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Feudalità in sella. La cavalleria ottomana

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L’organizzazione dell’Impero: il territorio e la sua economia, le rendite, i mestieri

Mentre in Europa sopravvivevano realtà feudali come il señorio in Spagna e la signoria rurale in Francia(1), nell’Impero Ottomano vi era il timar, sotto il governo del sultano. Si tratta di una concessione fiscale che il sultano faceva al timariota(2), il quale non esercitava giurisdizioni sul territorio, ma godeva di privilegi come decime e le tasse.

Barkan, studioso della contabilità dell’Impero Ottomano, ha stimato che il 37% delle entrate del tesoro, sotto il sultanato di 1, fosse destinato ai timarioti. Ogni timar aveva una sua importanza all’interno del sistema economico e amministrativo dell’impero. Ciascuno aveva infatti un proprio valore, determinato in base alle rendite: i timar propriamente detti (che avevano un rendita di 20.000 aspri), gli ze’amet (con una rendita sino a 100.000 aspri) e i khass (che erano quelle terre la cui rendita era superiore ai 100.000 aspri(3)).

All’interno del timar non si praticavano solo l’agricoltura e l’allevamento di pecore e maiali o la pesca, su cui il lavoratore pagava delle tasse, ma anche l’estrazione mineraria di oro, argento, piombo, rame e ferro, il risicoltore e salinaro, che lavorava all’interno di saline di proprietà dello Stato. Tutte le terre erano di proprietà del sultano, il quale concedeva che fossero utilizzate da funzionari civili o militari(4). Per esempio Urbano o Urban, fonditore di campane di origini boeme del periodo del sultanato di Mehmed II, costruì per il sovrano un grande pezzo di artiglieria chiamato il “mostro di Urban” in grado di abbattere le inespugnabili mura di Costantinopoli. Dopo la conquista della capitale bizantina, fu ricompensato dal Conquistatore con un timar(5).

Tra i funzionari militari, il timar veniva concesso agli esponenti della cavalleria. In seno alla Cavalleria Topracly, vi erano quelli che erano chiamati propriamente timarioti, possessori di timar, a cui “è assegnato in luogo di paga il possedimento libero di un quantitativo di terreno, col prodotto del quale debbono armarsi di tutto punto, ed esser pronti ad ogni chiamata ed ordine del Governatore del distretto cui vanno soggetti”(6). 

Oltre al suddetto reparto, la cavalleria era divisa in cavalleria dei Capiculy e dei Serratculy, presenti in maniera omonima nella fanteria, e di Tributo. Alla cavalleria dei Capiculy(7) o dei Sipahi, le cui origini insieme con quelle dei giannizzeri si possono rintracciare durante il sultanato di Murad I (1326-1389)(8), come vedremo per la fanteria, era affidata la “custodia della persona del Gran Signore”. Era composta da “quindicimiladuecento e quarantotto combattenti, divisi in due gran legioni, l’una delle quali è degli Spaby dell’ala destra, e l’altra degli Spaby dell’ala sinistra”(9). La cavalleria dei Capiculy presentava una gerarchia con la seguente catena di comando: “Spahilar- Agasy, o Generale degli Spay, il Chajo, il Tenente Generale, il Chiaja- Jery, o Commissario, il Chiaus, o Maggiore in capite, ed il Calfa, o Quartier Mastro […] Le paghe che vengono date a tutto questo corpo di cavalleria ascendono alla somma di Borse 2070, e Aspri 12436. L’ordine con cui vengono somministrate è simile a quello che si tiene, di tre in tre mesi, riguardo i Giannizzeri”(10).

La cavalleria Serratculy, come per il reparto di fanteria, era stanziata alla frontiera dell’impero e si divideva in tre compagnie: Giungiuly, Besly e Dely. “I primi formano quella cavalleria, ch’è composta di gente nazionale, destinata alle guarnigioni delle piazze principali. I secondi la formano più leggera, si dispongono in un subito, e si mettono a portata contro il nemico. I terzi formano una cavalleria, che non è stabile, come le due prime, poiché tirando le paghe dai Beylgerbegbi, viene arruolata solo in tempo di guerra”(11).

L’ultima compagnia che compone le schiere della cavalleria è quella del Tributo, la cui particolarità è data dal fatto che questi cavalieri provenivano dalle zone delle provincie tributarie della Sublime Porta come la Crimea, la Valacchia, la Moldavia e la Tartaria. Questa compagnia era composta da cavalieri Greci e Turchi e durante le operazioni militari dovevano “esser armati di sciabola, di frecce e arco, e non di rado una certa forma di lancia”(12).

Leggi anche: Darsi al Turco. I Corsari, i rinnegati e la flotta del Gran Signore


Note

1 Cfr. R. Cancila, A. Musi (a cura), Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, Quaderni – Mediterranea. Ricerche storiche; 27, vol. I, Associazione Mediterranea, Palermo, 2007, p. V.

2 Cfr. R. Mantran, Storia dell’impero ottomano, Argo, Roma, 1999, p.221.

3 Ivi, p. 221.

4 Cfr. R. Cancila, A. Musi (a cura), Feudalesimi nel Mediterraneo moderno, cit., p. 7.

5 Cfr. R. Mantran, Storia dell’impero ottomano, cit., p. 149.

6 Anonimo, Dello stato Militare Navale e Terrestre Della Russia e Dell’Impero Ottomano, cit., p. XIV.

7 I Capiculy, in turco Kapikulu Ocagi “Schiavi della Porta”, erano gli schiavi del sultano, che venivano arruolati tramite la raccolta “devşirme”. In quanto schiavi avevano l’obbligo di difendere e stanziarsi nel luogo in cui il sultano si trovasse. (Cfr. Anonimo, Dello Stato Militare Navale e Terrestre Della Russia e Dell’Impero Ottomano, p. III.).

8 Cfr. M. P. Pedani, Breve storia dell’Impero Ottomano, Aracne, Roma, 2000, p. 22.

9 Ivi, cit., p. XII.

10 Ivi, cit., p. XII.

11 Ivi, cit., p. XIV.

12 Ivi, cit., p. XV.

 

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