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Breve storia dell’inchiostro – Parte Sesta

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Gli inchiostri indiani ed ebraici

Inchiostro indiano

In India l’inchiostro era chiamato masi, masī o maṣi, ed era conservato in un calamaio chiamato maṣi-bhānda, maṣī-bhajana, melāmandā. L’utilizzo dell’inchiostro è attestato dal V secolo a.C. come testimoniato da alcune lettere scritte con l’inchiostro scoperte a Sanchi. Il manoscritto completo più antico scritto con l’inchiostro è il Kharoṣṭhī Dhammapada (I secolo d.C.) scoperto in Khotan.

L’inchiostro poteva essere di due tipi: durevole e lavabile; il primo era utilizzato per scrivere i manoscritti, mentre il secondo era destinato a scritture di utilizzo temporaneo come lettere, libri contabili, ecc. (Shivaganesha Murthy 1996, 52-54; Sircar 1965, 80). L’inchiostro lavabile era costituito da nero di fuliggine, con acqua e gomma. Per preparare quello durevole era utilizzata la resina di Ficus religiosa mescolata con acqua e mantenuta per un poco di tempo dentro un vaso di terracotta, quindi bollita e mescolata con una piccola quantità di borace e lodhra (Symplocos racemosa). Una volta completate queste operazioni, il prodotto era mescolato con il nero della fuliggine delle lampade fino a dare la necessaria colorazione nera; questo sistema tradizionale di preparazione dell’inchiostro è ancora oggi impiegato nel Rajashtan. Ray (2004, 235-236) fornisce un’altra ricetta. Per preparare l’inchiostro, sia liquido sia solido, era raccolto il nerofumo delle lampade. Questo era poi mescolato con gomma di Vachelia farnesiana e un poco d’acqua e quindi versato in un mortaio di ferro dove era mescolato con un pestello di legno per alcune ore. Successivamente l’impasto ottenuto era trattato con un infuso di noce di galla in acqua e l’intera massa era di nuovo versata in un mortaio di ferro per alcune ore. L’impasto era finalmente seccato al sole e trasformato in grumi da sciogliere in acqua. Nel Rasaratnakara di Nityanathasiddha, un trattato alchemico del XIII secolo viene fornita questa ricetta per l’inchiostro da utilizzare sulle foglie di palma (Ray 2004, 236):

«I seguenti ingredienti sono necessari per fare un inchiostro indelebile nero:

  1. Albero di mirobolano;
  2. Eclipta alba;
  3. Berberis giallo;
  4. Semicarpus anacardium (ingl. marking nut; it.: noce della palude);
  5. Oleandro, Nerium odorum;
  6. Bob (una varietà di gomma);
  7. kajjal (nerofumo) di lampada ad olio;
  8. recipiente di rame.

Il carattere indelebile dell’inchiostro è ovviamente dovuto all’uso della noce la quale è, come è noto, usata dai lavandai in India per marcare i vestiti».

Nella scrittura indiana erano presenti anche gli inchiostri colorati, come a esempio il rosso, ottenuto facendo bollire in acqua il vermiglio con la gomma, utilizzato per evidenziare particolari passaggi del testo (Singh 1993, 37-40). Sono conosciuti inchiostri anche di altri colori ma per la scrittura dei libri era usato solo il nero. Il giallo era utilizzato soprattutto per le cancellature mentre quello rosso per le linee dei margini su entrambi i lati della pagina, la chiusura dei capitoli o delle sezioni. A volte era utilizzato l’oro e l’argento per i margini dei fogli.

Singh (1993, 39-40) descrive anche altri due inchiostri colorati prodotti in India. Il primo è l’inchiostro color indaco, prodotto in India ed esportato anche in Grecia e a Roma, menzionato anche nel Visnudharmottara (III, 40, 26), il quale era estratto dalla Indigofera tinctoria L., un arbusto della famiglia delle Fabacee. Il secondo è il verderame, un inchiostro verde preferito durante il regno dei Moghul, utilizzato frequentemente nei manoscritti di quel periodo. Era composto da un acetato di rame, ottenuto trattando dei pezzi di rame con l’aceto.

Inchiostro ebraico

Il termine dio (ebraico: דיו) è impiegato per indicare sia l’inchiostro a base di fuliggine, il primo a essere utilizzato, sia quello metallo-gallico. L’inchiostro è citato nella Bibbia (Geremia 36:18) dove è scritto: «Di sua bocca Geremia mi dettava tutte queste parole e io le scrivevo nel libro con l’inchiostro». Questo inchiostro era probabilmente a base di nerofumo, comunemente utilizzato nel Vicino Oriente antico. Il problema della produzione dell’inchiostro presso gli Ebrei si pone in maniera differente a secondo se era usato per scopi rituali o laici. Infatti la sua composizione variava a seconda del diverso utilizzo, se serviva a scrivere la Torah, o i mezouzot, versetti scritti sugli architravi delle porte, o i tephillin, filatteri, ecc. La Gemarah (Talmud Babilonese, Shabbat 23a) raccomanda di bruciare l’olio di oliva per ottenere il nerofumo e come legante l’utilizzo della resina o del chalcanthum. Quest’ultimo era il termine greco per atramentum sutorium, ovvero nero dei calzolai, in ebraico chiamato kankantum, cioè vetriolo blu. Come nel caso della pergamena, l’inchiostro destinato ai sacri testi era trattato in numerose e dettagliate descrizioni ma, sfortunatamente, non possediamo informazioni su cosa certi termini significhino esattamente (Sirat 2002, 109-112). Zerdoun Bat-Yehouda (1983, 121) ha osservato che i testi non ci permettono di ricostruire la storia dell’inchiostro, ma praticamente nel corso del tempo ne sono stati utilizzati tutti i tipi ma in tempi e luoghi diversi. I primi inchiostri erano a base di fuliggine (I-VI secolo d.C., Vicino Oriente), seguiti dagli inchiostri con fuliggine e aggiunta di prodotti vegetali (XII secolo, Egitto); gli Ebrei in Occidente invece lo preparavano con estratti vegetali con l’aggiunta di un legante (XI-XIII secolo, Francia del nord) e un autore provenzale segnala (XIII secolo) un inchiostro metallo-gallico classico, composto da un estratto vegetale, un legante e un sale metallico. A titolo esemplificativo si riporta una interessante ricetta per l’inchiostro utilizzato per la scrittura dei rotoli liturgici citata nella Mishnà, il commento ebraico alla Bibbia datato intorno al III secolo d.C. (Meghillà, 2.2.): «Se la (Meghillà) è scritta con sam, con siqrà, con qomos e con qanqantòm su carta o su pergamena rozza, non è uscito d’obbligo, a meno che non sia scritta in ashurìt, su pergamena conciata e con deyò». Alcuni commentatori interpretano così alcune parole:

sam: con questo termine ebraico, equivalente all’aramaico sama, è indicato un tipo di terra utilizzata nella composizione dell’inchiostro, dal colore giallo-rossastro;

siqrà: una pietra che colora di rosso. Rashi la assimila al minio;

qomòs: una resina dell’albero della gomma;

qanqantòm: il vetriolo;

pergamena rozza: pergamena che non ha terminato il procedimento di conciatura;

deyò: indica un tipo d’inchiostro particolarmente adatto a essere utilizzato per scrivere sulla pergamena, probabilmente come quello composto da noce di galla, solfato di ferro e gomma arabica.

 


Opere citate

Allen, James P. 2013. The Ancient Egyptian Language. An Historical Study. Cambridge: Cambridge University Press.

Bloy, C.H. 1967. A History of Printing Ink Balls and Rollers, 1440-1850. Evelyn Adams & Mackay Limited.

Chabbou, I. 1995. “Two New Sorces on Mixing Ink”. In: The Codicology of Islamic Manuscripts. London: Al-Furqan Islamic Heritage Foundation, 59-76.

Déroche, Françoise e Valentina Sagaria Rossi. 2012. I manoscritti in caratteri arabi. Roma: Viella.

Gacek, Adam. 2001. The Arabic Manuscript Tradition: a Glossary of Techical Terms and Bibliography. Leiden: Brill.

Gacek, Adam. 2012. Arabic Manuscript. A Vademecum for Readers. Leiden: Brill.

Minje Byenng-sen Park. 2002. Histoire de l’imprimerie coréene, des origines à 1910. Paris: Maisonneuve & Larose.

Moxon, Joseph. 1962. Mechanick exercise on the whole art of printing (1683-1684). Edited by H. Davies and H. Carter. 2. ed. London: Oxford University Press.

Posener, Georges. 1951. “Sur l’emploi de l’encre rouge dans les manuscrits égyptiens”. In The Journal of Egyptian Archaeology, 37: 75-80.

Ray, P. (edited by). 2014. History of Chemistry in Ancient and Medieval India. Varanasi: Chowkhamba Krishnadas Academy.

Ruggiero, D. 2002. “Gli inchiostri antichi per scrivere”. In: Chimica e biologia applicate alla conservazione degli archivi. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi.

Shivaganesha Murthy, R.S. 1996. Introduction to Manuscriptology. Dheli: Sharada Publishing House.

Sircar, D.V. 1965. Indian Epigraphy. Delhi: Motilal Banarsidass.

Singh, R.S. 1993. Conservation of Documents in Libraries, Archives and Museum. New Dheli: Aditya Prakashan.

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Zerdoun Bat-Yehouda, Monique. 1983. Les encres noires au Moyen Âge (jusqu’à 1600). Paris: Édition du CNRS.

 

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Carlo Pastena
Negli ultimi vent’anni ha lavorato presso la Biblioteca centrale della Regione siciliana ricoprendo numerosi incarichi, tra cui quello di Direttore della Biblioteca dal 2001 al 2003. Nel corso degli ultimi anni ha pubblicato numerosi studi su diversi argomenti: Bibliografia (Libri editori e tipografi a Palermo nel XV e XVI secolo, Palermo, 1995); Catalogazione (Proposta per una gerarchia delle fonti. Autore personale, Palermo, 1991); Conservazione (Note di conservazione negli archivi e nelle biblioteche, Palermo, 2009); Storia della scrittura (Introduzione alla storia della scrittura, dal protosumero ai giorni nostri, Palermo, 2009; Storia dei materiali scrittori, dalle origini alla carta di stracci, Catania, 2009, ecc. Insieme ad A.M. Guccia ha inoltre pubblicato una Introduzione al mondo e alla cultura ebraica, e una Introduzione alla storia e cultura dell’antico Egitto.

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