Napoleone Bonaparte, nella sua prima visita a Firenze nel 1796, era rimasto affascinato dall’opera di Cleomene, la cosiddetta Venere Medicea, oggi ancora conservata nella Galleria degli Uffizi (1), tanto da volerla ad ogni costo a Parigi e «di fare nel Museo un matrimonio dell’Apollo di Belvedere  (2) colla Venere Medicea» (3).

Non solo la Venere dei Medici di Cleomene: molti altri capolavori trovarono “rifugio” in Sicilia

A quel tempo era direttore della Real Galleria granducale il cavalier Tommaso Puccini (Pistoia, 1749-Firenze, 1811), il quale non nascondeva la preoccupazione per quanto poteva accadere alle collezioni fiorentine, visti i resoconti delle requisizioni di Milano, Parma, Modena, Bologna, Verona, Venezia, Mantova, Perugia e Foligno. I timori erano più che giustificati. 

Il 25 marzo l’esercito francese entrava a Firenze sotto il comando del generale Paul Louis Gaultier. Ferdinando III d’Asburgo-Lorena riparava in Vienna abbandonando Firenze. Charles Reinhard, era nominato plenipotenziario in Toscana. 

Il cavalier Tommaso Puccini

Nonostante le dimissioni da direttore e sovrintendente dell’Accademia di Belle arti, Puccini rimase a disposizione delle autorità francesi per cercare di scongiurare la dispersione del patrimonio artistico fiorentino.

Un timore che si concretizzò il 13 aprile 1799, quando il governo francese acconsentì che alcuni oggetti d’arte potessero «essere portati via o venduti per fare fronte ai fabbisogni dell’Armata». Il cavalier Puccini cercò allora di intralciare i piani e i desideri di alcuni commissari delle finanze francesi, nascondendo alcune opere e facendo leva sulla sensibilità di alcuni ministri francesi. Nel frattempo, però, una parte delle opere di Palazzo Pitti era stata requisita.

Il viaggio in Sicilia delle opere

Nei pochi mesi tra il 1799 e il 1800 – in cui l’offensiva austriaca riuscì a cacciare i francesi dalla Toscana, prima che questa fosse ceduta dall’Austria alla Francia – il cavalier Puccini provvide a fare imballare con cura diverse opere della Reale Galleria con l’obiettivo di inviarle al porto di Livorno per essere poi trasferite in Sicilia e affidate alle cure di Ferdinando III di Borbone. L’isola era allora una delle poche zone d’Europa a non essere occupata dalle armate transalpine. Inoltre, il governo isolano poteva vantare la protezione politica e militare degli inglesi. 

Nell’ottobre del 1800 una nave con 75 casse, contenenti le opere della Galleria, salpò da Livorno per giungere in novembre a Palermo. Arrivate, le casse furono sbarcate e nascoste. La responsabilità della custodia delle opere venne affidata a un funzionario di fiducia del sovrano siciliano, Giovan Battista Scaglia, a quel tempo procuratore fiscale della Suprema Giunta delle Dogane impegnato nell’elaborazione di un progetto di riforma delle dogane marittime. 

Palermo secondo Puccini, “ospitale ma sudicia”

Il cavalier Puccini si sistemava in città e, in una lettera al fratello del 9 dicembre, raccontava il suo impatto con l’isola:

Dopo un’incomoda navigazione, dopo mille disgrazie, dopo aver vissuti 17 giorni qui in Palermo in una taverna, perché non vi sono locande, finalmente mi sono accomodato in un monastero, dove vivo almeno tranquillamente. Son ben accolto in una o due delle prime famiglie, benissimo nelle compagnie, ma non vedo l’ora che la pace mi rende al mio albergo, ai nostri costumi. La città è ricca, popolosa, ben tagliata, ed ospitale, ma sudicia, barbara nelle arti, per quanto abbondante dei generi necessari, mancante affatto di tutti i voluttuosi. Il clima è incostante, ma tiepido come nella nostra primavera. (4)

Nelle casse custodite nel Collegio Massimo dei Gesuiti si trovavano opere di notevole e impareggiabile valore artistico e pregio, oltre che di fama. Tra queste il celebre Tondo Doni di Michelangelo, la Venere d’Urbino di Tiziano, la Testa di Medusa di Leonardo, il ritratto di Giulio II di Raffaello, l’Adorazione dei magi di Andrea Mantegna, ma anche altre opere del Parmigianino, di Van Dyck, di Fra’ Bartolomeo e del Ghirlandaio (5). Non solo dipinti ma anche statue, tra le quali la deliziosa Venere Medicea di cui si è scritto all’inizio.

La controffensiva di Napoleone 

Gli appetiti di Napoleone non si erano tuttavia placati e, accertata la presenza dell’opera a Palermo, si misero in moto le trame diplomatiche al fine di sottrarre a Ferdinando di Borbone la custodia delle opere e di affidarle a Ludovico, re d’Etruria, e riportarle in Toscana.

venere dei medici

Attraverso una serie di contatti diplomatici (tra il ministro napoletano John Francis Acton, l’ambasciatore spagnolo Nicolàs Azara, l’ambasciatore francese Charles Jean Marie Alquier e il ministro Talleyrand), nel settembre del 1802 Mausson, commissario delle relazioni commerciali francesi, riuscì a farsi consegnare la Venere e a farla imbarcare sulla tartana Saint Louis alla volta di Marsiglia. La statua giungeva, quindi, a Parigi e prendeva posto al Louvre. Ciò era stato possibile grazie a un ordine di Acton al cardinale Pignatelli, presidente del regno in Sicilia, il quale aveva incaricato Giovan Battista Paternò, presidente della Gran Corte, di accompagnare il francese al luogo di custodia delle opere:

Avendo l’Ambasciatore di Francia con sua Nota degli 11 Fruttifero domandato a questo Governo di mettere a disposizione della Deputazione francese la statua conosciuta sotto il nome di Venere de’Medici, coll’assicurazione di essere il suo Governo d’accordo, relativamente a questo oggetto, con S. M. il Re d’ Etruria, cui il Re nostro Signore conserva religiosamente in deposito tuttociò che appartiene a Lui ed alla Nazione toscana, comanda la M. S. che si consegni al sig. Mausson commissario delle relazioni commerciali, la cassa che contiene la sola statua medesima, esigendone la corrispondente cautela (ricevuta); io adunque comunico all’È. V. siffatta R. determinazione per il suo adempimento, e con sensi di distinto ossequio ho l’onore di rassegnarmi: Napoli, di Vostra Eminenza ce. = Comunicando io intanto a VS. Ill. questo R. Comando, La incarico di eseguirlo, esigendo dal Commissario delle relazioni commerciali di Francia la corrispondente cautela, e rimetterla in Segreteria, con dar conto dell’esecuzione, per umiliarsi tutto a Sua Maestà. Nostro Signore la feliciti. Palazzo, 8 settembre 1802. (6)

A nulla valsero le proteste del cavalier Puccini e di Scaglia. Nella Storia civile di Toscana, Zobi accusa Acton di «riprovevole connivenza» con i francesi:

Foss’egli ingannato o corrotto, ad ogni modo fu in colpa; con ciossiaché, ammesso pur come semplice ipotesi, che il ministro di Francia avesse spacciata l’adesione del re Lodovico, perché non attendere l’espresso consenso del gabinetto di Firenze? Perché tal precipitosa consegna, ed in maniera così furtiva ed impropria, Perché non dar tempo al Puccini responsabile della statua affidata alla sua custodia d’interpellare il proprio governo?

Tutto ciò fa inclinare a crede esser Acton piuttosto corrotto che ingannato; quindi se vituperevole si fu la rapina Napoleonica, infame certamente il contegno del ministro napolitano d’origine inglese. In ogni caso, sempre delinquente di gravissimo fallo. La genuina verità del fatto nefando fu allora tenuta nascosa dal gabinetto di Firenze, pel timore che s’ebbe del Consolo, propagandolo: ei ne fu lieto, e Francia applaudì vedendo accrescere il Museo di Parigi colle spoglie di popoli più traditi che vinti. (7)

Non vi sono prove della complicità e della colpevolezza del ministro Acton, tuttavia il rapimento della Venere dei Medici nel 1802 rimane un episodio ancora da chiarire. (8)

La fine dell’”esilio”

Nonostante il furto della statua, alla fine del 1802 si armavano i preparativi per il ritorno a Firenze delle altre opere rimaste a Palermo. Grazie alla netta presa di posizione di Ludovico, re d’Etruria, a difesa del patrimonio artistico toscano, le opere arrivavano a Livorno su una fregata spagnola dall’emblematico nome La Vendetta alla fine di febbraio 1803.

Finiva quindi l’esilio palermitano della Galleria degli Uffizi; tutte le opere erano salve, ad eccezione della Venere, la quale sarebbe ritornata a Firenze soltanto nel 1816 con i trattati della Restaurazione e la mediazione diplomatica di Antonio Canova. Tommaso Puccini, addolorato dalla perdita dell’opera, tanto da essere definito da Federico Manfredini, precettore del granduca Ferdinando, il “vedovo” della Venere, non riuscì a vedere la statua nuovamente nella Tribuna degli Uffizi, poiché moriva il 14 marzo 1811.

Per chi volesse approfondire la storia della parentesi palermitana della Galleria è stato pubblicato nel 2008 La Galleria in esilio. Il trasferimento delle opere d’arte da Firenze a Palermo a cura del Cavalier Tommaso Puccini (1800-1803) di Chiara Pasquinelli.


Note:

1 «La scultura fu rinvenuta a Roma presso le terme di Traiano, nella vigna del vescovo di Viterbo Sebastiano Gualtieri. Entrò subito a far parte della collezione del prelato e nel 1566 fu acquistata da Alfonso d’Este. Nel 1575 l’opera fu ceduta a Ferdinando de’ Medici che decise di esporla tra le antichità di Villa Medici a Roma. La Venere fu ospitata nella sontuosa residenza romana per oltre un secolo. Nel 1677 fu trasferita a Firenze con capolavori quali l’Arrotino ed i Lottatori. Le celebri opere furono esibite nell’ambiente più prezioso degli Uffizi, la Tribuna, e la Venere fu elevata a simbolo dell’intera raccolta museale fiorentina. […] La Venere restituisce, circostanza rara nella statuaria antica, l’identità del suo autore. Sul podio di base è possibile infatti distinguere la firma dell’artefice: Kleomenes figlio di Apollodoros, uno scultore attico attivo ad Atene durante il I secolo a. C. L’opera è pertanto datata agli anni a cavallo tra II e I secolo a. C. Recenti analisi hanno consentito di portare alla luce tracce dell’originaria cromia: sono stati difatti evidenziati resti di doratura sulla sommità della capigliatura, di cinabro sulle labbra e di blu egiziano sulla base» (https://www.uffizi.it/opere/venere-dei-medici – last access: 17/08/2020).

2 L’opera fu anch’essa oggetto delle spoliazioni napoleoniche attuate col Trattato di Tolentino durante l’occupazione francese. Venne tuttavia restituita allo Stato della Chiesa grazie all’opera di mediazione di Antonio Canova nel 1816.

3 A. Zobi, Storia civile della Toscana dal MDCCXXXVII al MDCCCXLVIII, Firenze, Presso Luigi Molini, 1851, libro IX, p. 518.

4 Le lettere di Puccini sono edite in C. Pasquinelli, La Galleria in esilio. Il trasferimento delle opere d’arte da Firenze a Palermo a cura del Cavalier Tommaso Puccini (1800-1803), Pisa, Edizioni ETS, 2008, pp. 85-86.

5 L’elenco delle opere trasferite a Palermo è pubblicato in ivi, pp. 57-65.

6 A. Zobi, Storia civile della Toscana, cit., Appendice di documenti al tomo terzo, pp. 247-248.

7 A. Zobi, Storia civile della Toscana, cit., libro IX, p. 518.

8 C. Pasquinelli, Il rapimento della Venere dei Medici nel 1802: un episodio ancora da chiarire, in «Studi di Memofonte», 3 (2009), pp. 54-69.

 

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