Passeggiata letteraria con Salvatore Ferlita, alla scoperta della figura femminile nel corso dei secoli

Salvatore Ferlita

Angelo, demone, vestale della casa o causa di sventure per l’uomo che le si accompagna. Ingenua o pienamente consapevole dei propri mezzi. Sono solo alcune delle declinazioni con cui la donna è rappresentata in letteratura.

Una passeggiata in cui ci siamo fatti accompagnare da Salvatore Ferlita, acutissimo autore, critico letterario e docente di letteratura italiana contemporanea all’università Kore di Enna.


Il medioevo è un periodo assai lungo e complesso, quindi difficile da schematizzare anche per quanto riguarda la produzione letteraria. Volendo tentare la costruzione di due polarità, crede che prevalga il tipo di donna descritta da Cielo d’Alcamo – fintamente ingenua ma, diciamo così, perfettamente consapevole dei propri mezzi – o piuttosto in quella descritta dal Dolce Stil Novo?

A prevalere è senza dubbio la donna descritta dal Dolce Stil Novo, la cosiddetta donna angelicata, che caratterizza la lirica d’amore a partire dal XIII secolo. La donna è il ricettacolo di virtù che beatificano e che la rendono appunto simile a un angelo. È curioso: si crea in sostanza una sorta di processo di sublimazione che collide con la visione tradizionale per la quale si attribuiva alla donna la responsabilità del peccato originale.

Occorre prendere dunque le mosse dalla poesia provenzale e seguire l’affermazione di tale modello grazie al ciclo bretone, dove ha la meglio l’amore e la vera e propria devozione per la donna, a differenza di quanto invece registra la materia di Francia. L’esempio che mi viene subito in mente è quello de Lancillotto o Il cavaliere della carretta, siamo tra il 1170 e il decennio successivo. È da lì che l’angelizzazione della donna trova un vero e proprio trampolino di lancio (Lancillotto ma anche Tristano sono i personaggi per definizione sottomessi, devoti alla loro amata).

Nella lirica italiana poi la trasfigurazione della donna diventa un tema centrale, ma si perde per strada, diciamo così, la patina di sensualità che si intercetta nei versi dei provenzali. Da Guinizzelli a Cavalcanti a Dante è tutta un’epifania di donne cantate come creature particolari, dotate di peculiari virtù che sono il polmone d’acciaio per l’ispirazione del poeta. In Dante però c’è qualcosa di diverso: egli pone l’accento sul potere salvifico di Beatrice, sulla sua dimensione quasi divina. Il processo ormai è irreversibile: Petrarca su questo solco si muove, anche se Laura dismette le vesti della donna che salva, che traghetta verso la trascendenza, suscitando più che altro il desiderio del poeta. In questo, l’autore del Canzoniere è più vicino alla sensibilità dei provenzali. Oltretutto, questo motivo sopravvive nella trattatistica rinascimentale, nell’Orlando furioso. Si crea tutto un armamentario poetico, una sorta di kit di paragoni pronti all’uso: donna come luce, luna, ruscello, rugiada, divinità, stella.

Col Romanticismo poi si ha un ritorno di fiamma di questa dimensione angelica. Anche fuori dall’Italia questo tipo di donna di carta avrà fortuna, nei sonetti di Shakespeare, nei componimenti di Milton. Ma c’è di più: prendiamo Jane Austen, le donne che figurano nelle sue pagine sono spesso paragonate ad angeli e qualità angeliche sono pure attribuite da Dickens ai suoi personaggi in gonnella. Quindi, a conti fatti, a prevalere è questo modello.

È corretto pensare che la dicotomia letteraria di cui parlavamo rispecchi in qualche modo l’esigenza di un mondo maschile di identificare la donna con caratteristiche nette (ammaliatrice vs angelo), in modo da semplificarla?

Penso di sì, si tratta di caratterizzazioni trancianti, manichee. Ma che non sono le uniche. La donna ammaliatrice è un altro modello che avrà fortuna duratura nelle carte degli scrittori: una donna talmente bella da recare sventura. Si tratta di un tipo di donna che segna la cultura occidentale sin dai suoi primordi, prendendo le mosse con Eva, passando attraverso Elena, ma anche le sirene, Circe, Fedra, Medea, Cleopatra. Essa incarna il lato oscuro della femminilità, per la sua forza seducente e mortale e che poi nella letteratura borghese avrebbe trovato terreno assai più fertile, nel bel pieno del Verismo (Verga, ma poi anche Tarchetti).

Col Decadentismo poi si ha una strana permutazione (D’Annunzio docet): la donna che seduce, ammalia, rovina sembra incarnare le caratteristiche della figura romantica del superuomo byroniano, la donna insomma comincia a portare i pantaloni, sempre più dispotica e crudele, insensibile, collerica. Attenzione però: ci sono altri modelli di donne che troviamo in giro: la donna guerriera, presente nel palinsesto biblico ma poi attiva anche nella poesia epico-cavalleresca, nel Rinascimento e nel Barocco (soprattutto in certa produzione drammaturgica). Ma c’è anche la cosiddetta “femme savante”, la donna erudita, dai prodromi medievali (il solito Boccaccio) fino al Novecento (grazie a Cocteau, alla Beauvoir, alla Woolf)”.

Qual è il primo personaggio femminile in letteratura che secondo lei assume una tridimensionalità?

A mio avviso le prime donne che veramente ostentano una natura tridimensionale, delle quali si può avvertire la sinuosità delle curve, la presenza fisica, sono quelle di Boccaccio: poverino, questa sua grande modernità, il fatto di aver dedicato il suo capolavoro alle donne, l’avrebbe pagato a caro prezzo. Con una sorta di tardiva e antiprogressista resipiscenza, componendo addirittura un’opera contro le donne, il Corbaccio, in preda a una sorta di efferata misoginia. 

Quando la figura della donna smette di essere incardinata all’amore e all’uomo per avere dignità letteraria come persona?

Questa domanda mi fa venire in mente una delle chiose più penetranti di Sciascia allineata nel volume Nero su nero, dove lo scrittore di Racalmuto ribadisce che la donna sarà sempre dall’uomo innalzata o degradata, innalzata e degradata: mai, egli scrive, considerata come “compagna”, parola abusata che però non ha mai avuto riscontro nella realtà effettuale.

La donna forse potrà solo tentare una liberazione definitiva, provare a negarsi all’amore dell’uomo, ma negarsi non solo all’atto dell’amore (come ha raccontato da par suo Aristofane) ma all’amore tout court: facendo cioè in modo che si cancelli il pensiero dell’amore e dunque, aggiungeva Sciascia, anche l’istinto. Per poi concludere: al che si può arrivare, per come siamo avviati (allora, a maggior ragione adesso mi viene da aggiungere). Ma rimane da vedere se con ciò non finirà la donna col negare se stessa o col restare a un incompiuto poema, come nel caso di Orlando della Woolf. Uno strano romanzo, questo, che prova a dimostrare come dentro ciascuno non alberghi un sé rigido e prestabilito, ma molti sé fluttuanti, dinamici, che mutano incessantemente.

Le donne intellettuali – penso ad Artemisia Gentileschi o a Rosalia Novelli – venivano celebrate nella letteratura a loro contemporanea per quelle che erano (intellettuali, appunto)?

Venivano celebrate per quelle che erano e per quello che rappresentavano, per la loro dimensione paradigmatica. Ma pure osteggiate per il precipitato di antropologia negativa (agli occhi dei malpensanti, di chi le osservava in malafede) che esse custodivano. 

Che ruolo assume invece la figura femminile nel romanzo di appendice?

Non sono un esperto di romanzi d’appendice, ho letto qua e là e mi pare che questi romanzi siano lo specchio di quell’epoca, con eroine che infuocavano i sentimenti degli uomini o che scatenavano le passioni dei lettori (delle lettrici sarebbe meglio dire) per la condizione che esse incarnavano, a volte marginate, vituperate.

È possibile che le donne abbiano contribuito a mantenere ferma la rappresentazione che si dava di loro per una sorta di autosabotaggio? Crede che il celebre saggio di Virginia Woolf,  “Una stanza tutta per sé”, sia stato accettato e condiviso dalle sue contemporanee?

Potrebbe anche essere così. In quel saggio degli anni Trenta la Woolf si prende gioco dell’atteggiamento di chiusura nei confronti del sapere femminile prendendo le distanze da ogni mitizzazione dell’immagine della donna che manipola e guasta la realtà effettiva. La Woolf oppone alla declinazione letteraria del mondo, quasi sempre edulcorante, la grande difficoltà sperimentata dalle donne in tutte le epoche fino al Novecento di far propria una formazione culturale e di conseguire un riconoscimento pubblico del proprio spessore intellettuale. In tutto ciò, la Woolf fa riferimento a Aphra Been, la prima scrittrice professionista inglese, come modello di riferimento.
Non so bene quali reazioni effettive abbia registrato, ma mi viene facile immaginare le remore e le precomprensioni suscitate.

Al di là dell’emancipazione femminile (vera o presunta) oggi come le sembra sia rappresentata la donna in letteratura? Di quali stereotipi è prigioniera?

Oggi la donna è rappresentata bene e male, cioè assistiamo a una rappresentazione finalmente scevra da aspetti convenzionali, cliché. E spesso sono proprio le scrittrici a restituirci ritratti indimenticabili di donne, che con la loro misteriosa vischiosità si attaccano al nostro immaginario per non lasciarci più. Ma perdura ancora una declinazione della donna stereotipata, legata a convenzioni, a pregiudizi. Mi capita spesso, leggendo narrativa contemporanea, di intravedere nelle donne rappresentate uomini travestiti, alcune di esse incarnano ciò che gli uomini vorrebbero essere, o sono coscienti di non essere.

 

 

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