Viaggio nel ventre dell’organizzazione criminale: il passato, gli uomini, i nuovi e i vecchi affari

Dal codice di Cosa Nostra è anche regolamentata la presentazione di un uomo d’onore.

Un uomo d’onore infatti non si può presentare da solo ad un altro membro di Cosa Nostra perché in questo caso nessuno dei due avrebbe la sicurezza di parlare effettivamente con una persona fidata.

Occorre quindi l’intervento di un terzo membro dell’organizzazione che li riconosca entrambi come uomini d’onore e che li presenti tra loro in termini che diano l’assoluta certezza dell’appartenenza. Come ha spiegato il pentito Contorno, è sufficiente che l’uno venga presentato all’altro con la frase “questo è la stessa cosa” perché si abbia la garanzia che l’altro appartenga a Cosa Nostra.

Altra regola fondamentale è quella che sancisce il divieto, per l’uomo d’onore, di passare da una “famiglia” all’altra. Anche se questo dettame, con in passare del tempo, non sempre veniva osservato: specialmente dopo le vicende della guerra di mafia che segnò l’imbastardimento di Cosa Nostra.
Qualora un capo famiglia sia in carcere, per tutta la durata della detenzione viene sostituito dal suo vice in tutte le decisioni che occorre adottare, anche se il capo sarà sempre in grado di fare sapere al suo vice il proprio punto di vista.

Ciò spiega come un capomafia, anche se detenuto, possa fare pervenire all’esterno i propri ordini, anche per la commissione di omicidi o di altri gravi delitti. Una volta scarcerato, il capo famiglia avrà il diritto di pretendere che il suo vice gli renda conto delle decisioni adottate.
Altra norma, anche se non assoluta, è il divieto all’uomo d’onore, durante la detenzione, simulare la pazzia nel tentativo di sfuggire alla condanna. Sembra però che questa regola non venga più seguita e sanzionata dato che si registrarono numerosi esempi di uomini d’onore detenuti che simularono la pazzia. Anche questo, a parere di Buscetta, era un ulteriore sintomo della degenerazione degli antichi principi di Cosa Nostra.
Altro divieto assoluto fondamentale è fare ricorso alla giustizia dello Stato. L’unica eccezione riguarda i furti di veicoli subiti da un mafioso.

Questi possono essere denunciati alla polizia per evitare che il proprietario possa venire coinvolto in eventuali fatti illeciti commessi con l’uso del veicolo. A questo proposito ricordo un episodio quasi umoristico. La moglie del capo mafia Michele Greco era solita rifornirsi di abbigliamento presso una boutique di Napoli; i capi le venivano spediti tramite servizio ferroviario regolarmente assicurati contro il furto. Una volta il pacco venne sottratto da ignoti. Ebbene, pur di non fare la denuncia che le avrebbe consentito di  ottenere il risarcimento del danno da parte della compagnia assicuratrice, preferì pagare i capi di abbigliamento malgrado non li avesse mai ricevuti.

Abbiamo visto per grandi linee la struttura dell’organizzazione mafiosa e le regole che la caratterizzavano secondo quanto riferito da Buscetta e da altri collaboratori. Va tuttavia detto che, negli anni successivi a tali dichiarazioni, con l’affermarsi del predominio della mafia corleonese, dei Riina e Provenzano, si era costituito un ristretto gruppo di potere sotto la guida di questi ultimi, che aveva esteso la propria egemonia sull’intera Sicilia, da est ad ovest.

In questo periodo  le strutture e l’organizzazione di Cosa Nostra erano ormai divenute delle vuote forme adattate e stravolte dallo strapotere del gruppo dei corleonesi. Basti dire che Riina non convocava più la “commissione”, ma decideva indipendentemente da questa. Va però precisato che –  dalla recente operazione antimafia che ha portato all’arresto tra gli altri di Settimo Mineo, destinato ad essere il successore di Riina, e in particolare da alcune intercettazioni – è emerso che Cosa Nostra sta tornando alle vecchie regole svelate da Tommaso Buscetta, e di cui stiamo parlando. E che era in corso la ricostruzione della “commissione provinciale della mafia” che, di fatto, era stata privata di ogni potere a causa della dittatura di Totò Riina. Da quanto emerge dalle indagini Settimo Mineo, a differenza di Riina che gestiva  un potere assoluto, era invece un capo che cercava di mediare tra le vecchie e le nuove leve.

Dobbiamo ora parlare delle attività delittuose dell’organizzazione mafiosa sia quelle tradizionali che quelle che nel corso degli anni e fino ad oggi hanno caratterizzato questa organizzazione.
Bisogna in primo luogo sgombrare il campo da un pregiudizio: quello secondo cui la vecchia mafia sarebbe un’organizzazione solidaristica, che aiuta i deboli e gli indifesi. Questa convinzione è frutto di ignoranza e di ingenuità. La mafia è ed è sempre stata una associazione per delinquere: ogni specie di delitti sono sempre stati alla base del suo potere. Basti pensare alle estorsioni, ai sequestri di persona, agli omicidi, al traffico di stupefacenti, alle tangenti e così via. Per non dire dello scempio dei cadaveri che, dopo essere stati uccisi, venivano sciolti nell’acido.

Così come bisogna sfatare la leggenda secondo cui la mafia non toccherebbe le donne e i bambini. Tra i tanti casi basta ricordare quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre che aveva deciso di collaborare con l’autorità giudiziaria. O quello di Claudio Domino, un bambino di appena 11 anni freddato con un colpo di pistola perché aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Numerosi comunque sarebbero gli esempi di assassinio consapevole di donne e bambini da parte della mafia.

Una prima esigenza di Cosa Nostra è quella di tenere sotto controllo il territorio di competenza della “famiglia”. Ciò ha luogo mediante la imposizione della protezione con la minaccia di danneggiamenti preceduta da qualche consiglio o da qualche telefonata. In alcuni casi è la stessa persona interessata che si rivolge al rappresentante della famiglia nel cui territorio, ad esempio, esercita la propria attività commerciale, per la cosiddetta “messa a posto”.

Nessuna attività criminale di un certo rilievo può essere compiuta senza l’autorizzazione della “famiglia” competente. La trasgressione di questa regola in passato si risolveva con una semplice bastonatura, oggi può risolversi anche con la morte del trasgressore. Ricordo che negli anni Ottanta numerosi omicidi, commessi dalla famiglia di Corso dei Mille, furono dovuti a delle rapine ad opera di delinquenti comuni che avevano agito senza avere preventivamente richiesto il permesso della “famiglia”.  In ogni caso, nessun omicidio può essere commesso senza l’autorizzazione del capo famiglia, che stabilisce anche il luogo. Anche le attività lecite, come ad esempio le imprese di costruzione, o altre attività economiche, non si sottraggono al controllo territoriale del gruppo.

Nel caso di delitti cosiddetti “eccellenti” (magistrati, politici, appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti), questi non possono essere eseguiti senza la deliberazione e l’ordine della commissione. In questi casi è la stessa commissione che sceglie gli esecutori in qualsiasi famiglia senza informarne il capo. Così, ad esempio, i killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile furono scelti tra gli appartenenti a tre diverse famiglie mafiose.

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