Viaggio nel ventre dell’organizzazione criminale: il passato, gli uomini, i nuovi e i vecchi affari

Per comprendere a fondo Cosa Nostra e le vicende criminali che nel corso dei decenni l’hanno riguardata occorre preliminarmente conoscerne l’apparato strutturale, le regole e le principali attività. Fino a qualche decennio fa le notizie erano frammentarie e parziali, il che finiva con il non rendere efficace l’azione repressiva dello Stato.

Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie alla attività di indagine delle forze dell’ordine ma soprattutto alla collaborazione di mafiosi, è stato possibile avere una chiave di lettura dall’interno del fenomeno.
Il primo pentito di mafia fu Leonardo Vitale che, già nel 1973, colto da una crisi di coscienza, si presentò in questura rivelando quanto era a sua conoscenza sulla mafia e sui reati da lui commessi e da altri affiliati. Purtroppo allora gli investigatori e i magistrati non seppero cogliere appieno l’importanza delle sue confessioni, con la conseguenza che la mafia continuò indisturbata nelle proprie attività criminali. Vitale, dichiarato seminfermo di mente, fu condannato e, tornato in libertà dopo pochi mesi, venne ucciso. Era il 2 dicembre del 1984, cioè pochi mesi dopo l’inizio della collaborazione di Buscetta.

Evidentemente le dichiarazioni del pentito, che furono allora riprese dagli inquirenti, rafforzavano l’attendibilità di Buscetta. La collaborazione di quest’ultimo iniziò nel luglio del 1984 quando giunse in Italia, estradato dal Brasile, a seguito di un ordine di cattura per traffico di stupefacenti emesso da chi scrive. Buscetta era un mafioso di spicco e un trafficante di stupefacenti, sospettato anche, dalla polizia brasiliana, di essere autore di due omicidi. La sua decisione di collaborare con la giustizia fu determinata non certo da istanze morali, ma da banali motivi di vendetta e dalla necessità di salvare la propria vita.

Scatenatasi infatti la cosiddetta “guerra di mafia”, gli avversari, per stanarlo, gli avevano ucciso numerosi congiunti. Egli inoltre, mafioso di vecchio stampo, non si riconosceva più nel gruppo emergente dei corleonesi, che faceva capo a Totò Riina e Bernardo Provenzano, e che non rispettava più le tradizionali regole dell’organizzazione in seno alla quale egli era cresciuto. Si era quindi prefisso di distruggere la “nuova mafia” e di vendicarsi dei lutti subiti. In altri termini aveva deciso di rivolgersi alla Giustizia dello Stato per attuare la sua vendetta e per salvarsi la vita.

Per inciso debbo dire che tra il sottoscritto e Buscetta – che ho avuto modo di incontrare più volte sia in America che in Italia, in occasione  di interrogatori condotti unitamente a Giovanni Falcone e agli altri giudici componenti del pool antimafia di quegli anni – non si creò mai, così come accadeva con gli altri magistrati, quello che potrebbe definirsi un feeling.

Non ho mai compreso il motivo, forse una antipatia istintiva da parte mia nei confronti di un personaggio supponente, che voleva decidere modi e  tempi delle sue rivelazioni, e che era pur sempre un mafioso. Ritengo che da parte sua lo infastidisse la mia abitudine di interrompere il monologo cui era abituato, con domande, richieste di chiarimenti e quando era il caso, contestazioni, cosa che lo irritava senza che si premurasse di nasconderlo.

Non vi è dubbio comunque che le rivelazioni di Leonardo Vitale prima e successivamente di Buscetta, di Contorno e di altri pentiti ci consentirono di infrangere quel muro di silenzio che fino ad allora aveva protetto Cosa Nostra e i suoi crimini rendendo possibile la conoscenza del suo apparato strutturale, delle regole e delle attività illecite. Ma soprattutto da queste dichiarazioni emergeva una realtà agghiacciante: accanto all’autorità dello Stato, esisteva un potere più incisivo e più efficace, quello della mafia. Il che rendeva impellente la necessità di reagire contro questa situazione inaccettabile.

Dalle dichiarazioni dei vari collaboratori e dalle indagini degli investigatori coordinati e diretti dai magistrati componenti del pool antimafia di quegli anni nacque il maxiprocesso. Che ci consentì di portare alla sbarra, per la prima volta nella storia della Repubblica, ben 760 mafiosi, accusati di gravissimi reati che andavano dall’omicidio, alle estorsioni, al traffico di stupefacenti e di armi, ai reati contro la pubblica amministrazione. Quasi tutti vennero condannati in via definitiva.

Passando all’assetto strutturale di Cosa Nostra (la parola “mafia” è un termine letterario che non viene usato dagli affiliati) questa è disciplinata da regole rigide non scritte ma che si tramandano oralmente.

Disse allora  Buscetta: “Nessuno troverà mai elenchi di appartenenti a Cosa Nostra né attestati di alcun tipo, né ricevute di pagamento di quote sociali”.

La cellula fondamentale di Cosa Nostra è costituita dalla “famiglia”.

La mafia siciliana: Organigramma MafiaQuesta è una struttura che controlla una zona della città o un intero centro abitato da cui prende il nome. Così abbiamo ad esempio, la famiglia di Porta Nuova, la famiglia di Villabate, la famiglia di Palermo Centro e così via.
La famiglia è composta da “uomini d’onore” o “soldati” (coordinati, per ogni gruppo di dieci, da un capodecina) ed è governata da un capo che viene eletto e che è assistito da un vice capo e da uno o più consiglieri. Al capo o rappresentante è affidato il comando della “famiglia” locale; il vice capo è colui al quale ci si rivolge in assenza del capo. Il consigliere è normalmente una persona anziana che ha doti di equilibrio e che ha il compito di dare veri e propri consigli  al capo e a tutti quelli della famiglia. La nomina dei capi delle “famiglie” locali avviene per elezioni cui partecipano tutti i soldati delle famiglie interessate.

L’attività della famiglia è coordinata da un organismo collegiale denominato “commissione” o “cupola”. Di questo organismo fanno parte i “capi mandamento” e, cioè, i rappresentanti di tre o più “famiglie” territorialmente contigue. In tempi più recenti venne istituito un organismo segretissimo denominato “interprovinciale” il cui compito era quello di regolare gli affari riguardanti gli interessi di più province.

La “commissione” è presieduta da uno dei capi mandamento, denominato “capo”. La funzione di questa commissione è assicurare il rispetto delle regole di Cosa Nostra all’interno di ciascuna “famiglia”, e soprattutto di comporre le vertenze che dovessero insorgere fra le “famiglie”. La “commissione” inoltre è quella che delibera i delitti più gravi, come l’uccisione di un magistrato, di un politico, di un appartenente alle forze dell’ordine, di un giornalista, di un imprenditore e così via. Si tratta dei cosiddetti “delitti eccellenti”.

Vi sono poi le regole che disciplinano l’arruolamento degli uomini d’onore.

I requisiti richiesti sono in primo luogo le doti di coraggio e di spietatezza (Leonardo Vitale, di cui si è detto, divenne uomo d’onore in seguito a un omicidio), una situazione familiare trasparente e soprattutto la assoluta mancanza di vincoli di parentela con “sbirri” cioè appartenenti alle forze dell’ordine. La prova di coraggio ovviamente non è richiesta per quei personaggi che rappresentano, come disse il pentito Salvatore Contorno “la faccia pulita della mafia” e cioè professionisti, pubblici amministratori, imprenditori che non vengono impiegati in azioni criminali ma che svolgono una copertura in attività apparentemente lecite.

Una volta acquisito il consenso della persona a far parte di Cosa Nostra ha luogo la cerimonia formale del giuramento di fedeltà, consistente nel dare in mano al neofita una immagine sacra alla quale viene dato fuoco. Questi, dopo averla rigirata tra le mani e  imbrattata con il sangue sgorgato da un dito che gli viene punto, ripete la formula del giuramento.

Lo status di uomo d’onore cessa soltanto con la morte di chi lo ha acquisito. Il mafioso ovunque risieda, in Italia o all’estero, rimane sempre tale. E, a proposito della situazione familiare trasparente, va ricordato che Buscetta venne espulso dalla mafia per avere avuto una vita familiare disordinata e soprattutto per avere divorziato dalla moglie. Nel caso in cui l’uomo d’onore commetta gravi violazioni viene espulso dall’organizzazione, nel gergo mafioso viene “posato”.

In questo caso non può intrattenere rapporti con altri membri di Cosa Nostra, i quali sono tenuti addirittura a non rivolgergli la parola. Pare comunque che. sin dall’epoca di Buscetta e fino ad oggi, i criteri di arruolamento siano divenuti più larghi nella scelta dei nuovi adepti.
Per quanto riguarda le conoscenze del singolo uomo d’onore sui fatti di Cosa Nostra, queste dipendono dal grado che lo stesso riveste nell’organizzazione. Più sarà elevato, più avrà la probabilità di venire a conoscenza di fatti di rilievo. Una regola ferrea poi è quella per cui ogni uomo d’onore non può svelare ad estranei la sua appartenenza alla mafia né tanto meno i segreti di Cosa Nostra di cui sia a conoscenza. La violazione di questa regola quasi sempre è punita con la morte.

Altra regola fondamentale è quella secondo cui, quando gli “uomini d’onore” parlano tra loro di fatti attinenti a Cosa Nostra, hanno l’obbligo assoluto di dire la verità. Chi non dice la verità viene chiamato “tragediaturi” e può essere sottoposto a severe sanzioni che vanno dall’espulsione (in tal caso si dice che “l’uomo d’onore è “posato”) alla morte.

In base a questo codice si comprende come bastino pochissime parole e perfino un gesto, perché uomini d’onore si intendano perfettamente tra loro. Così, ad esempio, se due uomini d’onore sono fermati dalla polizia a bordo di una autovettura nella quale viene rinvenuta un’arma, basterà un impercettibile cenno d’intesa fra i due, perché uno di essi si accolli la paternità dell’arma e le conseguenti responsabilità, salvando l’altro.

 


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