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Una riflessione sulla crisi siriana di Antonino Pelliteri

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Destination Damascus

Per questa mia riflessione di luglio 2018 sulla crisi siriana, cioè dopo 7 anni dall’inizio dei tragici avvenimenti accaduti a Dar’a nella seconda metà di marzo 2011, mi piace partire dal recente discorso del presidente Bashar al-Asad (2 Luglio di questo anno). Il presidente siriano affermò, durante l’incontro con i diplomatici stranieri a Damasco, che la ricostruzione del paese è la prima delle priorità che la Siria si troverà ad affrontare nel momento in cui sembra, come molti pensano, che lo Stato siriano e le sue Istituzioni hanno vinto sul terreno una guerra difficilissima. Essa ha causato ingenti distruzioni, migliaia di morti, sofferenze, profughi all’interno e verso l’esterno (si calcola che siano 6 milioni i profughi interni e 5 milioni i profughi siriani che hanno trovato riparo nei paesi arabi confinanti ed in Turchia ed Europa), disgregazione sociale e comunitaria. Il presidente Bashar al-Asad sembra consapevole di tale drammatica scomposizione ed intende muoversi, ormai forte del consenso della gran parte dei siriani (un consenso che lo stesso presidente non aveva prima del 2011), verso la difficile ricomposizione sociale sul terreno della ricostruzione e del dialogo politico, fermo restando l’impegno a: 1) la battaglia contro i gruppi armati jihadisti ed i movimenti takfiriyya; 2) la liberazione di ogni parte del territorio siriano dalla occupazione di truppe straniere (riferimento alla Turchia, Stati Uniti, Israele, e militari francesi e britannici presenti nelle regioni del Nord-est della Siria). Se si volesse utilizzare il linguaggio calcistico, si potrebbe dire, come molti analisti arabi scrivono oggi, che la Siria dopo 7 anni di guerra non gioca più in difesa, ma gioca a tutto campo, come dimostra l’arrivo qualche giorno fa sui cieli israeliani di un aereo senza pilota, partito dal territorio siriano.

Il presidente siriano aggiunge: la ricostruzione necessita un revisione legislativa, emendamenti alla stessa costituzione, il ritorno dei profughi, la battaglia senza esclusione di colpi contro la corruzione politica ed economico-finanziaria (cfr. Agenzia siriana di Stato, SANA).

Questo discorso del presidente Bashar al-Asad è quello di un vincente; è stolto da parte dei media occidentale far finta di non sentire, così come è da stolti far finta di non vedere la nuova realtà siriana e regionale (Siria, Libano, Iraq), dopo la vittoria dell’esercito siriano contro i jihadisti nella Ghuta orientale (provincia di Damasco) e la liberazione della provincia di Dar’a, compreso il capoluogo dove tutto ebbe inizio 7 anni fa, al confine con la Giordania. La ricostruzione in verità è già iniziata: qualche anno fa a Homs, importante città della Siria centrale; qualche mese fa a Aleppo, la grande città siriana del Nord. Quale è allora il motivo per cui il presidente in questi primi giorni di luglio ha dichiarato solennemente e davanti ai diplomatici stranieri che la ricostruzione è la prima delle priorità? Se si fa attenzione a quanto sopra accennato la Siria che starebbe per uscire dal conflitto armato, si troverà di fronte alla questione della ricostruzione materiale e morale, ricostruzione delle coscienze e dell’unità nazionale siriana ed araba in considerazione di una società, quella siriana per tradizione riccamente composita, ma che in questi 7 anni ha subito gravi lacerazioni all’interno delle famiglie, dei gruppi comunitari, della geografia, delle appartenenze. Tutto ciò ha, ed avrà per anni, gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico soprattutto sull’infanzia, i siriani di domani. A tale proposito è bene ricordare che la Siria non ha vissuto nella sua storia antica e recente lacerazioni di tale portata, fa eccezione la divisione della Siria storica o Bilad al-Sham operata da Francia e Gran Bretagna (accordo Sykes-Picot del 1916), e che a parte l’emigrazione siro-libanese verso le Americhe, durante gli anni dell’ultima amministrazione ottomana (fine del sec. XIX e inizi el XX), di alcune migliaia di cittadini poveri e senza lavoro, la Siria araba indipendente non è mai stato paese di emigrazione, ma di immigrazione. In Siria vi sono centinaia di migliaia di profughi palestinesi dopo il 1948 e il 1967; un milione di profughi iracheni dopo il 2003 (guerra occidentale contro l’Iraq); migliaia di profughi libanesi del Sud del Libano durante l’aggressione israeliana nel 2006.

Ciò che lascia ai siriani questa lunga guerra, a parte le violenze, le lacerazioni su citate, le enormi sofferenze, è la difficile e problematica fase di ricostruzione delle città colpite dalla ferocia distruttiva, ma soprattutto della società, della nazione, della geografia del paese, della sua economia.

Si parla da noi molto di frontiere aperte, non si parla invece delle frontiere chiuse in tutto il Vicino  Oriente arabo dal 2011 ad oggi: la Siria, terra di attraversamento nella storia, si è ritrovata suo malgrado a chiudere le frontiere, così come hanno fatto Libano, Giordania e Iraq, i principali paesi confinanti, con conseguenze disastrose che oggi  gli Arabi della regione (a parte i ricchi paesi arabi del Golfo) pagano pesantemente. Ricomporre le disunità è quindi la priorità per tutti i protagonisti vicino-orientali. E sarebbe opportuno che anche l’Italia e l’Europa, consapevole dopo 7 anni del fallimento della propria politica nei riguardi della Siria, sostenessero tale nuova e difficile fase.

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