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La lotta alla peste tra fede e scienza: la devozione a Santa Rosalia durante l’epidemia messinese del 1743.

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 Nei secoli dell’età moderna, nonostante i passi avanti mossi dalla scienza medica, rimase imperante l’idea che la peste fosse un terribile flagello inviato da Dio per punire i peccati degli uomini. Come avveniva nelle società pagane, le prime operazioni con cui si combatteva il morbo erano volte a placare l’ira divina mediante processioni, riti e preghiere collettive, in contrasto con i più elementari dettami della teoria contagionista. Comunemente, al culto tributato alla Vergine e ai santi patroni si affiancava la devozione a santi considerati “specialisti” nella battaglia contro i pestiferi contagi, come San Sebastiano e San Rocco.

 Per quanto riguarda la Sicilia spagnola, nella Palermo del XVII secolo il nome di Rosalia de’ Sinibaldi venne associato alla protettrice della città e alla lotta alla peste. La devozione a Rosalia risalirebbe infatti al 1624[1], anno dell’inventio del ritrovamento dei suoi resti e della terribile epidemia di peste che colpì la capitale. A quel tempo, Palermo era sotto l’influenza del presidente del Regno Giannettino Doria, «acuto teologo e abile politico», decisivo per comprendere il ruolo svolto dalla città e «dalla sua diocesi nella ridefinizione del sacro nel panorama vicereale»[2]. In questo contesto s’inserì il culto alla “nuova” santa, «soprattutto attraverso la messa a punto di un cerimoniale religioso specifico e l’elaborazione della sua genealogia»[3]: considerata una discendente di Carlo Magno[4], la giovane Rosalia, vissuta nel XII secolo, per amore di Cristo avrebbe abbandonato le frivolezze del mondo per vestire dapprima l’abito basiliano (in verità sull’ordine di appartenenza vi sono posizioni contrastanti)[5] ed infine scegliere di morire da eremita. Secondo la tradizione, nel 1624 la Vergine Maria sarebbe apparsa in sogno ad una donna, tale Geronima La Gattuta, indicandole un punto preciso della grotta sul Monte Pellegrino in cui si sarebbero trovate le ossa “aulentissime” della santa[6]; qualora «si fossero raccolte, e portate tre volte attorno la città con gli onori religiosi»[7], la peste sarebbe cessata. Così, dopo aver commissionato la cassa reliquiaria a dei noti artisti[8], il Senato palermitano fissò per il 9 giugno 1625 la “miracolosa” processione dell’arca: a seguito dell’evento, l’epidemia venne dichiarata ufficialmente sconfitta.

 Da questo momento, il culto di Santa Rosalia si impose sulla devozione alle altre patrone di Palermo – Sant’Agata, Santa Cristina, Santa Ninfa e Santa Oliva – e si diffuse tra tutti gli strati della società siciliana. Considerata un “amuleto contro la pestilenza”[9], la sua protezione fu invocata anche nei secoli successivi al XVII, come avvenne durante la peste messinese del 1743.

 Un mese prima dell’istituzione della magistratura sanitaria del Regno di Sicilia, il 28 maggio di quell’anno, l’arcivescovo di Palermo Domenico Rosso dispose che si esponessero «alla pubblica venerazione nella […] Sacrosanta Metropolitana Chiesa» le reliquie della santa e che «tutte le Venerabili Compagnie […], vestiti del proprio sacco ed in portamento di penitenza» si impegnassero nelle processioni e nell’adorazione delle sacre spoglie; parimenti, venivano esortati i regolari dei conventi della capitale a prendere parte «a questi divoti esercizi» e a stimolare il popolo «alla pietà e divozione»[10]. Il 18 giugno 1743, invece, considerando incauto che il “festino” in onore di Santa Rosalia si celebrasse come di consueto il 15 luglio e con i soliti apparati sfarzosi, l’arcivescovo decretò che venisse posticipato a tempi migliori, una volta superata la peste; secondo le disposizioni di monsignor Rosso, però, in quello stesso giorno di festa i fedeli avrebbero dovuto recarsi in chiesa e prendere parte ai sacramenti, «per rendersi viepiù grati alla Gloriosa nostra Protettrice ed obbligarla maggiormente a nostro vantaggio [a] proseguire la sua efficace protezione»[11].

 Apparentemente le cose cambiarono con l’istituzione della Suprema Deputazione Generale di Salute Pubblica, in quanto, abbracciando la teoria del contagio, essa mise un freno ai fervori religiosi impedendo le messe all’interno delle chiese e i cortei devozionali. Di conseguenza, reputando entrambe le circostanze occasioni favorevoli al persistere dell’epidemia, col bando dell’8 luglio[12] il viceré Corsini impose di sostituirle con dei «pubblici voti», ovvero con la promessa di edificare un luogo di preghiera da intitolare alla Vergine o con l’impegno di stabilire una processione annuale che ricordasse l’auspicata liberazione dal male.

 Nonostante questi vincoli facciano supporre che nella metà del Settecento l’interpretazione religiosa della malattia – e dunque anche della salute – fosse stata superata, la fiducia in Santa Rosalia come liberatrice dalla peste non venne affatto scalfita. Con lettera del 7 agosto, infatti, il principe di Malvagna, vicario generale del Regno di Sicilia, rendeva noto alla Suprema Deputazione di aver ricevuto richiesta da Messina «di un sacchetto della terra» della santa (verosimilmente tratta dal feudo di Monte Pellegrino che le era stato dato in dono)[13] «affin di distribuirla ne’casali»; accogliendo come pienamente legittima la domanda, la magistratura consegnò il suddetto sacchetto al corriere «espresso» nella speranza che potesse «produrre gl’effetti supernaturali che bene spesso in tali disavventure si sono sperimentati»[14].

 In evidente contraddizione con i principi delle allora accreditate dottrine di Galeno e Fracastoro, la Suprema Deputazione – formata non soltanto da membri dell’élite del Regno, ma pure da 3 consultori medici fisici[15] – dimostrò di non avere abbandonato del tutto la visione miracolistica della lotta al morbo. Questo dato di fatto, che negherebbe ogni fiducia alla scienza medica ufficiale, non può essere accolto senza fare almeno una fondamentale considerazione. Mi riferisco alla questione storiografica ancora aperta sulla presunta separazione tra la cultura “dotta” e quella “popolare”. Alla luce di quanto suggerito dalle fonti, infatti, è legittimo e necessario chiedersi se, considerato il contesto culturale della Sicilia del Settecento, possiamo ritenere i due ambiti separati o se invece è più opportuno pensarli come permeabili e compenetranti. In questo caso verrebbe superata la cesura tra la medicina “alta” e la religiosità popolare, in quanto gli elementi tratti dalla devozione cristiana e dall’immaginario irrazionale e superstizioso si fonderebbero in un unico universo culturale: non più sacro e profano, quindi, intesi come due facce della stessa medaglia, bensì il medesimo cosmo, con al centro la dottrina formale dei medici ed attorno le richieste di grazia e guarigione rivolte a Dio per intercessione di Santa Rosalia. Quest’ipotesi interpretativa, in linea col caleidoscopico background culturale della Sicilia moderna, aprirebbe senz’altro a nuove prospettive di studio e di ricerca.

 

 

[1] Alcune posizioni storiografiche ritengono il culto di Santa Rosalia molto più antico. Cfr. Cabibbo S., Santa Rosalia tra terra e cielo, Sellerio, Palermo, 2004, pp. 15 e 24.

[2] Monaco A.M., L’inventio di un culto barocco e l’affermazione di un primato: Santa Rosalia e la Palermo secentesca nelle ricerche di Sara Cabibbo, «Aprosiana. Rivista annuale di studi barocchi», Nuova Serie, a. XIV, 2006, p. 210.

[3] Cabibbo S., Santa Rosalia tra terra e cielo, Op. cit., p. 19.

[4] Juan de San Bernando, Vita e miracoli di Santa Rosalia, vergine palermitana […] Portata dal castigliano all’italiano da Pietro Mataplana […], Palermo per Agostino Epiro, 1693, p. 5.

[5] Cabibbo S., Santa Rosalia tra terra e cielo, Op. cit., p. 20.

[6] Fiume G., Il santo moro: i processi di canonizzazione di Benedetto da Palermo (1594-1807), Franco Angeli, Milano, 2002,  pp. 138-139.

[7] C. Pellé, G. Villarosa, Il Mediterraneo con le sue isole e golfi, Napoli, Tipografia e Litografia del Guttemberg, 1841, p. 123.

[8] L’arca reliquiaria venne realizzata, per la parte lignea, dai maestri intagliatori Apollonio Mancuso e Nicola Viviano, da Desiderio Pellitteri e Giovanni Di Pietro per la parte in cristallo e infine da Francesco Licco per quella argentea. Di Natale M.C., Vitella M., Il tesoro della Cattedrale di Palermo, Flaccovio editore, Palermo, 2010, p. 68.

[9] La Placa P., Governo Generale di Sanità del Regno di Sicilia, e instruzioni del Lazzaretto della città di Messina, Nuova Stamperia dei SS. Apostoli, Palermo, 1749, p. XL.

[10] Testa F., Relazione istorica della peste che attaccossi a Messina nell’anno mille settecento quarantatre. Coll’aggiunta degli ordini, editti, istruzioni e altri atti pubblici fatti in occasione della medesima, Angelo Felicella, Palermo, 1745, Editto dell’Arcivescovo Rosso, Palermo, 28 maggio 1743, p. 9.

[11] Ivi, Editto dell’Arcivescovo Rosso, Palermo, 18 giugno 1743, pp. 23-24.

[12] ASP, SDGSP, bando del vicerè Corsini, Palermo, 8 luglio 1743, vol. 235, cc. 13-18.

[13] Cabibbo S., Santa Rosalia tra terra e cielo, Op. cit., p. 30; Fiume G., Il santo moro, Op. cit., p. 132.

[14] ASP, SDGSP, La Suprema Deputazione al principe di Malvagna, Palermo, 14 agosto 1743, vol. 229, c. 23 r.

[15] Cocchiara M. A., Istituzioni giudiziarie e amministrazione della giustizia nella Sicilia borbonica, Giuffrè, Milano, 2003, p. 150, n. 130.

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