La schiavitù nel Mediterraneo nei secoli XVI-XIX

Nel corso dell’età moderna, tra i secoli XVI e XIX, la schiavitù è stata una delle grandi fonti di ricchezza.

A fare da cornice di questo articolo è la Sicilia, punto strategico della politica mediterranea della monarchia spagnola e antemuraglia dell’impero nella lotta contro l’infedele turco, che, a partire da XV secolo con la presa di Costantinopoli (1453), si affacciò sul Mediterraneo. Il Mare Nostrum dal XVI secolo divenne non solo una frontiera liquida, caratterizzata dalla sua mobilità, ma anche una vera e propria polveriera, fatta di incursioni navali, schiavi e corsari barbareschi che si fronteggiavano continuamente con la dinastia asburgica.

La guerra divenne la grande protagonista dello scenario mediterraneo, che Eraclito definì come «padre di tutte le cose e di tutte è re, e gli uni palesa dèi, gli altri uomini e gli uni fa schiavi, gli altri liberi» (1). La guerra che caratterizzò il Mediterraneo dell’età moderna fu la guerra di corsa, portata avanti dai famigerati corsari barbareschi come Khayr al-Dīn o Hayreddin (1466-1546) detto il Barbarossa, Murad DragutUluç Alì (2). I quali, per tutta la loro carriera, furono al servizio del sultano. D’altra parte vi era un sistema di schiavitù come quello spagnolo, rappresentato dalla condanna al remo.

Diversamente dal sistema ottomano – in cui essere schiavi del sultano, come nel caso dei giannizzeri, aveva un suo vantaggio in prospettiva di un’avvenente carriera – quello spagnolo si avvaleva di schiavi provenienti dalla guerra di corsa, che erano mandati sulle galere come schiavi. Di fatto sulle galere vi era una netta suddivisione tra le fila della ciurma, che era composta da schiavi, forzati e dai buonavoglia. Per gli schiavi, i capitani delle galere erano dotati di un documento contenente la descrizione fisica con i segni particolari in caso di fuga. Ad attestare la presenza di tali documenti sono le fonti provenienti dal fondo “Visite in Italia” (Visitas de Italia), ossia le ispezioni ai capitani delle galee condotte previa richiesta o denuncia. I forzati erano coloro che avevano una condanna in carcere, ma la pena veniva commutata in “pena di galera”, scontata con anni di servizio sulle galee (3).

Gli ultimi componenti della ciurma erano i buonavoglia, volontari e ottimi nei momenti di congiuntura e di crisi di schiavi o forzati. Essi erano dei nullatenenti, stipendiati per il loro servizio sulle galee, per questo motivo si offrivano come volontari (4). In particolar modo gli schiavi o captivi avevano un ruolo centrale, rappresentando «la preda ideale: a differenza di altre merci talvolta difficili da piazzare, lo schiavo è una derrata che cerca di vedersi da sola, per essere liberato al più presto, si sforza di mettere insieme l’ammontare del suo riscatto» (5). Di fatto, per rappresaglia contro il nemico turco, il re di Sicilia diede l’ordine ai capitani ad esercitare la guerra di corsa (6).

Il commercio degli schiavi essenzialmente è testimoniato dai rogiti notarili e dall’attività della Confraternita di redenzione dei cattivi (7). Il ruolo delle confraternite nelle questioni della guerra di corsa e per la schiavitù fu fondamentale. A partire dal XII e XIII secolo, le confraternite religiose, come i Mercedari e i Trinitari, si occupavano del riscatto dei captivi. Nel XVI secolo ritroviamo non solo le confraternite religiose, ma anche quelle laiche: la Confraternita dei captivi di Napoli (1548), l’Arciconfraternita del Gonfalone a Roma (1581), la già citata confraternita dei cattivi di Palermo (1595) e il Magistrato del riscatto a Genova (1597). Il riscatto veniva pagato agli ottomani con valute di vario conio, come lo zecchino d’oro veneziano, lo scudo spagnolo e talleri tedeschi. Solitamente poteva essere immediato nel luogo della cattura o in prossimità di esso (8).

Nel XVIII secolo la schiavitù divenne argomento di discussione negli ambienti illuministi. L’argomento del dibattito non erano più gli schiavi della guerra di corsa, ma quelli africani che lavoravano nelle piantagioni americane e nelle colonie. Diderot, autore dell’Encyclopédie, si scagliò aspramente contro la schiavitù affermando: «il libro che amo e che i re e i loro cortigiani detestano è il libro che fa nascere dei Bruti», coloro che si oppongono, anche con la violenza agli oppressori della libertà perché «i mortali sono tutti uguali» (9).

Nonostante queste parole, Diderot e D’Alembert scrissero sull’Encyclopédie del confronto tra bianchi e neri: «All’animale più evoluto, la scimmia, viene unito il tipo d’uomo ritenuto inferiore, il negro: per il pallido europeo, infatti, questi trascina un’esistenza semiferina, aliena dal pensiero razionale e dalla civile convivenza» (10).

Voltaire affermerà: «Checché ne dica un uomo vestito di un lungo e nero abito talare, i bianchi con la barba, i negri dai capelli crespi, gli asiatici dal codino, e gli uomini senza barba non discendono dallo stesso uomo […] [i bianchi N.d.A.] sono superiori a questi negri, come i negri alle scimmie, e le scimmie alle ostriche» (11).

Anche il filosofo inglese David Hume, avvicinandosi all’opinione di Voltaire, disse: «Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione… Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza» (12). Nell’Ottocento la schiavitù in Europa cominciò pian piano a diventare obsoleta, tanto che l’istituto verrà abolito con il Congresso di Vienna (1814-15).

Nonostante l’abolizione nel continente europeo, la schiavitù continuò ad essere esercitata dalle potenze europee nei confronti del continente africano (13).

Note:

1 Cfr. Aldo Andrea Cassi, Santa giusta umanitaria la guerra nella civiltà occidentale, Salerno Editrice, Roma, 2015. A questo proposito, cfr. anche H. Diels – W. Kranz, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, trad. it., Laterza, Roma – Bari, 1986, fr. 53 e 80, risp. pp. 208 e 213.

2 Sulla figura di Uluç Alì Pasha, cfr. Costantino Garzoni, Relazione dell’impero Ottomano Del Senatore Costantino Garzoni Stato All’ Ambasceria Di Costantinopoli Nel 1573, Firenze, Tipografia E Calcografia All’insegna Di Clio In VI Dello Studio n.° 767, 1840, p. 15. Questa relazione del senatore Costantino Garzoni è una copia dell’originale relazione, contenuto nell’Archivio Mediceo, stampata a Firenze dal poligrafo Eugenio Alberi (1807-1878) nel 1840, grazie alla Marchesa Marianna Ginori. Si veda anche G. Fiume, Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi d’età moderna, Bruno Mondadori, Milano, 2009.

3 Cfr. G. Alessi, Pene e remieri a Napoli tra Cinque e Seicento. Un aspetto singolare dell’illegalismo di Ancien Régime, in “Archivio storico per le provincie napoletane” A. XV, 1977, pp. 235-251.

4 I buonavoglia erano caratteristici della marineria veneziana e come abbiamo già detto erano liberi e salariati, a differenza degli altri membri dell’equipaggio delle galere. A riguardo si veda, L. Lo Basso, Schiavi, forzati e buonevoglie. La gestione dei rematori dell’Ordine di Santo Stefano e della Repubblica di Venezia. Modelli a confronto, in L’Ordine di Santo Stefano e il mare, ETS, Pisa, 2011.

5 Cfr. Leïla Maziane, Salé et ses corsaires (1666-1727), Press Universitaires de Caen, Caen, 2007, p. 269.

6 Cfr. A. Giuffrida, La legislazione siciliana sulla schiavitù (1310-1812) Da Arnaldo Villanova al consultore Troysi, in I Francescani e la Politica, Atti del Convegno internazionale di studio Palermo 3-7 Dicembre 2002, A cura di Alessandro Musco, Tomo I, p. 543.

7 Cfr. F. D’Avenia, Schiavi siciliani in Barberia: ultimo atto (1800-1830), in «Clio», rivista trimestrale di studi storici, A. XXXVIII – n. 1 (gennaio-marzo 2002), p. 150. «Complessivamente tra il 1802 e il 1811 furono scambiati 77 schiavi siciliani per 173 schiavi maghrebini. Si tratta di un numero elevato se si considera che, per esempio, lungo tutto il ’600 gli schiavi italiani scambiati a Tunisi furono 227 contro 236 musulmani. La prima condizione per attivare le trattative per uno scambio era naturalmente la disponibilità di un certo numero di schiavi musulmani. Come è noto, infatti, l’attività corsara nel Mediterraneo non era monopolio dei barbareschi, che anzi frequentemente erano preda dei corsari siciliani, della flotta britannica o della squadra borbonica». Cosa avvenisse in questi casi viene spiegato nello stralcio di una lettera del rettore della Redenzione al console spagnolo di Tripoli: «perciò l’ultima preda fatta da nostri corsari [siciliani] di una barca tripolina fu dichiarata giusta preda e dalli predatori si sono messi all’asta o già in vendita e, non trovandosi la nostra Opera in stato di farne compra, si sono dati ad altri compratori. Se in appresso occorrerà farsi preda da qualche nave reale, e ottenuti li schiavi tripolini predati, dalla nostra Redenzione sarà l’Illustrissima Vostra incommodata a trattarne il cambio». La qualità degli schiavi catturati incideva poi non poco sulle trattative di scambio: all’inizio del 1809, per esempio, la Redenzione era riuscita ad acquistare «numero duodeci schiavi tunisini compresi il raìs e sotto raìs, i quali furono predati con bandiera tunisina da un corsaro siciliano». Il console Oglander, incaricato di trattarne lo scambio con alcuni siciliani schiavi a Tunisi, fece subito presente che prevedeva «incontrare delle difficoltà, atteso che li tunisini, proposti da Vostra Signoria in cambio, sono mori e non turchi livantini come l’informai che devoti essere; i mori qui nativi non essendo considerati né contati nel medesimo grado al quale sono ricevuti li soldati turchi al servizio del Bey, che ciò gli serva di governo».

8 Cfr. Giovanna Fiume, Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi d’età moderna, Bruno Mondadori, Milano, 2009, pp. 27-29.

9 Cfr. Lettera di Diderot all’amico Friedrich Grimm del 23 marzo 1771 in difesa dell’abate Raynal e del suo spirito libertario in Vincenzo Ferrone, Daniel Roche, L’Illuminismo: dizionario storico, Editori Laterza, 1997 p. 52.

10 Cfr. R. Gallissot, M. Kilani, Annamaria Rivera, L’imbroglio etnico in quattordici parole-chiave, Editore Dedalo, 2001, p.159.

11 Cfr. Voltaire , Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, 1753, De Agostini

12  Cfr. D. Hume, Sui caratteri nazionali, vol. III, 1754.

13 La condizione di sottomissione dei popoli del continente africano aveva origini bibliche. Si narra in periodo medievale che i continenti erano stati popolati dai figli di Noè: Jafet (Europa), Cam (Africa), Sem (Asia). Lo stesso Noè maledì il figlio Cam e la sua discendenza ad essere schiavi della discendenza di Jafet e Sem. Nel corso dell’Ottocento verranno realizzate delle incisioni che rappresentano la parola schiavista europea in Africa. Per esempio in Congo, re Leopoldo II del Belgio venne rappresentato come un serpente, che strangola un autoctono che rappresentava la colonia belga.

 

 

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Eros Calcara
Nato a Palermo nel 1993, è laureato in Studi Filosofici e Storici, curriculum storico, con una tesi in storia moderna sulla casta militare dei giannizzeri. Attualmente è iscritto al corso di laurea magistrale in Studi storici, antropologici e geografici. Appassionato di scherma, storia e tattiche militari, attualmente ha incentrato i suoi studi sulla guerra e le vicende che coinvolsero l’Impero Ottomano e l’Impero asburgico in età moderna.

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