on. Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta, la X Divisione Stay Behind della direzione del personale  del Ministero della Marina, a firma del capitano di vascello capo della Divisione stessa, inviava l’agente G71. appartenente alla Gladio Stay Behind (partito da La spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut per consegnare documenti all’agente G219 ivi dislocato, dipendente dal capocentro G216, cioè il colonnello Stefano Giovannone  affinchè prendesse contatti con i movimenti di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse ai fini della liberazione dell’on. Moro”. Ed aggiungeva Accame : “Perché, viene da chiedersi, la X Divisione non avvertì l’on. Moro e le Forze dell’ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta? Una domanda incredibile, surreale, se non emergesse da un documento a “distruzione immediata” che però non venne distrutto dal suo latore e che ora riemerge come da un profondo abisso….”

In una lettera poi indirizzata il 4 aprile 2002, al Presidente della Repubblica e ai presidenti della Camera e del senato, Falco Accame, rivelava l’esistenza di una componente mai resa nota dell’organizzazione Gladio S/B alle dipendenze del Ministero Difesa Marina, componente composta da circa 280 persone  che operava anche all’estero, con finalità di destabilizzazione di governi esteri e di collegamento con il terrorismo mediorientale. Si legge in tale lettera : “…Per quanto riguarda quindi la vicenda di via Fani occorre conoscere se vi fu questo preavviso (forse legato a informative venute in precedenza dal medioriente) e perché di conseguenza non sia stato possibile evitare la strage stessa. E infine perché in Italia nessuno è venuto a sapere di questo preavviso. Con grande preoccupazione si rilegge oggi quanto venne scritto sul settimanale l’OBserver  il 7 giugno 1992 in cui si affermava che, quanto al rapimento Moro la più grave accusa contro Gladio è che vi ha cooperato o almeno non ha fatto nulla per prevenire e che …le Brigate Rosse erano profondamente infiltrate da agenti dei servizi segreti occidentali”

Ma cosa lega questa vicenda al colonnello Mario Ferraro? Nel documento di cui si è detto vengono citate le sigle di due agenti del Sismi G-71 e G-219. G71 è colui il quale è in possesso della busta contenente la velina da recapitare a Beirut,  che non la distrusse rendendola nota alcuni anni dopo e che si identifica in Antonino Arconte, appartenente alla organizzazione Gladio, mentre G-219 altri non è, secondo quanto riferito dallo stesso Arconte, che il colonnello del Sismi Mario Ferraro al quale il 6 marzo a Beirut aveva consegnato il plico contenente i cinque passaporti falsi e il documento che chiedeva di prendere contatti per ottenere la liberazione dell’on. Aldo Moro quando la strage di via Fani non si era ancora verificata.

In una intervista pubblicata sul “Tirreno” il 1° maggio 2002 l’Arconte dichiarava : “La mattina del 6 marzo 1978 mi danno l’ordine di partire per Beirut con una busta sigillata. Dentro, ma l’ho saputo soltanto dopo, c’erano cinque passaporti falsi, nel senso che riportavano nomi e dati anagrafici di persone italiane, di cui però non c’era la foto. Dovevo consegnarli all’agente G219, che successivamente ho conosciuto come il colonnello Ferraro, un parà distaccato in Medio Oriente. Lui, a sua volta, avrebbe dovuto dare il plico al suo capocentro, il colonnello Stefano Giovannone, sigla in codice G216. Il pomeriggio mi imbarco da La Spezia, sulla motonave Jumbo M, e nel giro di tre giorni sono a Beirut. Consegno la busta a G219, e il mio compito è finito ben prima del rapimento di Moro”.

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