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Religione civile

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Le feste sono sempre state importanti. Adoperano un linguaggio che vuol essere comprensibile a tutti, contribuiscono a creare un sentimento di appartenenza con la comunità: qualcosa da sempre carente in Italia, da osservare quindi con attenzione. Un interessante volume di Claudio Mancuso, La patria in festa. Ritualità pubblica e religioni civili in Sicilia (1860-1911) (edizioni La Zisa), ci offre l’occasione di ripercorrere il formarsi di questa religione civile in una terra con un’ingombrante tradizione nazionale coincidente col sicilianismo.

Siamo negli anni a ridosso dell’Unità: le politiche di educazione nazionale calano in un contesto legato alle tradizioni religiose, con gravi problemi presto inglobati nel nucleo tematico della “questione meridionale”. Alle  feste è demandato l’impegnativo compito di fare da collante fra i diversi strati sociali, di legare il centro alle periferie. Troviamo ricorrenze laiche e religiose: a quelle laiche è collegato un ampio corredo di eventi collaterali, come inaugurazioni di monumenti e discorsi ufficiali. Le feste religiose vantano l’esclusiva di un modello che mobilita le masse sommando santi, miracoli, musica, arte e architettura. La competizione ideologica è accesa, le feste religiose sono in netto vantaggio: ma le autorità si richiamano al sempre instabile mantenimento dell’ordine pubblico, e si danno un gran da fare per proibirle o sospenderle. Anche perchè sono tante, ci sono troppi giorni festivi. Nel 1869, uno studio della curia palermitana rivela che nella diocesi di Palermo si organizzano ogni anno 258 processioni, i giorni di riposo previsti sono 72.

Le esigenze della Patria irrompono in un orizzonte carico di simboli devozionali, pronte a rendere marginale quant’era sopravvissuto alla lenta erosione del tempo. I buoni cittadini onorano l’epopea del Risorgimento in tutte le sue forme. Ma la ribelle Sicilia, insofferente verso i piemontesi, si limita a venerare Garibaldi. Cioè l’uomo in camicia rossa che col solo apparire suscita diffusi timori.

Nel 1862 il Generale è di nuovo a Palermo, prepara la spedizione di Aspromonte in un clima di esaltazione collettiva e diventa il simbolo della resistenza al nuovo ordine. In suo nome si compiono gesti dimostrativi, ogni occasione è buona per cantare l’inno garibaldino ormai proibito. Si fa politica partecipando alle feste oppure astenendosi.

Il 21 ottobre 1862, secondo anniversario del plebiscito, trova la Sicilia punita con lo stato d’assedio per la partecipazione all’impresa di Aspromonte: lo stesso sono previste feste ufficiali, ma un proclama invita i cittadini a disertarle. L’8 gennaio 1863 vengono messe al bando le foto di Garibaldi. Il successivo 19 marzo, onomastico del Generale, le celebrazioni non ufficiali sono un atto di sfida: Palermo è imbandierata e risuonante di canti vietati, le botteghe chiuse, le case parate a festa.

La venerazione per il Generale ci introduce ad altre figure, per lo meno inconsuete. Come Giordano Bruno, a cui vengono dedicate cerimonie, discorsi, opuscoli e poesie. Palermo s’è scoperta anticlericale, sembra affollata di studenti universitari pronti a inneggiare alla libertà di pensiero. E, poichè altre città e paesi non vogliono essere da meno, Giordano Bruno è venerato in tutta la Sicilia come un martire della libertà.

Nè mancano le feste per il repubblicano Giuseppe Mazzini, in Sicilia troviamo i primi monumenti a lui dedicati: a Caltanissetta nell’aprile del ’73, a Palermo nel novembre dello stesso anno. Ed è come se una grande carica emotiva fosse in cerca della sua destinazione.

In pratica, prima di essere la rassegnata patria del clientelismo e delle maggioranze ministeriali, la Sicilia sembra sul punto di diventare la terra promessa dei liberi pensatori fiduciosi nell’avvenire: in questo clima, fra il 1891 e il 1894 matura il grande movimento dei Fasci Siciliani. E nel 1882, in occasione dei grandiosi festeggiamenti per l’8° centenario del Vespro, un Comitato radicale operaio progetta un congresso universale, dove il Vespro possa presentarsi nelle vesti di vittoriosa rivoluzione degli oppressi contro il dispotismo. Nel 1898 ci sono molte manifestazioni in ricordo di Felice Cavallotti, che era stato in Sicilia con i Mille e prima di morire in duello era diventato un esponente di punta dell’estrema sinistra. Cavallotti viene commemorato al teatro Politeama di Palermo, mentre sul palcoscenico fa bella mostra di sè una corona d’alloro firmata dagli anarchici: per la questura sono presenti in cinquemila, in buona parte raccolti nelle dodici associazioni identificate.

Il repertorio delle feste celebrate in Sicilia nel secondo Ottocento mostra un panorama fluido, che in seguito perderè molta della sua ricchezza per assestarsi su un’immagine fissa e stereotipata. Quello che rimane è una terra povera e dolente, che pare risvegliarsi a metà Novecento mentre i sindacalisti chiamano a raccolta i contadini. Ma non ci sono più grandi feste popolari in cui sognare un futuro diverso, che ognuno stia al suo posto. Nell’aria resta solo l’eco degli spari di Portella.

 

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