La spinta morale del giornale trovò tra il 1975 e il 1976 un terreno di approdo nei nuovi orizzonti aperti dalla crescita elettorale della sinistra e della formazione di una nuova opinione pubblica che percepiva il valore di una incombente questione morale. Da qui nacque il progetto di rilancio dell’Ora che coincise con la fine della direzione di Nisticò e l’arrivo di Federico Farkas, uno dei giovani della vecchia pattuglia richiamato a Palermo a preparare l’edizione del mattino con una redazione improvvisamente cresciuta oltre le compatibilità del mercato e le capacità imprenditoriali dell’editore. Mai a piazzetta Napoli s’era vista tanta gente impegnata in una produzione a ciclo continuo. E fu subito crisi. La redazione ne aveva colto i segni premonitori quando il direttore Farkas non si fece più vedere. Cominciò un ciclo di sfide proibitive. Il giornale fu salvato da una cooperativa di giornalisti, guidata da Nisticò tornato in campo ma come un padre nobile, che si fecero editori con un programma di lacrime e sangue. Il nuovo direttore Etrio Fidora, il più esuberante della vecchia guardia, lo riassunse in appena 26 cartelle con una puntigliosa e minuta elencazione di tagli, riduzioni, risparmi perfettamente in linea con il suo piglio “asburgico”: l’appellativo che con affettuosa ironia noi giovani gli avevamo cucito addosso richiamando le sue origini triestine mai abbandonate e diventate sinonimo di rigore ideologico, fermezza morale, rigidità contabile. 

Solo così la barca venne messa in salvo ma l’esigenza di un approdo più stabile portò nel 1978 a una nuova virata: cambio di formato, da “lenzuolo” a tabloid, e nuovo direttore. Dal cilindro di Nisticò venne fuori Alfonso Madeo, firma di prestigio del Corriere della Sera, pensatore pacato e profondo, conoscitore acuto della Sicilia e dei grandi problemi del Mezzogiorno, portatore di un metodo che univa curiosità intellettuali e libertà professionali. In punta di piedi era arrivato e in punta di piedi un anno dopo se n’era andato. Il giornale aveva guadagnato in qualità e prestigio ma aveva perso qualche tratto della sua carica aggressiva. Ora l’occasione di riprendere il tono forte era data dall’inizio della stagione della grande mattanza. A raccontarla fu un giornale rinnovato anche nella grafica e ricacciato nel fuoco della cronaca con titoli sopra le righe da Nicola Cattedra arrivato a Palermo nel tornante conclusivo di una carriera lunga e movimentata: direttore di Tempo settimanale, redattore capo di Panorama, Paese Sera, Il Giorno, la Gazzetta del Popolo. Signorile, carismatico, sbrigativo, tranciante, era venuto con l’idea di partecipare attivamente alla vita della città. Così attivamente che si mise a frequentare circoli e salotti, a partecipare alla vita pubblica e alle serate mondane, a immergersi nella vita politica facendosi eleggere da indipendente nelle liste del Pci in consiglio comunale. Era così inserito nel giro che contava da spifferare lui ai suoi cronisti le notizie apprese nelle frenetiche frequentazioni notturne.

Nel 1985 toccò finalmente a Bruno Carbone dare un ordine di continuità a un giornale che aveva rinnovato il suo volto colmando con nuovi innesti i vuoti professionali aperti dall’esodo di tanti giovani cronisti della terza generazione dell’era Nisticò. Carbone era per tutti l’amico gioviale e generoso, il collega pronto ad alleggerire il peso dei tuoi errori, la faccia rassicurante del giornalista di esperienza che ti accoglie in casa (accadeva anche questo) e ti mette a tuo agio. Del giornale aveva una concezione che superava il ruolo troppo stretto della testimonianza “che non basta a fare la storia”. 

Era un giornale ancora in piedi, arricchito dal varo di nuovi supplementi, quello che Carbone consegnò alla schiera dei nuovi direttori che dal 1987 aprirono la fase declinante dell’Ora tornata nelle mani di un editore, la Nem. Con Tito Cortese, a lungo corrispondente della Rai da Berlino e poi conduttore di programmi sui consumi, si mise alla prova la resistenza umana di un giornalista pacato e gentile venuto in una Sicilia che non conosceva per valorizzare una “informazione di servizio”, scrisse nell’editoriale di presentazione il primo febbraio 1989, aperta a una società civile che intanto si faceva spazio. 

Il gruppo dirigente del giornale sopravvissuto a tutte le stagioni venne messo da parte, a Cortese venne affiancato Antonio Del Giudice ma la convivenza con il vice fu nell’ultima fase difficile. Cortese pagava anche il prezzo di crepe aperte nel baluardo dell’autonomia dalla politica. E intanto prendeva forma un nuovo progetto di giornale del mattino, scelta inevitabile dettata dal sistema dell’informazione, per il quale venne chiamato Anselmo Calaciura, un intellettuale di vivace intelligenza ma dall’indole complessa, che cercò di dare al giornale un tocco di modernità. I dati della diffusione erano però sempre più asfittici. Ripresero a salire, e in modo significativo, con l’arrivo di Vincenzo Vasile (a lungo prima corrispondente e poi quirinalista dell’Unità) che mi riportò al giornale come suo vice. C’era disperato bisogno di ricomporre l’unità della redazione e di recuperare i tratti essenziali di un giornalismo dalla storia gloriosa che ripartiva da dove si era per tante ragioni impantanato. Arrivò per questo l’incoraggiamento di Nisticò ma giorno per giorno si dovevano fare i conti con i disastri gestionali e le fibrillazioni politiche della proprietà. Non mancarono piccoli altri segnali di ostilità mentre per giorni e giorni Enzo Sellerio si affannava a gridare al telefono a Vasile: “Quei cretini di Roma devono capire che qui a Palermo c’è una gran voglia di giornale”. Quel grido arrivava a Roma molto attenuato. E un giorno venne ricacciato indietro dall’annuncio fatale. La baracca chiudeva. Al diario civile che era stato non restava più nulla da scrivere.

 

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