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Brexit: due o tre cose che so di lei

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Aurelio Musi mi ha chiesto un breve commento sulla Brexit, dirò quel poco che so e quel molto che ho provato dopo i risultati del voto. Come storico, non mi stupisce certo che la Nazione che riuscì a difendere la sua esistenza e la sua indipendenza contro Filippo II, Napoleone, Guglielmo II, Hitler sia stata la prima a rivendicare, contro l’euro burocrazia di Bruxelles, la sua sovranità politica, economica, finanziaria. Conosco bene gli Inglesi e l’Inghilterra, un Paese, dove la parola “patriottismo” non è una bestemmia, dove le celebrazioni della Grande Guerra hanno avuto grande, sentita partecipazione non solo a Londra ma in tutte le città e nei piccoli borghi rurali, nelle cui piazze si accampano, dal 2014, gli spesso sgraziati ma sempre commoventi monumenti (eretti grazie a una pubblica sottoscrizione) in memoria del Tommy, il fantaccino inglese che sacrificò la sua vita nelle trincee di Ypres, della Somme, di Arras, di Cambrai. Che differenza con noi…
C’è ancora Londra, all’interno del Bedford College, uno dei più prestigiosi istituti universitari della capitale, un muro diroccato, sopra il quale è stata apposta la scritta: «Colpito da un attacco aereo del nemico nel settembre del 1940». Sciovinismo? Rancoroso culto del passato? No! Piuttosto buona memoria e amara consapevolezza che la pace, disgraziatamente, è sempre solo un intervallo tra due conflitti e che una guerra economica e finanziaria può essere altrettanto rovinosa, per il popolo che la subisce, di quella combattuta con le armi.
Consapevolezza, ho detto. Perché il voto dei sostenitori del «leave» non è stato inconsulto, emotivo, passionale, né in quel voto si avverte il retrogusto della nostalgia per il passato imperiale e la passata grandeur. I sostenitori del divorzio dall’’Europa sapevano molto bene che il prezzo di quella scelta sarebbe stato costosissimo, sul piano economico e sociale, e che ancora una volta tutti gli Inglesi avrebbero dovuto spargere «sangue, sudore e lacrime» per affrontarne le conseguenze. Né quel voto è stato, come si continua a ripetere con strisciante razzismo, il voto dei vecchi contro i giovani, degli ignoranti e dei rozzi contro i colti e gli evoluti, degli xenofobi contro gli apostoli dell’accoglienza. Quando quel voto sarà disaggregato e analizzato, convenientemente, si scoprirà che l’esito del referendum ha avuto come protagonista la classe media britannica, la thin red line che assicurò per molto tempo durata e tenuta al Regno Unito e all’Impero e che, ora depauperata, avvilita, emarginata, ha presentato il suo conto all’Unione.
Quell’Unione, che, come ha scritto Vittorio Emanuele Parsi, all’indomani dello spoglio delle schede, «non scalda più i cuori di nessuno perché non si è rivelato quello scudo contro gli effetti più iniqui della globalizzazione che ci era stato propagandato in questi decenni; ma semmai il suo moltiplicatore e la sua cinghia di trasmissione». Quell’Unione, infine, «che non ha tutelato i residui di sovranità popolare dall’assalto degli oligopoli finanziari, semmai anzi ne ha decretato lo svuotamento, ne ha sancito il trasferimento presso ristretti circoli da nessuno e da nulla legittimati a impossessarsi del potere di decidere su futuro delle nostre vite e di quelle dei nostri figli».

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