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Dalle foibe all’esodo, 1943-1947. Il dramma del confine orientale nella tragedia dell’Europa post-bellica

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Le vicende di Trieste e Gorizia, dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, così come la storia delle popolazioni italiane di quelle regioni, sono argomenti affascinanti e complessi. Sono anche un aspetto importante della millenaria storia italiana, che pone rilevanti questioni allo storico italiano perché attraverso lo studio dell’italianità dell’Adriatico orientale si affronta il tema del limite, della frontiera della Nazione italiana a Oriente, così come quello dell’incontro fra civiltà italiana, mondo austro-tedesco e popoli slavi. Negli ultimi decenni la storiografia italiana ha compiuto importanti progressi nella conoscenza della storia degli italiani dell’Adriatico orientale così come delle relazioni fra Italia e popoli slavi del Sud. Grazie al lavoro rigoroso, serio e costante di storici come Giulio Cervani, Diego De Castro, Elio Apih, Angelo Tamborra, Pietro Pastorelli, Egidio Ivetic, Raoul Pupo e chi scrive, la nostra conoscenza di questi importanti temi della storia italiana dell’Otto e Novecento è molto più ricca e precisa.

Nonostante ciò nell’Italia contemporanea il dibattito pubblico su alcuni momenti della storia dell’italianità adriatica (l’annessione della Venezia Giulia e di Zara all’Italia, il periodo fascista, la seconda guerra mondiale, il fenomeno delle foibe, l’esodo giuliano-dalmata dopo il 1943, l’avvento della Jugoslavia comunista) rimane di una povertà culturale sconcertante e sembra essere dominato più da ignoranza, malafede e opportunismo politico che da reale volontà di capire e conoscere vicende tragiche e importanti della nostra storia come quelle dell’italianità dell’Adriatico orientale. Colpisce molto il provincialismo del dibattito sulle foibe e sull’esodo, che è purtroppo l’ennesima conferma del livello bassissimo sul piano della consapevolezza e della conoscenza storico-politica che caratterizza le attuali élite politiche e intellettuali italiane.

Si parla solo di vittime italiane del comunismo jugoslavo dimenticando che il movimento titoista ha ucciso molti più sloveni, croati, serbi, tedeschi e albanesi che italiani; si tace sul fatto che l’uso delle foibe carsiche per eliminare o fare sparire i corpi di avversari politici fu un fenomeno diffuso non solo a Trieste e in Istria, ma in tutto l’Adriatico orientale, e che in Dalmazia in questo modo i partigiani comunisti eliminarono molti croati e serbi, certamente molti di più degli italiani uccisi in questa maniera fra il 1943 e il 1945. Si parla di esodo italiano, tacendo il fatto che l’intera Europa fra il 1938 e il 1947 fu sconvolta da espulsioni, massacri e trasferimenti di popolazioni: ricordiamo solo quanto successo a ebrei, tedeschi e polacchi. Insomma, invece che usare il ricordo dell’esodo degli italiani giuliano-dalmati per riflettere su una tragedia collettiva europea quale fu la seconda guerra mondiale e sulle conseguenze che l’affermarsi di incontrollati egoismi nazionalistici hanno avuto sulla vita dei popoli europei, e per avvicinare gli italiani ai popoli dell’Adriatico orientale, alcuni dei quali, in particolare sloveni e croati, sono molto simi a noi e sono realmente figli e prodotto della civiltà latino-italiana, la celebrazione del Giorno del Ricordo diventa sfogo di xenofobia slavofoba, di cinismo e opportunismo politico e di ignoranza.

Per cercare di fare fronte a questi seri inconvenienti sono positivi e utili volumi di alta divulgazione storica come quello scritto da Dino Messina, Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia aperta (Milano, Edizioni Solferino, 2019), animati da senso dell’equilibrio e da autentico bisogno di capire e spiegare alcuni capitoli difficili e complessi della storia dell’italianità adriatica. Sulla base di una buona conoscenza della principale storiografia e pubblicistica italiana esistente sull’argomento, Messina ricostruisce in maniera sicura e chiara le principali vicende della storia degli italiani giuliano-dalmati nel corso del Novecento, concentrando la propria attenzione sulla seconda guerra mondiale, il dopoguerra e il difficile processo di integrazione degli esuli adriatici nell’Italia repubblicana.

Da apprezzare è lo sforzo dell’autore di mostrare le complessità e le contraddizioni delle vicende degli italiani dell’Adriatico orientale, che vivevano inseriti in società caratterizzate dal multilinguismo e dalla pluralità nazionale e culturale e che si mescolavano e interagivano con gli altri popoli di quelle regioni. Non sorprende quindi che l’italianità adriatica orientale abbia prodotto tradizioni politiche diversificate e conflittuali (dal lealismo imperiale asburgico dell’alto funzionario e parlamentare zaratino di origine pugliese Luigi Lapenna al nazionalismo fascista italiano slavofobo di un dalmata con molto sangue serbo e croato come Alessandro Dudan, dalle simpatie per la Jugoslavia comunista, vista come entità multinazionale garante della coesistenza dei popoli slavi del sud, di Enzo Bettiza al feroce anticomunismo di tanti esuli istriani e dalmati) e che ciò abbia generato, come ci spiega bene Messina,  vicende umane e famigliari complesse, con spaccature e divisioni fra fratelli e fra genitori e figli, con conseguenti scelte politiche contrapposte.

Punto di forza del volume di Messina è la scelta dell’autore di lasciare parlare alcuni testimoni e partecipanti delle vicende da lui raccontate con penna chiara e piacevole. Molto interessanti sono quindi i racconti di vita di tanti esuli e figli/figlie di esuli, nonché dei cosiddetti rimasti, coloro che scelsero di non abbandonare la loro patria e le loro città natie dopo l’annessione alla Jugoslavia comunista: da Nelida Milani a Walter Matulich, da Malvina Deltreppo a Giorgio Varisco, da Lucia Castelli ad Adriana Ivanov e a tanti altri e altre. Il lettore viene così a conoscere in maniera diretta e coinvolgente la loro storia e le loro tradizioni famigliari, i loro drammi e le loro difficoltà.

Se dovessimo fare un appunto all’autore è quello di non avere dato abbastanza rilievo anche alle dimensioni “positive”, se è possibile usare questo termine dell’esodo giuliano-dalmata: la riuscita integrazione della stragrande maggioranza degli italiani giuliani e dalmati nella società italiana del secondo dopoguerra, e il grande contributo di giuliani e dalmati al miracolo economico italiano di quei decenni, ben simboleggiato da figure come Ottavio Missoni, e al lungo, contrastato ma di successo, processo di riconciliazione fra Italia e popoli slavi del sud, a favore del quale si spesero con coraggio, anche a costo di pesanti sacrifici personali, figure significative come Fulvio Tomizza, Diego De Castro, Antonio Cattalini e Corrado Belci. Ma questi potrebbero essere i temi di un futuro libro di Dino Messina, al quale comunque dobbiamo essere grati per averci regalato un libro bello, commovente e intenso come Italiani due volte.

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