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Breve storia dell’inchiostro – Parte Quarta

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Gli inchiostri e le esperienze asiatiche

Inchiostro coreano

La Corea produceva un ottimo inchiostro sia per la stampa sia per la scrittura manoscritta. In verità furono i Cinesi a insegnare le tecniche di base per la sua preparazione, ma i Coreani le migliorarono notevolmente arrivando a produrre un inchiostro migliore di quello cinese, anch’esso sotto forma di tavolette. Il loro segreto era nella scelta della qualità del legno di pino da cui ricavare il nerofumo e nell’utilizzo di un legante particolarmente fine ottenuto dalle corna del cervo, tecnica poi ripresa dai cinesi per la preparazione del loro inchiostro (Zerdoun Bat-Yehouda 1983, 64). Nella preparazione dell’inchiostro per la stampa era aggiunto un olio di alta qualità, che lo rendeva meno pesante e grasso dell’inchiostro europeo (Minje Byenng-sen Park 2003, 173-179).

Inchiostro giapponese

Per ottenere la fuliggine alla base dell’inchiostro nero erano utilizzati dei vasi muniti di uno stoppino e ricoperti di un cono, cambiato ogni ora, dove la superficie interna era rugosa e non liscia come in Cina, per raccogliere il nerofumo che si era formato. Il legante, molto brillante, era ottenuto da pellame non conciato bollito nella quantità d’acqua necessaria e quindi aggiunto al nerofumo e a volte ad altri ingredienti. Quindi era mescolato il tutto con forza. L’impasto ottenuto era confezionato in un bolo, il quale era avvolto nel lino ed era lasciato a riposare in una giara munita di un coperchio perforato perché il bolo avrebbe prodotto vapore per quindici minuti. Dopo di ciò, era deposto in un mortaio e lavorato con un pestello fino a quando l’impasto non diveniva omogeneo ed elastico. Si creavano allora dei lunghi bastoncini in forma di prisma, i quali erano esposti un momento a una temperatura di 50 C°. Si aggiungeva quindi del profumo, muschio o canfora e il bastoncino era rifinito a mano. Per seccare il bastoncino d’inchiostro si utilizzava della cenere di paglia di riso. La durata dell’essiccazione era in funzione della quantità d’acqua contenuta. L’inchiostro non poteva essere utilizzato immediatamente poiché il nero, la durata, la sua lucidità e la sua bellezza si accrescevano con il tempo. Quanto alle modalità di utilizzo, al momento della scrittura si procedeva come per l’inchiostro cinese, sciogliendone in acqua una piccola quantità in un vasetto di marmo o giada.

Inchiostro tibetano

L’inchiostro tibetano era generalmente nero, ma poteva essere anche rosso e occasionalmente giallo. L’inchiostro nero era generalmente prodotto con la fuliggine derivata dalla carbonizzazione di una pianta con l’aggiunta di una colla animale come legante. Questo poteva comunque contenere anche altri componenti organici che potevano modificare le sue proprietà, secondo le diverse necessità. Esistono diverse ricette per la sua preparazione, che potevano includere fuliggine di legno resinoso o di lampada alimentata a burro, o anche altri pigmenti o metalli, come una mistura di gomma, miele, borace, o per un’occasione speciale, altri prodotti insoliti e stravaganti, tra cui il sangue. Una delle più comuni ricette per l’inchiostro tibetano includeva l’utilizzo di olio vegetale, resina di pino o di abete (mar nag i methok), corteccia di betulla e anche resine di alberi da frutto. La fuliggine raccolta dalla combustione degli olii vegetali anziché del burro per le offerte religiose, produceva un inchiostro migliore. La resina di pino poteva essere ottenuta dalla sbucciatura della corteccia verde dell’albero e raccolta con una consistenza simile al grasso fuso. La resina grezza era appiccicosa e poteva essere utilizzata solo come adesivo, non come veicolo per l’inchiostro. Tutti i componenti, inclusi la fuliggine e la colla di resina, erano riscaldati in un vaso di metallo a fuoco lento, mentre si agitava lentamente. Poi il preparato era versato in una sacca di cuoio per un po’ di tempo, per farlo mescolare bene. Si dice che in questa maniera una persona poteva preparare quasi due litri d’inchiostro al giorno. Infine la mistura poteva essere essiccata per renderla duratura.

Metalli preziosi come oro e argento erano usati spesso come inchiostro. L’uso dell’oro per scrivere i sacri testi è comune a molte tradizioni religiose, occidentali e orientali. La scrittura in oro o nera o in terra blu era una convenzione tibetana sviluppata nella cultura dei libri sacri. L’inchiostro rosso era utilizzato per l’allarme, il potere e la determinazione. Questo colore era realizzato con il cinabro e il vermiglio. Il cinabro è un pigmento naturale spesso utilizzato per scopi rituali. Utilizzato in polvere era considerato un simbolo emblema del potere che simbolizza inoltre la concreta realizzazione del potere. Il concetto di potere era utilizzato nel senso di controllo oltre le proprie capacità e possesso della conoscenza e della saggezza. L’impiego del sangue come inchiostro, era infine legato a particolari rituali magici.

 

Opere citate


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Carlo Pastena
Negli ultimi vent’anni ha lavorato presso la Biblioteca centrale della Regione siciliana ricoprendo numerosi incarichi, tra cui quello di Direttore della Biblioteca dal 2001 al 2003. Nel corso degli ultimi anni ha pubblicato numerosi studi su diversi argomenti: Bibliografia (Libri editori e tipografi a Palermo nel XV e XVI secolo, Palermo, 1995); Catalogazione (Proposta per una gerarchia delle fonti. Autore personale, Palermo, 1991); Conservazione (Note di conservazione negli archivi e nelle biblioteche, Palermo, 2009); Storia della scrittura (Introduzione alla storia della scrittura, dal protosumero ai giorni nostri, Palermo, 2009; Storia dei materiali scrittori, dalle origini alla carta di stracci, Catania, 2009, ecc. Insieme ad A.M. Guccia ha inoltre pubblicato una Introduzione al mondo e alla cultura ebraica, e una Introduzione alla storia e cultura dell’antico Egitto.

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