I misteri dei protagonisti delle opere d’arte svelati da Alessandro Raffa, alle prese con la diagnosi delle malattie di quadri celebri

Tra i suoi “pazienti” figurano la “Venere” di Sandro Botticelli e l’”Annunciata” di Antonello da Messina. Non c’è patologia che sfugga all’occhio clinico di Alessandro Raffa, medico reumatologo di Palermo che dell’arte ha fatto la sua passione e il suo impegno scientifico.  

Il suo obiettivo non è solo diagnosticare la malattia nelle opere, ma soprattutto recuperare nuovi aspetti della dimensione in cui avviene la creazione artistica e offrire esempi in cui il dolore è come riassorbito da un’armonia superiore. Per fare questo si avvale della collaborazione della storica dell’arte Silvia Mazza

La passione per l’arte nasce tra i banchi di scuola del liceo scientifico Einstein di Palermo dove Raffa muove i primi passi alla scoperta del mondo arabo normanno. «Nel passato non avevo avuto molte possibilità di esprimerla al meglio», racconta.

Negli ultimi mesi, la svolta. Quello che i due studiosi mettono in pratica ha un nome ben preciso: iconodiagnostica, la disciplina che applica la conoscenza medica allo studio delle opere d’arte. Pioniera nel campo fu, nel 1983, la psichiatra di Harvard Anneliese Pontius che dimostrò la presenza della sindrome di Crouzon – una malattia genetica rara –  nelle antichissime statue ritrovate nell’arcipelago di Cook. Lo studio dell’iconodiagnostica, portato avanti a Palermo dal docente di anatomia patologica Vito Franco, serve dunque a definire le pratiche utili a ricavare notizie su una malattia attraverso i dettagli ricavati dai quadri.  

Tra i quadri più famosi passati sotto la lente del medico palermitano c’è anche la “Venere” della galleria Sabauda di Torino, versione della più nota “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli (1485 circa), custodita nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Ad attirare l’attenzione dello studioso è stato il piede privo di grazia esibito dalla Venere, dove è possibile notare un’eccessiva accentuazione dell’altezza dell’arcata plantare del piede sinistro ed una “gobba” dorsale. 

«Si tratta di un piede cavo, che consiste in una malformazione congenita cioè uno sviluppo imperfetto delle articolazioni del piede  o acquisita dall’utilizzo di calzature. Il piede – specifica lo studioso – non ha avuto lo spazio a sufficienza per distendersi e tende a flettersi; se si trattasse di più contemporanee calzature con tacco alto sarebbe determinata da un carico eccessivo del peso del corpo sull’avampiede». E aggiunge: «Maggiormente noto è il secondo dito del piede più lungo rispetto agli altri che rispecchierebbe canoni estetici dell’epoca che si rifanno all’arte greca. Potremmo tuttavia definirlo un piede antropologico, che ricorda molto quello prensile dello scimpanzé, poiché la stessa caratteristica si riscontra nei primati».

È possibile confrontare direttamente quanto scoperto da Raffa anche sulle opere della galleria interdisciplinare regionale di palazzo Abatellis, a Palermo. Avvolta nel suo velo di un colore ipnotizzante, protagonista indiscussa della decima stanza del palazzo che la custodisce, anche l’”Annunciata” di Antonello da Messina (1476), infatti, ha suscitato la curiosità dell’esperto che ha individuato in lei un lieve strabismo convergente dell’occhio sinistro.

«Il bulbo oculare sinistro è più orientato verso l’interno di quanto non sia il bulbo oculare destro verso l’angolo esterno. Si tratta – spiega – di un difetto di convergenza degli assi visivi dei due bulbi oculari ed è dovuto alla mancanza di coordinamento tra i muscoli che intervengono nella motilità (i muscoli estrinseci), impedendo di orientare lo sguardo di ciascun occhio sullo stesso obiettivo». Un particolare, aggiunge, che è possibile ritenere funzionale alla costruzione dell’immagine.

Non è passato in sordina nemmeno l’affresco che proviene da palazzo Sclafani e attualmente a palazzo Abatellis. Nel “Trionfo della morte” (metà del secolo XV), lo studioso ha individuato la frattura della mano nell’ultima falange del quinto dito del cadavere del domenicano in basso al centro della scena. 

«Un particolare che non ha una sua ragione funzionale al messaggio che l’anonimo autore vuole trasferire – spiega la storica dell’arte Silvia Mazza – come, per esempio, col derelitto col braccio fratturato e bendato nel gruppo della povera gente a sinistra, che invoca la fine delle proprie sofferenze alla Morte, intenta invece a scoccare frecce che hanno già colpito papi e imperatori. Del resto, si farebbe un torto alla sapiente mano del probabile maestro transalpino se lo si volesse leggere come un cedimento formale.

Non resta, allora, che considerarlo, forse, un particolare che accentua il carattere naturalistico della scena, al pari della scattante linea del levriero o della macabra anatomia del cavallo che domina la scena». 

 

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