Il mondo dei giovani al tempo del Covid19 raccontato dalla psicoterapeuta Maria Lisma

Dare un senso alle relazioni al di là del contatto fisico. È questa sfida lanciata ad un mondo che sta cambiando a causa delle regole imposte sul distanziamento sociale. 

L’evento improvviso del lockdown ha sconvolto le vite di tutti ma a farne le spese sono  stati (e sono) soprattutto i bambini e gli adolescenti. È tempo di osservazione e analisi anche per Maria Lisma, psicologa psicoterapeuta dell’Asp di Trapani che dal suo piccolo osservatorio sull’universo dei giovani monitora i loro comportamenti e propone soluzioni che sovvertono il comune modo di pensare.

«Dobbiamo considerare la quarantena come un evento traumatico che ha fatto la sua irruzione nel nostro mondo, sovvertendone l’ordine – afferma Maria Lisma – e questo ha disintegrato le nostre certezze». 

Le reazioni sono state diverse per ciascuno e le variabili incrociate dimostrano che il contesto familiare e gli spazi entro cui muoversi sono stati determinanti.

«Il problema vero per i bambini piccoli e gli adolescenti – spiega la psicoterapeuta – è la testimonianza degli adulti rispetto alla osservanza delle regole. Chiediamo spesso loro quello che noi adulti non sappiamo o vogliamo fare». 

La psicologa ha osservato che un bambino costretto a stare in una casa piccola, in contesti familiari conflittuali, con problemi economici o disagio socio culturale ha avuto più difficoltà di quanta non ne abbiano avuta i coetanei in condizioni opposte. «Per questo è possibile identificare una costante per i bambini: sono stati in grado di adattarsi meglio nelle situazioni in cui gli adulti significativi, cioè i genitori, oppure gli educatori delle comunità per minori, sono riusciti a mediare tra la realtà traumatica e le sue conseguenze. Come? In maniera efficace, sapendola narrare con le fiabe».

I bambini credono a ciò che vedono, per questo è necessario utilizzare un linguaggio appropriato che riesca a stimolare le loro risorse cognitive. Ed è per questo che, per i piccoli supportati telefonicamente durante il lockdown, Lisma ha usato la favola emblematica de “I tre porcellini” per spiegare loro l’esigenza di stare a casa al sicuro per evitare che il lupo, e quindi il virus, potesse fare del male. 

«Abbiamo osservato un comportamento cosiddetto adattivo là dove è stata possibile una mediazione degli adulti che in maniera serena hanno loro stessi accettato quella condizione – ha spiegato – e invece un comportamento cosiddetto disadattivo, spesso con l’insorgere di somatizzazioni o di condotte regressive, dove i “grandi” non sono stati sufficientemente rassicuranti».

Alcuni bambini hanno quindi subito una seria alterazione del ritmo sonno-veglia, o una perdita delle competenze acquisite tornando per esempio a fare la pipì a letto. In altri casi si sono confrontati con paure che avevano già superato,  come quella del buio, che sono tornate ad essere paralizzanti e ad assumere forme di fobie. In altri casi, ha osservato l’esperta, si è percepita una cosiddetta adultizzazione dei bambini, cioè un’inversione di ruoli dettata dallo stato di panico in cui versavano i genitori. 

Dalla sua finestra sul mondo dei minori Maria Lisma ha osservato anche il comportamento degli adolescenti ai tempi del covid-19. «Hanno invertito il ciclo circadiano – osserva – si incontravano nelle chat nelle ore notturne e spesso guardavano serie televisive senza sosta. Pur essendo nella stessa casa con i genitori, di fatto vivevano per conto loro perché dormivano quando gli altri erano svegli, questo ha accentuato l’isolamento che è una delle caratteristiche dell’adolescenza».

In questo contesto alcuni di loro hanno amplificato paure e ansie, altri invece si sono sentiti più al sicuro perché dalla distanza veniva meno il confronto diretto con i pari.  Questo si è dimostrato solo un beneficio immediato perché è proprio il confronto con l’altro, precisa Lisma, che permette di crescere e sviluppare le proprie capacità sociali. Avere aumentato il tempo della realtà virtuale ha comportato un’accentuazione delle condotte oppositive che di base i ragazzi assumono a questa età nei confronti dei genitori.

L’incalzare improvviso di regole di privazione degli spazi vitali ha innalzato maggiormente il muro di intolleranza nei confronti del mondo degli adulti. 

Un altro aspetto sotto la lente degli esperti anche l’eccessiva esposizione all’uso della tecnologia che, se da un lato ha favorito il mantenimento del contatto visivo con familiari ed amici, dall’altro ha rappresentato una nuova fonte di rischio per piccoli e adolescenti, da non trascurare. «Sto seguendo una bambina che compirà dieci anni e che durante il lockdown, usando social come Instagram o Tik tok, è stata contattata da adulti che le hanno mostrato immagini pornografiche a cui lei ha risposto proprio perché i genitori la lasciavano giocare con il cellulare». 

È innegabile anche che l’uso di Internet abbia tuttavia favorito la continuazione dello studio a distanza, ma non per tutti. Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ragioni economiche e familiari non hanno infatti permesso di frequentare le lezioni online, costituendo così motivo di dispersione scolastica difficilmente recuperabile. 

La scienza è alle prese con l’osservazione delle ripercussioni educative e comportamentali che ricadono su una società morsa da un nemico invisibile che continua a mietere vittime anche tra i non contagiati.

«Dobbiamo fare marcia indietro e riflettere sul modo di educare che avevamo sposato prima della pandemia dove insegnavamo ai bambini che abbracciare serviva per entrare in contatto con l’altro per percepirne le emozioni» sottolinea la psicoterapeuta. I bambini che tornano a scuola si ritrovano costretti a non poter abbracciare i compagni, a non poter condividere con loro la merenda e a non poter usare la stessa penna. «Se prima la parola d’ordine era “condividete” adesso è il contrario» ammette.

Ma l’ingenuità dei bambini è disarmante: « La sorellina di un bimbo autistico che seguo mi ha detto: dottoressa, non mi puoi dire di non abbracciare mio fratello solo perché frequenta più persone al centro per gli autistici, lui ha bisogno dei miei abbracci». 

Bisogna attuare nuove strategie, ed è su questo che gli esperti stanno lavorando. «Dobbiamo far capire che pur mutate le condizioni non cambia l’intenzione e l’intensità del rapporto affettivo, questo è fondamentale per i bambini. Stiamo provando a fare dei giochi, come quello di usare le mascherine e di guardarci per 30 secondi per dirci quanto ci vogliamo bene soltanto con gli occhi». 

La sfida di oggi è quindi quella di dare un senso alle relazioni al di là del contesto. A tal proposito Lisma utilizza e scompone un verbo significativo: “sostare/ so-stare” che significa fermarsi nelle relazioni e in quel momento in cui si sta insieme, senza pensare ad altro e allo stesso tempo vuol dire avere la competenza di stare con l’altro al di là della distanza fisica. È una sfida lanciata all’intera comunità, a partire dalla scuola, per limitare i danni del distanziamento.

«Non sappiamo cosa succederà,  al di là dell’aumento della curva dei contagi che ci allarma, non sappiamo come dovremo adattarci a qualcosa che ci sta sorprendendo. Essere comunità a distanza non è semplice ma è importante non lasciarci scuotere dalla caccia agli untori e dalla paura di essere aggrediti dall’altro». Sovvertiamo l’uso delle parole e chiediamoci cosa c’è di bene nello stare a distanza: il volersi bene. 

 

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