Francesco Macaluso, Imam di Palermo, racconta con quale spirito i fedeli vivono questa importantissima ricorrenza con regole mai sperimentate prima

Nessun fedele è venuto a chiedergli dove fosse Dio nei mesi in cui la pandemia falcidiava vite. Tutti, al contrario, si sono rimboccati le maniche per fare fronte a una situazione mai vissuta prima e per ripensare nuovi spazi di comunità. Anche e soprattutto in questo Ramadan atipico, come sono state tutte le ricorrenze di qualsiasi confessione da qualche mese a questa parte.

“Ovviamente, i fedeli hanno sentito in modo forte le privazioni, come chiunque altro – racconta l’Imam di Palermo, Francesco Macaluso – anche e soprattutto in un periodo importante come il Ramadan. Ma nella nostra religione c’è una forte sottomissione alla volontà di Dio che, per citare il Corano, non ha creato i cieli e la terra per gioco. E quindi sa esattamente quello che fa, ha una saggezza nascosta che spesso all’uomo è preclusa. Per un musulmano, non c’è niente che Allah faccia senza motivo”.

Niente lamentele, dunque: ma come si ripensa il mese del digiuno a Palermo in tempo di coronavus?

“Anche in questo caso – dice Macaluso – ci atteniamo alla chiusura momentanea dei luoghi di culto. Non si prega più in comunità ma a casa, con i familiari: del resto, nella nostra religione ognuno è sacerdote di se stesso, non esistono intermediari. Ma lo stare insieme dei fedeli, quello manca”.
Una comunità che si raccoglie in preghiera il venerdì. In occasione di questo mese di astinenza, sono diversi i momenti  di aggregazione: dopo l’interruzione del digiuno, al tramonto, si prega, si cena e poi c’è la preghiera della notte, che si celebra in moschea oppure a casa, invitando e coinvolgendo i propri vicini.

“Tutte pratiche che, al momento, sono state per forza di cose abbandonate – prosegue l’Imam – con grande senso di responsabilità ma anche con la voglia, quando le condizioni lo consentiranno, di rimboccarsi le mani, ripensare a come stare insieme nel rispetto delle regole e, come sempre, aiutare i più fragili. La comunità musulmana è molto coesa”.
Nella preghiera giornaliera dell’interruzione al digiuno, nelle moschee è usanza preparare piatti di cibo per chi non ne ha: “Anche questo avviene con molta naturalezza: chi ha sa che deve dare, chi non ha sa che è un proprio diritto prendere. E poi c’è l’elemosina rituale di fine Ramadan”.

Tra il 23 e il 24 maggio dovrebbe cadere la festa dell’interruzione digiuno, che prima della pandemia si svolgeva tra le moschee e il Foro Italico. La cerimonia ha inizio con una preghiera e lunghe litanie di invocazione alla magnificenza, con un sermone di ringraziamento, esortazione e gaudio.

“In questa occasione, qualcuno porta qualcosa da mangiare: per i giorni successivi è vietato digiunare, si fa festa. Ma sempre con moderazione: Allah non ama le stravaganze”.

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