Storia di una famiglia e delle sue storie

Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 1962, il villino Florio di viale Regina Margherita – progettato e realizzato da Ernesto Basile tra il 1899 e il 1901, all’interno di quello che allora era lo splendido e vasto parco dell’Olivuzza, smembrato e lottizzato dagli anni Trenta in poi – subì un incendio doloso che ridusse in cenere tutti gli arredi interni, ma che non riuscì nell’intento di distruggere integralmente l’edificio.

Si trattava dell’ennesimo atto messo a segno dai signori della cementificazione, che avevano già cominciato a cancellare le architetture del modernismo palermitano, spesso con la complicità degli stessi proprietari, come era accaduto per villa Deliella tre anni prima. L’incendio del villino sembrava, quindi, inscriversi nel solco di questo processo demolitorio che, nel caso specifico, si sovrapponeva all’ulteriore oscuramento del nome e delle aziende degli ex prestigiosi proprietari.

Il Cantiere navale sin dal 1905 era stato ceduto al genovese Attilio Odero; la vasta area industriale occupata dalla Fonderia Oretea (nel quadrilatero compreso tra via Onorato e via Principe di Scordia) era stata smantellata nei primi decenni del ‘900 e la fabbrica della Ceramica Florio di via Serradifalco sarebbe stata rasa al suolo negli anni Settanta per far posto all’edilizia abitativa. In sostanza, le icone industriali “floriane” di Palermo seguivano la medesima sorte della parabola della famiglia scivolata nell’oblio.
Certo, rimanevano due marchi ancora importanti in provincia di Trapani: il vino marsala e il tonno in scatola di Favignana; ma entrambi erano già da decenni nelle mani, rispettivamente, della torinese Cinzano e dei Parodi di Genova.  

Nel 1934 la finanziaria Florio fu posta in liquidazione e l’IRI – istituto pubblico creato l’anno precedente per farsi carico delle crisi industriali del Paese – si caricò i 40 milioni di lire delle passività generate dalla gestione disastrosa dell’ultimo titolare di quella che era stata la più prestigiosa casa industriale, commerciale e finanziaria dell’Ottocento siciliano. 

Dunque, era prevedibile che dovesse subentrare l’oblio. La generazione coeva degli ultimi due fratelli Florio aveva assistito incredula alla progressiva perdita di reputazione del loro buon nome e al dissolvimento della Casa di affari, fino alla liquidazione delle attività, ed è improbabile che i creditori e gli ex dipendenti abbiano conservato un ricordo gradevole. Altro che “tramonto dorato”!

Ignazio Florio jr. moriva nel 1957 e due anni dopo anche il fratello minore, Vincenzo, ideatore dell’omonima “Targa” automobilistica, ormai entrata nella storia dello sport mondiale.

Florio, storia di una epopea durata quasi un secolo e mezzo ...

Bisognerà attendere il 1967 per rinvenire una prima monografia su I Florio scritta dal giornalista Mario Taccari, con una prefazione di Carmelo Trasselli(1). Il libro, per certi versi, intercettava un risveglio di attenzione da parte della società palermitana nei confronti di una famiglia che non soltanto aveva avuto un ruolo di primo piano nella storia dell’economia dell’Isola, ma aveva anche rappresentato un modello di borghesia imprenditoriale moderna e di rango europeo. I Florio di fine Ottocento fecero “scuola” tra i loro coetanei borghesi e aristocratici che ad essi si accodarono anche nell’assegnazione di committenze ad artisti e architetti che avrebbero reso la città un museo del liberty a cielo aperto.
Questo “risveglio”, almeno in parte, traeva origine da una sorta di rimorso collettivo per aver fatto troppo poco o nulla per impedire che la città ottocentesca sparisse, travolta dalla frenesia costruttiva – meglio nota come “sacco” di Palermo – di edifici condominiali di scadente progettazione e fattura.

Il testo di Taccari, inoltre, avrebbe avuto il merito di tracciare il primo solco di un percorso di successive indagini più propriamente storiche, molto approfondite, a cura di diversi studiosi i cui scritti hanno permesso di comporre un quadro d’insieme abbastanza esaustivo. È il caso di sottolineare che la complessità e la lunga durata delle ricerche che hanno riguardato le quattro generazioni dei Florio sono state determinate dalla grave dispersione e distruzione degli archivi di impresa e dall’indisponibilità – almeno fino ad oggi – di un archivio familiare consistente e integro, sempre che esista ancora. I risultati notevoli sin qui raggiunti, ovviamente, non pongono la parola fine al tema, ma consentono di sviluppare ulteriori indagini.

In ordine di tempo il primo contributo storiografico risale al 1975 ad opera di Romualdo Giuffrida, autore di un saggio sull’imprenditore Vincenzo Florio(2), pubblicato nella rivista «Economia e credito», sulla base di una serie di documenti inediti che già permettevano di delineare un primo profilo del fondatore della Casa. Seguiva, in un fascicolo dei «Nuovi quaderni del Meridione» del 1978, quello di Michela D’Angelo, frutto anch’esso di un’ampia ricerca su fonti inedite individuate negli archivi di Stato di Napoli, Reggio Calabria, Messina e Palermo, relative al commercio marittimo tra Bagnara e la Sicilia occidentale. In questo flusso mercantile si collocavano, infatti, i fratelli Paolo e Ignazio Florio, insediatisi a Palermo a fine Settecento per sviluppare in modo specifico l’attività di negoziazione dei generi coloniali(3).

Quasi contemporaneamente (1977-78), chi scrive pubblicava, nella stessa rivista, tre saggi riguardanti alcune imprese industriali (vino marsala, filanda, Tessoria del Pegno, Fonderia Oretea) ed ancora, nel 1981, un quarto contributo nel quale si cominciavano a focalizzare le attività più propriamente finanziarie della Casa lungo tutto l’Ottocento(4). Seguivano infine, nel 1984, altri due saggi specifici sull’insediamento a Palermo della prima ragione sociale Florio e Barbaro e sulla gestione della drogheria di via Matarazzari, frutto del ritrovamento nelle minute dei notai palermitani delle contabilità e di una serie completa di inventari dei generi in vendita presso la stessa(5).

Un grande passo in avanti veniva compiuto tra il 1985 e il 1986 con la simultanea pubblicazione di tre testi: una pregevole biografia su donna Franca Florio a cura della giornalista e scrittrice Anna Pomar e due monografie di ricostruzione storica delle vicende di quattro generazioni: L’età dei Florio di Romualdo Giuffrida e Rosario Lentini, (con la prefazione di Leonardo Sciascia e due saggi rispettivamente di Sergio Troisi e di Gioacchino Lanza Tomasi); e, I Florio di Simone Candela(6), che si avvaleva, soprattutto, della documentazione inedita del ministero della Marina mercantile relativa alle attività armatoriali della Casa. Il successo editoriale di queste tre pubblicazioni segnalava ormai un forte interesse del pubblico che, da lì a poco, si sarebbe trasformato in autentica riscoperta dei Florio, grazie a una mostra a loro dedicata, voluta Francesco Pillitteri, presidente della Fondazione Lauro Chiazzese della ex Sicilcassa, che si inaugurò a palazzo Branciforte nel dicembre del 1990. 

Il volume catalogo della mostra, realizzato anch’esso dall’editore Enzo Sellerio(7), raccoglieva non solo i contributi specifici di 11 autori(8) ma anche l’elenco dei 629 reperti esposti all’interno delle nove sezioni in cui si articolava il progetto espositivo curato dallo scrivente(9).

Si trattava in buona parte di documenti d’archivio, opuscoli e periodici, cartografia storica, foto d’epoca, manifesti pubblicitari, rarità filateliche, ma anche dello splendido bassorilievo ligneo (anni trenta dell’800), insegna della drogheria Florio, raffigurante il leone bevente nelle acque di un fiume che lambisce la pianta della china(10), nonché della scultura in bronzo del leo bibens, opera di Benedetto Civiletti [1894], originariamente collocata nel parco dell’Olivuzza. E poi di una caldaia per piroscafi fabbricata presso la Fonderia Oretea, di bottiglie dell’enoteca storica e antiche botti in rovere dalle cantine del marsala (Woodhouse, Ingham-Whitaker e Florio – scopri di più), di strumenti e attrezzi di lavoro provenienti dalle miniere di zolfo e dalle tonnare, di prodotti industriali in ferro e ghisa. E ancora di ceramiche, dipinti, porcellane, tessuti ; di disegni e schizzi di Ernesto Basile nonché l’autovettura Helbé De Dion Buton con la quale Vincenzo Florio jr. si classificò primo nella corsa delle vetturette del 1907.

La quantità di spunti e di dati offerti dalla mostra forniva ulteriori indicazioni agli storici per proseguire nella composizione del mosaico e per cominciare a ragionare in modo ponderato sul “fenomeno” Florio, su come fosse stata possibile la creazione di un complesso di attività imprenditoriali di successo e, di contro, su come potessero spiegarsi le ragioni del rovinoso declino novecentesco. Naturalmente, l’interesse per le vicende della Casa e dei suoi protagonisti non era monopolio degli studiosi e degli specialisti. Dagli anni Ottanta si registra una proliferazione di pubblicazioni prevalentemente agiografiche, ridondanti di aneddotica e di nostalgia per la belle époque; e ci si incanta (perché no?) anche sulla collana di perle e sullo splendore degli abiti di donna Franca, consorte di Ignazio Florio jr., la “regina di Palermo” immortalata da Giovanni Boldini. 

Era la prova tangibile del processo di mitizzazione ormai avviato, che in parte avrebbe prodotto un effetto consolatorio nell’animo di quanti ritenevano – e ritengono – che i Florio siano stati sopraffatti da una coalizione di interessi politico-finanziari guidata da Giolitti, dalla Banca d’Italia e dalla Banca Commerciale.

A sgombrare il campo da molte ricostruzioni fantasiose provvedeva il corposo volume di Orazio Cancila, edito da Bompiani nel 2008 e ristampato da Rubbettino. La ricchezza e varietà delle fonti utilizzate, l’impianto dell’opera e la chiave interpretativa mostravano con evidenza la fragilità delle narrazioni sicilianiste e vittimiste, del tutto inadeguate a spiegare la complessità dei fatti e le dinamiche del sistema economico-produttivo nazionale del nuovo secolo, e fornivano al lettore argomenti inoppugnabili sull’evoluzione della parabola dei Florio.

Dunque, la bibliografia storica disponibile è, ormai, ricca di contributi anche per il lettore comune che volesse comprendere i fatti. I Florio sono entrati nel mito e i miti sono inossidabili, come dimostra il successo straordinario del romanzo-saga della scrittrice Stefania Auci(11), la quale ha colmato un vuoto reale, cioè quello della narrazione e della rielaborazione del mito. Del resto, come sottolineato in un precedente articolo (16 settembre 2016): «gli spunti da sceneggiatura cinematografica sono tali e tanti da consentire libertà di trama a chiunque voglia occuparsene»(12).

Il mestiere degli storici non è di demolire i miti o di competere con la narrativa, ma di svelare il sommerso, individuare e selezionare documenti, spiegare connessioni, offrire interpretazioni. Spetta poi al lettore coltivare i propri interessi e la propria curiosità, in una parola, scegliere. 

Note:

1 Mario Taccari, I Florio, presentazione di Giuseppe Innorta, premessa di Carmelo Trasselli, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1967.

2 Romualdo Giuffrida, Un capitano d’industria dell’Ottocento: Vincenzo Florio (1799-1868), «Economia e Credito», 1975, n. 3, estratto, pp. 3-32.

3 Michela D’Angelo, Alle origini dei Florio. Commercio marittimo tra Bagnara e la Sicilia occidentale alla fine del Settecento, «Nuovi Quaderni del Meridione», 1978, n. 64, pp. 381-395.

4 Rosario Lentini, I Florio e la produzione del vino Marsala, «Nuovi Quaderni del Meridione», 1977, n. 57, pp. 17-37; La fonderia Oretea di Ignazio e Vincenzo Florio, 1977, n. 60, pp. 413-434; Dalla filanda di cotone alla Tessoria del Pegno: due iniziative dei Florio, 1978, n. 63, pp. 268-281; Vicende economiche e finanziarie di Casa Florio (1848 – 1902), 1981, n. 73, pp. 34-72.

5 Rosario Lentini, Aromatari, negozianti-banchieri e padroni di mare calabresi a Palermo: i Barbaro e i Florio, «Atti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo», serie V, vol. IV, 1983-84, parte II, pp. 201-214; IDEM, L’aromateria dei Florio al piano di S. Giacomo la Marina (1807-1813), «Atti dell’Accademia di Scienze cit.», serie V, vol. IV, 1983-84, parte II, pp. 291-314.

6 Anna Pomar, Donna Franca Florio, Vallecchi, Firenze 1985; Romualdo Giuffrida, Rosario Lentini, L’età dei Florio, Sellerio, Palermo 1985; Simone Candela, I Florio, Sellerio, Palermo 1986.

7 L’economia dei Florio. Una famiglia di imprenditori borghesi dell’800, Sellerio, Palermo 1990. Il volume è rinvenibile quasi esclusivamente nelle biblioteche, perché ne furono stampate poche centinaia di copie.

8  In ordine di sequenza: Maurice Aymard, Enrico Iachello, Alfio Signorelli, Francesco Brancato, Rosario Lentini, Rosario Spampinato, Simone Candela, Salvatore Lupo, Gioacchino Lanza Tomasi, Orazio Cancila, Giuseppe Barone.

9 Catalogo della mostra, a cura di Rosario Lentini, in L’economia dei Florio cit., pp. 187-222.

10 Dalla corteccia [nei documenti dell’epoca cortice] dell’albero della china-china si ricavava un potente febbrifugo e antiemetico che fece la fortuna dei Florio, principali rivenditori nella piazza. In particolare, nella drogheria di via Matarazzari si vendevano la china dolce, la cortice nuova selva, la cortice peruviana [ordinaria e sminuzzo], la cortice Santa Fé [prima e seconda qualità] e la cortice rossa; cfr. Rosario Lentini, L’aromateria dei Florio cit., p. 297. 

11 Stefania Auci, I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, Editrice Nord, Milano 2019.

12 Rosario Lentini, L’epilogo dei Florio. Quando i miti fanno velo alla storia, «L’identità di Clio», 16 settembre 2016.

 

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