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La direttiva sul copyright 2019

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©AP Images/European Union-EP

Lo scorso 26 marzo il Parlamento europeo ha approvato la proposta di direttiva della Commissione (0593/2016), nota ai più come la direttiva sul copyright. La direttiva è stata poi approvata in via definitiva dal Consiglio dell’UE il 15 aprile, occasione in cui l’Italia, insieme a Finlandia, Lussemburgo, Olanda, Polonia e Svezia hanno votato contro, mentre Belgio, Estonia e Slovenia si sono astenuti. Gli Stati membri adesso avranno due anni per recepirla.

Il contesto

La proposta di direttiva del parlamento europeo e del consiglio sul diritto d’autore nel mercato unico digitale si inserisce nel più ampio quadro di provvedimenti che mirano a rendere il mercato unico digitale europeo capace di sfruttare appieno le possibilità offerte dal World Wide Web e capace di rispondere alle sfide globali legate al digitale. L’obiettivo principale è, attraverso diverse misure fra cui la direttiva in oggetto, quello di creare un mercato unico digitale parallelo al mercato unico europeo, spesso chiamato “mercato interno”, creato nel 1985, e che garantisce tutt’oggi che persone, merci, servizi e denaro possano circolare liberamente all’interno dell’Unione.

La proposta di direttiva della Commissione (0593/2016)

Nello specifico, la direttiva 0593/2016 si pone l’obiettivo, necessario e urgente, di aggiornare la regolamentazione europea sul diritto d’autore per adeguare il quadro giuridico europeo alla costante evoluzione del Web. Il testo che trattava questo tema risaliva infatti al 2001, quando il Web e le ricadute ad esso legate in merito diritto d’autore erano ben diverse da quelle odierne.

L’iter legislativo attraversato da questa direttiva è stato molto travagliato: un primo voto sul testo si è avuto a luglio 2018, quando gli europarlamentari bocciarono il testo per riaprire la discussione a settembre. In quell’occasione, il Parlamento bocciò nuovamente il testo. Lo scontro principale nasceva proprio intorno all’obiettivo primario della direttiva, ovvero quello di garantire “un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi”.

Difatti, prima di arrivare al voto tenutosi ormai un anno fa, per circa due anni la direttiva era stata, ed in qualche modo continua, ad essere oggetto di dibattito fra diversi soggetti interessati, con attori principali le grandi piattaforme online – giganti del Web come Alphabet Inc, proprietaria di Google e YouTube, o Facebook – e grandi gruppi editoriali non esclusivamente europei.

Al fine di garantire il già citato  “elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi”, la direttiva interviene su due fronti: prevede anzitutto che vengano stipulate, fra  fra giganti del web ed editori, licenze per la diffusione dei link così da assicurare agli editori una equa retribuzione; in secondo luogo, viene prevista la rimozione dei contenuti soggetti a diritto d’autore presenti sulle piattaforme qualora questi fossero stati pubblicati senza previa autorizzazione.

I punti cruciali

Questi due punti particolarmente controversi erano contenuti negli articoli 11 e 13 – poi diventati nel testo definitivo 15 e 17 – della direttiva. L’Italia stessa si era a lungo opposta a questi due articoli in sede di Consiglio.

Nello specifico, l’articolo 15 si poneva l’obiettivo di bilanciare il rapporto fra le piattaforme e gli editori. Per fare ciò, è stata prevista quella che è stata ribattezzata “Link Tax”, la tassa sui link, o per meglio dire sugli snippet, ovvero le anteprime degli articoli composte da titolo, immagine e breve riassunto dell’articolo che i social, come Facebook, o gli aggregatori di news, come il servizio Google News, rendono disponibili ai loro utenti. La controversia nasce dal fatto che da un lato, gli editori ritengono che i motori di ricerca usino loro contenuti senza prevedere alcun compenso per gli autori; dal canto loro, i motori di ricerca sostengono che pubblicando contenuti supportino, per quanto indirettamente, i gruppi editoriali proprio perché così facendo garantiscono traffico e pubblicità – e pertanto introiti.

Un primo esempio dei problemi che possono scaturire da quanto previsto da questo articolo si è avuto in Spagna, già nel 2015, dove Google si è rifiutata di pagare per i link riportati su Google News e ha pertanto deciso di chiudere questo servizio: il risultato è stato un consistente calo di traffico sui siti di notizie locali, quelli con meno copertura e notorietà, dando quindi un assaggio dei problemi che i piccoli editori potrebbero incontrare quando la direttiva venisse implementata in tutti i paesi EU.

Un altro punto da tenere in particolare considerazione è che le notizie interessate dalla direttiva sarebbero, naturalmente, quelle pubblicate da testate europee, che sarebbero quindi in una posizione di inferiorità rispetto a gruppi editoriali extra-europei.

L’articolo 17, diversamente, prevede invece che le piattaforme online monitorino quanto viene pubblicato dai loro utenti, in modo da prevenire la pubblicazione di contenuti soggetti a copyright e dei quali gli utenti non detengono i diritti. Il punto che ha visto più critiche è proprio legato a questo controllo preventivo, poiché è altamente improbabile che tutte le piattaforme arrivino a dotarsi di tale sistema, a causa anzitutto dei costi elevati. Basti pensare che l’esempio più noto, ovvero il meccanismo “Content ID di YouTube, che consente ai titolari di copyright di identificare e gestire facilmente i propri contenuti su YouTube, è costato anni di lavoro e ha richiesto ingenti somme per essere perfezionato.

A oggi, l’unico paese ad aver implementato la direttiva, primo fra tutti gli Stati membri dell’Unione, è la Francia.


Il testo della direttiva è consultabile a questo link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:32019L0790&from=EN

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Ivan Scuderi
palermitano, vive e lavora a Bruxelles da 4 anni. Conseguita la laurea triennale in Comunicazione internazionale presso l’Università di Palermo con una tesi sulle conseguenze della crisi economica del 2008 sul mondo del lavoro in diversi paesi europei, porta a termine la sua formazione con un Master in Scienze Politiche presso l’Université Libre de Bruxelles, con un lavoro teso a investigare la connessione fra politiche euroscettiche e attaccamento all’Unione Europea in alcuni Stati membri. Attualmente ricopre il ruolo di Assistente Parlamentare presso il Parlamento Europeo.

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