Home Cultura e tradizioni Sardegna in estinzione. Artisti e studiosi raccontano lo spopolamento di un’isola

Sardegna in estinzione. Artisti e studiosi raccontano lo spopolamento di un’isola

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In questi giorni e fino al 6 gennaio 2017, è visitabile a Cagliari La città invisibile, mostra d’arte ospitata negli spazi espositivi della Fondazione di Sardegna. Curata da Roberto Cremascoli, la mostra è il frutto del viaggio che l’artista Gianluca Vassallo ha condotto attraverso dieci degli oltre trenta comuni sardi destinati a scomparire entro i prossimi 60 anni. La città invisibile è parte del progetto Spop, curato dal collettivo di architettura SardArch, con l’obiettivo di portare al centro del dibattito pubblico il tema dello spopolamento delle aree interne dell’isola. Oltre che delle performance degli artisti, Spop si avvale del contributo di storici, geografi, archeologi, sociologi e antropologi. Le loro riflessioni confluiranno presto in un volume di carattere divulgativo, che sarà occasione di dibattiti pubblici in tutta l’isola e specialmente nei villaggi a rischio estinzione.

Lo spopolamento torna così al centro del dibattito sardo, nel quale è sempre stato molto presente. E’ almeno dal Cinquecento che gli intellettuali isolani si interrogano su come riempire d’uomini la Sardegna. Al loro sguardo, l’isola appariva un deserto punteggiato dai ruderi di centinaia di villaggi abbandonati. Erano state le crisi epidemiche, militari e di sussistenza del Tre-Quattrocento, a spazzare via più della metà degli insediamenti censiti all’inizio del XIV secolo. In regioni come la Gallura e il Sulcis, i tassi di abbandono avevano toccato punte del 100%. Solo la montagna aveva resistito, offrendo rifugio a chi si era sottratto a guerre e pestilenze. Dal secondo Quattrocento, in un quadro politico più stabile, i feudatari e la Corona iniziano però a ripopolare i territori. La tendenza a rifondare antichi villaggi abbandonati si accentua nel Cinquecento e tocca il suo picco nel secolo successivo. La crescita demografica e delle maglie insediative viene però bruscamente interrotta da una nuova epidemia di peste. Così, quando nel 1720 i Savoia prendono possesso della Sardegna, l’isola si presenta ancora come un enorme spazio vuoto. Carlo Emanuele III affronta il problema varando un ambizioso piano di colonizzazione interna, che prevede l’insediamento di migliaia di coloni forestieri, diversi dai sardi per lingua, costumi, persino per confessione religiosa.

Il piano, modellato su analoghe iniziative assunte dalle principali cancellerie europee, frutta alla Corona lo stabilimento delle cittadine liguri di Carloforte e Calasetta, della greca Montresta, della maltese Santa Sofia, degli insediamenti sardo-corsi di La Maddalena, Caprera, Santa Teresa di Gallura, ecc. Viene però mancato l’obiettivo di fondo del programma demografico sabaudo: attrarre nell’isola migliaia e migliaia di coloni.

Nell’Ottocento, la lotta dei sardi per il Risorgimento è in primo luogo battaglia per l’ascesa demografica della loro terra. Persino Garibaldi, fattosi agricoltore e colonizzatore della piccola e sconosciuta Caprera, parteciperà al dibattito per il riscatto della sua patria d’adozione. In età liberale il saldo demografico è positivo, ma non abbastanza da portare la Sardegna a tassi di popolamento paragonabili, ad esempio, alla Sicilia. Nè le leggi speciali volute da Francesco Cocco-Ortu in età giolittiana, nè le città di fondazione del Fascismo (Fertilia, Mussolinia/Arborea, Carbonia) concretizzano il sogno illuministico una terra finalmente agricola e popolosa, in luogo di una pastorale e spopolata.

Proprio la percezione di quel ritardo cancellava dallo sguardo comune i progressi che, tra Sette e Novecento, l’isola registrava in tutti i campi. Questa “cecità collettiva” alimentava a sua volta l’immaginario della sconfitta e della decadenza e faceva dell’isola un luogo marginale e subalterno. L’ennesimo “Sud”, che in tanti nel Novecento decidono di lasciare per andare alla ricerca di un futuro migliore all’estero. Le cattedrali industriali impiantate in età repubblicana nel deserto pastorale sardo nascono dal tentativo di offrire un’alternativa all’emigrazione, ma anche di placare l’ansia di modernità e di progresso che attanaglia lo spirito degli isolani.

Il tentativo fallisce, anche se per buona parte del XX secolo il numero dei sardi residenti non smette di crescere. A mutare drammaticamente è la distribuzione della popolazione sul territorio. La maglia insediativa delle regioni interne si sfalda; i sardi si addensano lungo la linea di costa e nelle città; il mondo della montagna collassa e si spopola.

La tendenza è così travolgente che, secondo alcuni studi, tra mezzo secolo oltre 30 paesi dell’interno non ci saranno più. Da questa statistica fredda e brutale parte il progetto Spop. Una peregrinazione artistica e una ricerca multidisciplinare sulle e nelle comunità in pericolo. Un tentativo di ripopolarle di condivisione, relazione, scambi; di rianimarvi, forse solo per un attimo, quel senso di comunità che in tanti danno ormai per perduto, che secondo altri si può ancora percepire, che per tutti costituisce l’argine più efficace contro la dilagante perdita di significato dei luoghi e delle comunità che li abitano.

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