Quando un giornale muore si lascia dietro tracce e rimpianti ma non sempre riesce a trasmettere e custodire nel tempo il valore della sua memoria. Pare che L’Ora sia un’eccezione. Dopo aver concluso la sua esistenza nel 1992, ha alimentato un filone inesauribile di rievocazioni storiche giornalistiche cinematografiche documentaristiche che ne hanno descritto il profilo di un diario civile del Novecento siciliano. 

Da Vittorio Nisticò all’ultima direzione di Vincenzo Vasile nelle stanze vetro-e-cemento di piazzetta Napoli si è sperimentato un giornalismo moderno, certamente schierato. Qualcuno lo ha definito “spavaldo e raffinato”. Aggiungerei squattrinato e orgoglioso, in perenne contrapposizione con il potere dal quale era ricambiato spesso con timore, quasi sempre con disprezzo. Tante volte è stato rievocato il clima di quelle esperienze nelle quali si sono formate tre generazioni di giornalisti che poi hanno trasferito nel grande giro nazionale un modello memorabile di tecniche e di saperi professionali.    

Non mi fu difficile riconoscere il valore originale del giornalismo dell’Ora quando – passando per le strettoie di una selezione spietata – mi ritrovai in corsa con altri ragazzi precari per vocazione e invisibili per necessità. Tutti uniti dalla fascinosa attrazione del mestiere e presi, quasi intimiditi, dal respiro culturale della redazione. In quella bottega artigianale si confezionava ogni giorno, tra nuvole di fumo e titoli di una genialità monumentale, un giornalismo che mescolava generi solo all’apparenza diversi. Al tono a volte “popolare” della cronaca, sul quale si modulava il grido di richiamo degli strilloni (A tutti i pigghiaru, tutti li hanno arrestati), faceva sempre da contraltare il taglio dell’informazione colta nel quale erano preminenti la lettura politica della storia della Sicilia e lo sforzo divulgativo che faceva diventare la cronaca storia e memoria. 

In questo modo si realizzava anche la coesistenza di linguaggi alti e bassi secondo un registro narrativo che è stato uno dei fattori propulsivi del successo editoriale del giornale negli anni Sessanta e Settanta. 

Dal 1954 L’Ora è stato, con il fratello maggiore Paese Sera, uno dei giornali fiancheggiatori del Partito comunista cresciuti dall’editore “rosso” Amerigo Terenzi. Questo rapporto si è rinnovato con diverse formule societarie fino alla fine quando alla cooperativa dei giornalisti, che con grandi sacrifici aveva salvato e tenuto in piedi la testata dopo il disastro dell’edizione del mattino del 1976, era subentrata la Nem: una società del Pci che si è svenata con un progetto pretenzioso e una gestione disastrosa delle risorse. 

Malgrado l’editore di riferimento fosse un partito, l’autonomia della linea editoriale era un patrimonio civile e professionale che soprattutto Nisticò, ma anche gli altri sette direttori che si sono avvicendati dopo di lui, ha garantito e difeso a volte con brutale ostinazione. Questo presidio di autonomia era fondato su quella che per il direttore era una “assoluta priorità del ruolo professionale e dei valori del giornalismo”. Quanto fosse lungimirante quel teorema è dimostrato dal fatto che il giornale faceva il grillo parlante con tutti e non subiva ma anzi dettava (il milazzismo ne è stato una prova) l’agenda alla politica. Tutto questo facilitò sin dai primi anni Sessanta il rapporto con la cultura e con la borghesia illuminata di Palermo (c’era, e contava tanto) che diede a L’Ora un’apertura di credito riconoscendo l’originalità, minoritaria nella stampa di allora, di una linea incentrata sul primato del giornalismo. Sciascia per primo ne era consapevole. E con lui la schiera di scrittori che faceva la spola con la stanza di Nisticò.

Nelle mani di Nisticò tutto diventava inchiesta. Attenzione a non confondere le tecniche di allora basate sulla ricerca originale e sul lavoro di squadra con quelle di oggi che sono spesso tributarie delle fonti e somigliano tanto a “inchieste sulle inchieste”. A L’Ora si è investigato prima degli altri non solo sulla mafia ma anche sul costume, sui temi civili, sullo sport, sugli affari, sulla condizione femminile, sul sacco di Palermo, sulla Dc, sullo psichiatrico, sui rigurgiti del fascismo. Erano gli strumenti di un mestiere che si muoveva con il gusto della ricerca e il destino dell’opposizione (un concetto che Sciascia associava al ruolo dell’informazione). E per questo gli inviati della stampa nazionale venivano in quegli anni a L’Ora per sfogliare le collezioni dove tutto era stato già scritto. 

Dalle pagine del giornale affiorava il profilo di una Sicilia bella e dannata. La dannazione principale era (ed è) la mafia. Sin dall’inchiesta del 1958, che Cosa nostra ripagò con l’attentato alla tipografia, L’Ora scelse una chiave “politica” per capire ciò che stava cambiando in Sicilia e quanto i cambiamenti e gli immobilismi dipendessero dalle trasformazioni nel sistema di potere pervasivo della mafia. Il senso di questa scelta è stato spiegato dal giornale dopo l’attentato: “Noi abbiamo […] spogliato la mafia dell’alone romantico che la proteggeva e l’abbiamo mostrata con il suo vero volto, che è poi l’avidità di denaro e di potere”.

Il giornale ha pagato a prezzo di sangue il suo “destino di opposizione” con tre cronisti assassinati: Cosimo Cristina corrispondente da Termini Imerese nel 1960, Mauro De Mauro nel 1970, Giovanni Spampinato nel 1972. Bombe e pressioni criminali si saldavano con l’assedio delle denunce, delle condanne e delle querele che il potere messo a nudo scagliava contro il giornale. Ci fu un momento in cui il peso delle pendenze giudiziarie minacciava di spedire in galera Nisticò e fu allora che l’avvocato Nino Sorgi, legale del giornale, consigliò una rotazione di direttori responsabili. A turno toccò a Mario Farinella, Aldo Costa, Marcello Cimino, Etrio Fidora. In pratica la fecero tutti franca, o quasi, tranne Fidora che oltre a collezionare 86 procedimenti diventò protagonista di un caso unico nella storia del giornalismo italiano. Un articolo sullo sfruttamento di ragazzi nelle miniere, che riprendeva un reportage di Carlo Levi nel suo libro Le parole sono pietre, venne querelato dai figli di un proprietario che a suo tempo era stato chiamato “fustigatore di carusi”. A Fidora venne negata la facoltà di provare quel racconto e finì per essere condannato per diffamazione a un anno senza condizionale e alla pena accessoria della sospensione dalla professione per dodici mesi. Non era accaduto prima, non sarebbe accaduto dopo. E però quella misura inaudita diventò un caso nazionale con titoloni sulla grande stampa, la protesta del sindacato dei giornalisti e la solidarietà del ministro Guido Gonella (quando i ministri difendevano i giornali…). Due anni dopo Fidora fu assolto, la libertà di stampa era salva. 

In quegli anni L’Ora era al centro di un’altra bagarre giudiziaria – e il principio da difendere era sempre lo stesso – per un disegno di Bruno Caruso (“Evviva la Sicilia”) che nel 1970 aveva ripreso le grandi campagne del giornale contro mafia e malgoverno riunendo attorno alla figura di Liggio i volti di Vito Ciancimino, del procuratore Pietro Scaglione, di esponenti del potere politico. Magari gli accostamenti rispondevano a un senso di denuncia (e la figura di Scaglione era fuori posto), verso il quale Caruso aveva orientato le sue espressioni artistiche, ma per Nisticò il disegno aveva il valore di una “metafora del groviglio di poteri” che attanagliava la Sicilia. La risposta fu una valanga di querele e un processo durato sei anni: dopo una clamorosa assoluzione in primo grado e una condanna in appello ci pensò poi la Cassazione a riequilibrare tante cose. Finì con una simbolica condanna pecuniaria. Per Fidora fu “quasi una vittoria”.

 


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