La Rizzacasa D’Orsogna racconta la sua vita attraverso il rapporto con il cibo (e con un mondo che fa spesso sentire inadeguati)

“Ma alla fine, lei sua madre l’ha perdonata?”

Una domanda da cento miliardi di dollari, che si sarà sentita rivolgere mille e mille volte. Forse nella speranza, da parte di chi chiede, di un lieto fine.

“Non dovevo perdonarla, io mi sento una figlia in tutto. Legga il libro: non troverà un’oncia di rabbia”. L’essenza di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, giornalista e scrittrice di natali palermitani, è tutta in questa risposta: elegante, forse d’altri tempi perfino in quella citazione di un’unità di misura che non esiste più.

non superare le dosi consigliateEppure, l’autrice di  “Non superare le dosi consigliate”, edito da Guanda, vive profondamente il nostro tempo. Ne ha percorso in lungo e in largo le contrade (è laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York), non solo geografiche: anche e soprattutto quelle dell’anima. Trovando la forza di scrivere un romanzo struggente, in cui presta la sua esperienza di vita a Matilde. Anche Matilde percorre il mondo, e lo fa con i passi leggeri di una ragazza sottopeso (e che per questo si percepisce bellissima, secondo criteri di valutazione che le sono stati inculcati sin dalla prima infanzia).

I suoi passi non hanno lo stesso peso, a dispetto dei lassativi che la madre bulimica le propina fin dalla più tenera età: finché, dopo i quaranta, si fanno affaticati, stanchi, affannati. Non percorrono più le strade del mondo: si recludono in casa, insieme a un corpo esausto e a un’anima che forse lo è ancora di più. I viaggi più frequenti sono quelli verso il frigo, o al supermercato, o in farmacia. E poi di corsa a casa, a nascondersi.

“I disturbi alimentari non devono mai essere sottovalutati, perché sono sempre spia di qualcos’altro – dice l’autrice – e per quanto questo possa sembrare scontato, c’è ancora gente che pensa che basti mangiare meno per dimagrire. Il processo è molto, molto più complesso di questa banale equazione. Per esempio: se mangi quattro cornetti in quattro caffetterie diverse ti senti meno in colpa che nel mangiarli sempre nello stesso posto. Eppure la quantità di cibo è la stessa. Sono meccanismi difficili da capire”.

E se il problema dei binge eater è nel controllo della propria alimentazione, a questo si aggiungono i condizionamenti del mondo esterno: lo sconosciuto che ti chiede perché non fai un’operazione per dimagrire, gli agguati della vicina di casa che ti controlla il girovita come se fosse la cosa più normale del mondo. La parrucchiera, che ti chiede dove potere comprare vestiti per sua madre “perché è una grossa come te”.

La risposta era un sorriso accennato, qualche parola. E poi di corsa a casa, a piangere, a mangiare. Ma Costanza ha preferito la penna, la sua amata scrittura, e ha tirato fuori tutto. Anche la gioia nel vestire, anche il sorriso, incorniciato da un rossetto rosso corallo. E non per i chili che potrà perdere, ma per com’è ora. Bellissima, dentro e fuori.

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