Del Ramadam e dell’astinenza (prima che esploda la gioia)

“O voi che credete! V’è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenir timorati di Dio – per un numero determinato di giorni; ma chi di voi è malato o si trovi in viaggio, digiunerà in seguito per altrettanti giorni. Quanto agli abili che lo rompano, lo riscatteranno col nutrire un povero. Ma chi fa spontaneamente del bene, meglio sarà per lui; il digiuno è un’opera buona per voi, se ben lo sapeste! – È il mese di Ramadan, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvazione, non appena ne vedete la nuova luna, digiunate per tutto quel mese, e chi è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni. Iddio desidera agio per voi, non disagio, e vuole che compiate il numero dei giorni e che glorifichiate Iddio, perché vi ha guidato sulla retta via, nella speranza che Gli siate grati” (versetti 183/184/185 della Sura della Vacca).

“V’è permesso, nelle notti del mese del digiuno, d’accostarvi alle vostre donne: esse sono una veste per voi e voi una veste per loro. Iddio sapeva che voi ingannavate voi stessi, e s’è rivolto misericorde su di voi, condonandovi quel rigore; pertanto ora giacetevi pure con loro e desiderate liberamente quel che Dio vi ha concesso, bevete e mangiate, fino a quell’ora dell’alba in cui potreste distinguere un filo bianco da un filo nero, poi compite il digiuno fino alla notte e non giacetevi con le vostre donne, ma ritiratevi in preghiera nei luoghi d’orazione.” (II/187).

Questi versetti coranici, qui dati in traduzione italiana (Il Corano, a cura di A. Bausani, Rizzoli Milano 2006), fanno parte della lunga sura della Vacca o surat al-Baqara, la seconda del Corano, appartenente al periodo medinese della missione profetica, nella quale si trovano esposte le prescrizioni che formano la base della regolamentazione del digiuno (sawm o siyàm). Il fine del digiuno è di permettere al credente di frenare le passioni e di espiare i peccati. Una sorta di al-jihad al-akbar o più grande jihad o sforzo del fedele di controllare se stesso.

Quindi, è il caso di sottolinearlo, il digiuno è un obbligo che incombe su ogni credente, ma che conserva un carattere collettivo di cui ogni singolo è consapevole. Senza sentire l’interrelazione tra individualità e comunità, lo stesso sforzo, come succede d’altra parte per gli altri obblighi o pilastri dell’Islam, perderebbe la sua efficacia. Anche gli ahadith (detti e fatti riferiti al profeta), che fanno parte del costume o sunna del profeta Muhammad e che costituiscono, dopo il Corano, la seconda fonte della religione e del diritto musulmani, ribadiscono tale dato. 

Un hadith riferito al profeta e trasmesso da Abu Hurayra dice: “(Iddio) vi ha dato il mese di Ramadan come mese benedetto (mubarak), vi ha prescritto l’obbligo del digiuno in questo mese. In esso si aprono le porte del paradiso e si chiudono quelle dell’inferno”. Mentre un altro hadith riportato da Abu Hurayra ricorda che il profeta disse: “Per ogni cosa c’è una zakat, e la zakat del corpo è il digiuno”. Zakat è termine che deriva da una radice d’origine aramaica e che indica azione di purificazione. La Zakat, come è noto, costituisce il terzo pilastro (rukn) dell’Islam col senso di elemosina legale, attraverso cui il musulmano purifica la ricchezza posseduta.

È il digiuno del Ramadan (sawm ramadan) l’obbligo – è il quarto pilastro dell’Islam – per ogni  musulmano, che deve essere dotato di capacità legale e sano di mente (mukallaf), ed inoltre deve essere abile a poterlo farlo (qadir).

Le prescrizioni che regolano il digiuno sono, come si è visto, contenute nella sura coranica su citata, così come lo spirito che sorregge quest’obbligo e il fatto che Iddio è misericordioso e non pretende il disagio delle sue creature. La regolamentazione è perfezionata poi dai detti e dai fatti riferiti al profeta, e soprattutto dai testi di diritto islamico (fiqh), che ne danno una esposizione puntuale. Valida in ogni tempo e in ogni luogo in cui vivono i musulmani che si ritrovano raccolti in gruppo: poco importa la differenza di lingua, etnia, e scuole giuridiche di appartenenza.

Come si evince dai versetti citati, il digiuno era pratica già in uso presso israeliti e cristiani della regione vicino orientale, che gli Arabi già conoscevano prima dell’avvento dell’Islam. Appena arrivato a Medina nel 622, anno dell’egira, il profeta avrebbe istituito il digiuno nei primi dieci giorni del mese di Muharram, detto digiuno di Ashura che corrispondeva a quello ebraico di Tishrì, con cui gli israeliti commemoravano il passaggio del mar Rosso.

Dopo la battaglia di Badr, nel 624, contro i meccani politeisti, il profeta che a Medina era anche Imam o guida della comunità dei credenti (al-umma), ruppe con gli Ebrei medinesi, i quali avevano aiutato i meccani politeisti e respinto la profezia di Muhammad. E trasformò il digiuno dell’‘Ashura’ in digiuno di un mese.     

Il mese scelto fu quello lunare di Ramadan, nono del calendario egiriano, già considerato sacro nell’Arabia preislamica. Fin da allora si afferma un dato che caratterizzerà la storia dell’Islam: la ricezione di elementi preislamici e, dopo le conquiste, anche di saperi non arabi, per calarli in termini islamici e funzionali alla utilità e al benessere della comunità. Il mese di Ramadan è infatti quello nel quale Iddio fa discendere all’umanità, tramite i suoi angeli, la Parola in modo completo nella Notte del Destino o Laylat al-Qadr, la migliore di mille mesi come si recita nel Corano. Essa cade intorno al 25-27 del mese di Ramadan (quest’anno dovrebbe essere il 24 maggio): è particolarmente solenne e il musulmano la trascorre recitando il Corano o alcune sure del Libro nelle moschee, mentre tutti i minareti delle città si illuminano.

Il mese di Ramadan ha inizio quando due testimoni accreditati hanno visto apparire la prima crescita della luna nuova, che indica la fine del mese di Sha’ban. Il giudice, o al-qadi, annuncia quindi ufficialmente l’obbligo del digiuno dall’alba al tramonto, come si dice chiaramente nei versetti coranici sopra riportati. Dopo l’astinenza diurna, compresi liquidi e il fumo, il musulmano rompe il digiuno (iftar o futur) con un pranzo leggero; poi la preghiera in moschea assieme agli altri membri della comunità, quindi, prima dell’alba, fa una colazione frugale detta al-suhur.

Per due anni consecutivi anche chi scrive ha compiuto il digiuno, nonostante mi reputi incurante in fatto di religione. Ero a Damasco. Dopo il tramonto si cenava sempre insieme agli amici o alle persone del vicinato: non era bene rompere il digiuno, restando da soli.
La fine del mese di Ramadan è annunciata con l’apparizione della crescita della nuova luna del mese lunare di Shawwal. È l’inizio dell’importante festa della rottura del digiuno o ‘Id al-fitr (o più comunemente ‘Id al-saghir, festa piccola per distinguerla dalla grande festa o ‘Id al-Adhà, quella che ricorda il sacrificio di Isacco). La fine del digiuno è solennemente celebrata con la preghiera comunitaria detta salat ‘id al-fitr, che si tiene in grandi spazi chiamati musallà: a Palermo, per esempio, al Foro Italico.

La festa della rottura del digiuno, della durata di tre o quattro giorni, è anche testimonianza di solidarietà sociale attraverso il pagamento della zakat al-fitr finalizzata alla distribuzione ai poveri ed ai bisognosi: una sorta di atto di purità (tuhratan) dei propri averi. Il primo giorno di festa si è soliti fare visite ai defunti.

Il digiuno di Ramadan esprime pertanto la vera professione di fede. È una testimonianza di diffusa solidarietà, come si è accennato, o così dovrebbe essere, in cui si ravviva il sentimento di ikhwa fraternità che pervade la comunità dei credenti (al-umma). È per questo che, alla vigilia del mese di Ramadan, i credenti che vivono in terra non musulmana tendono a rientrare nei loro Paesi. I lavoratori musulmani immigrati, impossibilitati a tornare, organizzano le prescrizioni coraniche il più possibile congruamente attraverso l’interrelazione tra individui e collettività.

Basti dire che, in qualsiasi luogo il gruppo di musulmani viva, anche in Scandinavia, non possono mancare i datteri per iniziare il pasto secondo il costume del profeta. Purtroppo va ricordato, in conclusione, che negli ultimi anni, per quanto concerne i paesi arabo-islamici (in particolare a partire dal 2011, la cosiddetta “Primavera araba”), le prescrizioni giuridico-religiose relative all’obbligo del digiuno e a tutto ciò che è correlato talvolta sono disattese.

Alle guerre, al terrorismo jihadista, alla crisi socio-economica, si aggiunge oggi la pandemia da corona virus. Numerosi paesi arabi e musulmani hanno praticato, e praticano, la quarantena: dall’Egitto all’Algeria, dalla Siria alla Libia, tanto per fare pochi esempi. Le moschee restano vuote e talvolta chiuse. Accade che in questi giorni la grande moschea degli Umayyadi a Damasco resti chiusa la notte per precauzione e per evitare la raccolta di fedeli che tutti gli anni affolla la moschea durante le notti del Ramadan. Ciò significa che quest’anno l’aspetto collettivo e comunitario delle prescrizioni relative al digiuno è impraticabile.

Ma Dio è misericordioso e, come si recita nel Corano, non vuole creare disagi alle sue creature. Dal punto di vista giuridico basterebbe la dichiarazione di intenzione di ogni musulmano e la viva coscienza di essere membro della umma. Ma non tutti i giureconsulti musulmani la pensano in modo liberale e spesso, come accade in questi giorni in Afghanistan, i musulmani, prevalentemente sunniti e sotto l’impulso di imam rigoristi, si ritrovano in massa insieme a pregare, nonostante le ordinanze governative. 

Altro fattore è quello del carovita, della crisi economica e del crollo delle monete nazionali, che attanagliano le economie di molti Paesi musulmani dell’Africa e dell’Asia. Molta parte delle società musulmane sopravvive aspettando le rimesse degli emigrati in Occidente. Cito il caso del Bangla Desh, poiché è la comunità musulmana più numerosa a Palermo che proviene da quel Paese del subcontinente indiano. Penso che la situazione, nei Paesi europei e nella nostra città in queste circostanze difficili, impedisca agli immigrati (numerosi sono oggi senza lavoro) di inviare alle famiglie quanto è necessario per la fine del Ramadan.

Va ricordato che gli ultimi giorni del mese benedetto e quelli della festa della rottura del digiuno sono occasione per acquisti alimentari e di nuovo abbigliamento per bambini. All’impulso mistico si aggiunge durante il Ramadan la gioia comune: spero vivamente che ciò sia possibile anche quest’anno.

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Antonino Pellitteri
Laurea Quadriennale in Filosofia presso l'Università di Palermo (1973) con tesi dal titolo Storiografia della questione palestinese. Perfezionamento in Islamistica conseguito presso Università di Roma la Sapienza con una tesi sul movimento operaio sirolibanese. Docente presso l'Università di Damasco 1974-75 in qualità di incaricato locale. Borsista presso l'Università Libanese Facoltà di Scienze Umane e Sociologia negli anni 1974-75. Soggiorni di studio con borsa del Ministero degli Esteri italiano al Cairo, Beirut e Damasco: anni 1971, 1973, 1974, 1975.

1 commento

  1. Vive descrizioni di riti e quotidianita’ di comunità diverse ma molto prossime al rispetto di un popolo ospite che accetta l’ integrazione multietnica

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