Trentasette anni di foto in mostra alla biblioteca centrale siciliana e un volume di testimonianze dirette

Dal maxiprocesso ai delitti eccellenti, dalla strage di Ustica al terremoto del Belice, dagli ospiti illustri come Pier Paolo Pasolini e Claudia Cardinale alle memorie dei cronisti Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato e Cosimo Cristina.  Una mostra fotografica allestita alla biblioteca centrale siciliana che restituisce ai palermitani le testimonianze dell’epoca con gli scatti in bianco e nero di chi ha vissuto una stagione irripetibile di Palermo. Come irripetibile era il modo di concepire il mondo dell’informazione.  

Organizzata su iniziativa dell’Assostampa Sicilia, con la collaborazione dello staff della biblioteca diretta da Carlo Pastena, la mostra sarà aperta al pubblico fino al 15 dicembre al piano della sala di lettura. 

Con il libro “L’Ora, edizione straordinaria” invece, è possibile avere un assaggio di quello che contiene l’archivio del giornale custodito all’interno della biblioteca, attingendo ad un materiale storico frutto del lavoro dei giornalisti e dei fotografi che negli anni si sono succeduti nella produzione di scatti memorabili. 

L’ingente patrimonio documentario testimonia come L’Ora sia stata, prima che un quotidiano, una scuola di giornalisti, una fucina di idee e di cultura. Un nome fra tutti: quello del direttore Vittorio Nisticò di cui ricorre il centenario della nascita. Per l’occasione Palermo, per la prima volta in Italia, ha intitolato il nome di una strada ad un giornale. Si chiama via Giornale l’Ora e collega via Mariano Stabile e via Pignatelli Aragona, nella sede storica del palazzo della redazione, che oggi ospita un ufficio dell’agenzia delle Entrate.  

Leggere quelle pagine significa prendere un appuntamento con la storia della città. A spiegarlo è il giornalista Franco Nicastro, ultimo vicedirettore del quotidiano: “La storia dell’Ora si colloca in una stagione molto lontana – ha raccontato – con un modello di giornalismo non più praticato e riconoscibile, quando il giornale rappresentava uno strumento primario dell’informazione, senza tablet e cellulari”. 

Quella dell’Ora era più di una redazione, si diceva: e questo si evince dal racconto dei cronisti. A discapito di battaglie economiche, stipendi bassissimi e battaglie giudiziarie, il giornale usciva verso le 16, ogni pomeriggio. L’appuntamento era sempre un ci vediamo in redazione, anche per motivi non lavorativi.
Era un giornalismo diverso, quello di quarant’anni fa. Quello con il taccuino in mano e delle lunghe interviste ai politici, degli spostamenti in moto da una parte all’altra della città senza il gps e con un gettone sempre in tasca alla ricerca di una cabina telefonica. Era quello delle lunghe attese negli ospedali per le indiscrezioni sui casi di omicidio. Era il giornalismo del “giorno dopo”, quello della carta stampata che poteva concedersi di fornire al lettore notizie più dettagliate, certe e approfondite. La cronaca nera riportata su quelle colonne di inchiostro era vissuta dai palermitani come un fatto politico e sociale.

L’Ora è stata la prima testata a parlare di mafia e anche quella che ne pagherà le conseguenze con più vittime tra i cronisti.
“La vita di questo giornale ha attraversato grandi lutti, e un capitolo del libro è riservato a loro. Il mistero di queste morti si è chiarito ma non si è mai giustificato fino in fondo. È difficile accettare la morte di un collega”, ha raccontato il giornalista Marcello Sorgi.

L’uscita del quotidiano era scandita dalle voci degli strilloni per strada: L’Ora, quanti nni mureru?
(quanti ne sono morti?)

Il palazzetto in vetro e cemento è un osservatorio attento e dettagliato sul fenomeno mafioso.

La risposta non si fa attendere: alle 4.52 del 19 ottobre 1958 la sede del quotidiano  viene devastata dall’esplosione di una carica di cinque chili di tritolo. Il 20 ottobre è di nuovo in edicola con un titolo di testa a nove colonne in caratteri cubitali: “La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua”. 

Fino alla chiusura, nel maggio del 1992. Per varie ragioni. La prima fra tutte l’abbandono dell’editore “per forti interessi politici legati al partito comunista – ha spiegato Marcello Sorgi – e noi invece difendevamo il diritto di fare i giornalisti in modo indipendente  senza prendere ordini da nessuno”.
Fra gli altri motivi, anche un vistoso cambiamento delle abitudini dei lettori a fronte di un giornale era nato per essere letto nel pomeriggio.

 


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