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Porta Nuova, l’autocelebrazione di un principe – Parte terza

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Foto: https://etnaportal.it/palermo/porta_nuova

Quando l’aristocrazia intonava la Città

Incipit parte prima

Nell’acropoli palermitana del Palazzo Reale, Porta Nuova é il più bell’esempio di architettura manierista. Una gigantesca scultura fatta edificio di straordinaria complessità strutturale e decorativa.  

Pur se meno famosa della coeva Porta Pia di Michelangelo, non bisogna pensarla come a un provincialistico fraintendimento stilistico, quanto alla precoce intuizione di un barocco illuminato dal sole mediterraneo. Avanguardia. Chiunque sia stato l’autore – e vi sono più dubbi che certezze – è un artista che ha saputo selezionare il meglio dei suoi anni, ricavare le regole della perfezione e riassumere se stesso in un’immagine compiuta con caratteristiche originali e mai pedanti. 

Analisi e compendio storico

f/g Bugne

Fig. 24

Per la loro decorazione sono stati usati cinque motivi: il ‘taglio diamante’, le squame (per il mare), i frutti (per la terra), le squame delle loriche[66] e il canestro (per le gerle che reggono le pale di fichi d’India a lato dell’archivolto). 

Legenda

La decorazione n. 1 è ‘a canestro’ e ha una immediata rispondenza con una delle porte disegnate da S. Serlio[67] (v. illustrazione n. 16) che ha studiato in modo particolare l’Arco di Tito a Roma. L’intreccio che struttura queste gerle, nella Porta Nuova è sintetizzato in modo diverso, ma la costruzione grafica è la stessa. Uno scalpello non può lavorare come una penna, pretende un qualche aggiustamento.

Fig. 25 S. Serlio, tav. XX

La serliana tavola XX (fig.25)  è anche la matrice grafica delle gerle-piedritti tronco-piramidali a faccia trapezoidale su cui poggiano i busti dei telamoni. Motivo ripreso ripetutamente da Serlio non solo per le porte ma anche per la decorazione di camini[68].

La decorazione n. 2 a taglio diamante simula il bugnato lapideo nobilitando con decorazioni  scenografiche ed illusive una costruzione matericamente povera. Questo genere oltre che nei modelli ‘italiani’ (Palazzo dei diamanti, Ferrara ecc.) è stato usato nel Palazzetto Maggiore e nel Palazzo Ciambra (Trapani, primi ‘500) e mostra un canone consolidato all’interno della trattatistica rinascimentale. Un’osservazione. C’è qualcosa di irrisolto nell’estradosso del fornice. La cornice orizzontale è stata interrotta e ha fatto spazio ad un prolungamento delle cinque bugne centrali. Inconsueto anche il raddoppio delle bugne a lato del mascherone e il loro ritaglio asimmetrico risolto con l’inserimento di una decorazione naturistica di fichi d’India. Bizzarro. L’interruzione della trabeazione – segno orizzontale di chiusura – prima della cimasa deve essere avvenuta al momento della sopraelevazione. Un’operazione magistrale che ‘salda’ la prima elevazione alla seconda: a tutti gli effetti è una cerniera formalmente assai corretta. 

Questa tipo di decorazione ha un formidabile esito scultoreo. Il suo impressivo chiaroscuro ha numerose varianti sino a tutto il ‘900, trasferendo l’assunto dei muri autenticamente pietrificati abbassandolo però a livello decorativo, imitativo e ammiccante.

La decorazione n. 3 sintetizza le ‘squame a cinque fori’[69] dei pettorali dei soldati romani: le loro loriche con lamine rettangolari o arrotondate sono state usate sino al I secolo d.c. 

La citazione è un omaggio alle virtù guerriere dell’imperatore Carlo V e alla nobiltà di tutti gli uomini in arme.

La decorazione n. 4 ‘a verruche’ è una evoluzione grafica della classica ghirlanda, semplificativa dei frutti della terra e simbolo propiziatorio dell’abbondanza. Uno stadio del disegno un attimo dopo – ed evoluzione – del classico festone di fiori, frutti e foglie. 

Palazzo Balsamo, particolare di telamone, Messina, A. Calamech, 1570

La decorazione n. 5 mostra squame sintetizzate e scolpite come nelle coeve statue di Echidnae Scilla (il mitologico mostro marino cantato da Omero) rappresentate cinte dalle tre teste di Cerbero.

h/i Piedritti 

La loro decorazione é di due tipi, ripetuta ai lati del fornice e riferita al busto di telamone che sorreggono. Quelli centrali ripetono una decorazione ‘a squame’ molto vicina alle squame della sirena bifida dell’orsiniano Parco di Bomarzo (fig. 26).

Fig. 28 Telamone centrale, foto dell’A.

I piedritti dei telamoni laterali mostrano un intreccio ‘a caduceo’, cioè la rappresentazione fisica del bene e del male. Lo rafforza il ‘terzo occhio’ che compare sulla fronte: in tutte le religioni è denominatore comune dello stato d’illuminazione raggiunta con la meditazione

La decorazione nel quadrante sotto il mascherone mostra un drappeggio del fiocco stilisticamente simile a quello di due coeve fontane fiorentine: quelle della Loggia del Grano (C. Fancelli) e Dello Sprone (B. Buontalenti).  

Fig. 29 Telamone laterale

I quadranti più in basso sono decorati con una variante degli ‘anelli’ raffigurati nell’erma di Palazzo Balsamo e nel Sesto arco di trionfo di R. Bonanno (fig. 20).

Dalla bocca del mascherone escono due festoni di foglie e frutti simboli d’abbondanza. Il suo viso è ieratico, gli occhi sono rivolti al cielo e le braccia conserte lo riposano in un sorriso beato. Serenità rafforzata dall’aver citato sotto questo captivo anche una rosa pentalobata. Fiore distintivo della casata Orsini famiglia di provenienza di D. Felice consorte del viceré Colonna[70]. La ‘rosa’ – poco visibile per vetustà – risulta assai sobria nel suo partito-base nonostante sia collocata come flesso della sequenza in ‘fortissimo’ dei telamoni. Il pensiero corre subito alla gigantesca mensola reggi – balcone della fig. 30: tra questi mascheroni c’è affinità di disegno e di elementi fisionomici, non per le espressioni e la qualità.  Mostrano aspetti opposti tra pace raggiunta e intimidazione: la mano che li ha disegnati sembra simile, ma è sicuramente diversa quella che li ha eseguiti. Non paragonabili perché il reggi-balcone messinese è giunto intatto mentre i mascheroni palermitani sono stati restaurati/ricostruiti per tre secoli. Forse hanno solo una ‘matrice grafica’ simile, forse anche calamecchiana.

Fig. 30 Palazzo Reale di Messina, reggi-balcone, A. Calamech, 1571, foto dell’A., MrMe

f Podi

Il primo podio è un  semplice ‘zoccolo’ in calcarenite compatta che alza la costruzione dal piano di campagna e la protegge dal fango di una strada non lastricata. Il secondo è di marmo e mostra (in ambo i lati) tabelle scolpite con ‘accartocciati’ mascheroni di Gorgoni[71].

Fig. 31

Entrambi sottendono un bassorilievo a fregio con ghirlanda di foglie e fiori, forse anche boccioli, composta in un rigoglioso festone di frutta. 

Una decorazione estranea alla Porta e – benché congrua – forse un intervento posteriore. Un recupero di lastre provenienti da altrove? Molto antiche, molto consumate e forse anche romane[72]. L’ipotesi sembra suffragata dall’incisione di cui alla fig. 32. Astraendo il particolare che interessa si nota che la decorazione è stilisticamente differente.

Fig 32 “Una stampetta popolare, databile al decennio successivo alla riedificazione di Porta Nuova, conservata tra i manoscritti del Mongitore”[73]

Nella ‘stampetta’ la decorazione è completamente diversa: il mascherone è uno solo ed é centrato tra due festoni presumibilmente uscenti dalla bocca. Bocca di animale con corna troppo ben dettagliate – forse con bende sacrificali – per non essere un rilievo dal vero. 

Il toro androprosopo (toro con il volto di uomo) è una figura mitologica che veniva rappresentata in modi diversi: un toro con volto umano o una figura umana con testa taurina. La collocazione sul podio assume pertanto un significato misterioso: potrebbe essere la citazione del toro cretese vinto da Ercole-Eracle[74] o il toro metafora della morte vinto da Eracle alla fine del suo cammino spirituale. Il toro con volto umano era Acheloo, il dio dell’omonimo fiume greco. In questo caso il bucranio voleva essere una protezione apotropaica dal pericoloso fiume Papireto che aveva dato brutta prova di sé il 27 settembre 1557. Piogge torrenziali avevano riempito e rotto il muraglione del bacino dei Danisinni e un fiume d’acqua “… corse l’impeto in certe parti basse della città, alta l’acqua per tutto da una canna e mezza”. Nella notte dedicata a due santi amici (SS. Cosma e Damiano) il mostro d’acqua era entrato da San Giovanni sotto il Palazzo e sceso in piena a soffocare le urla e le bestemmie di Ballarò. Seimila erano affogati urlando nel letto delle sicurezze.

“S’era calmato allargandosi per un minuto di speranza davanti alla Casa dei Gesuiti. Aveva avuto appena un rallentamento e quasi una genuflessione davanti alla sua facciata in costruzione. Aveva lanciato appena un’onda preoccupata e una domanda verso le alte impalcature sulla torre dell’adiacente Palazzo Marchese: il campanile futuro suonerà anche i rintocchi del tribunale dell’Inquisizione? Per quanti? E quanto può rendere un’accusa d’eresia?”[75]

L’apparato decorativo della facciata esterna di Porta Nuova racconta che i quattro telamoni e i dettagli ornamentali custodiscono una città equilibrata tra pace mirata e potenza effettiva. Non è il disegno di uno scenografo, piuttosto la longa manus di un regista ante litteram.

O sceneggiatore. In questo progetto i contenuti si accordano a un qualche paradigma iconografico che mostra un’immagine contenente misteriosi significati esoterici. All’interno delle sue letterarie linee guida ha operato la mano di uno sconosciuto progettista che ha adeguato la sua sapienza compositiva a un modello tematico di riferimento. Quale? Di chi?

Per avvicinare qualche risposta bisogna trovare precedenti architettonici di riferimento e personaggi credibili.

Progetto iconografico

La Porta è monumento a Marc’Antonio Colonna. 

Il ricordo dell’imperatore Carlo V è vecchio di cinquant’anni, suo figlio Filippo II è un monarca in bancarotta continua e ostaggio dell’Inquisizione. Il re di Madrid è illuso di poter comandare su Terre ai confini del mondo con belle perifrastiche impersonali passive arzigogolate su papelos ultra blasonati. Madrid però è lontana e Colonna da giovane si é arruolato con D. Giovanni d’Austria, figlio spurio e vero erede dell’Imperatore. Ce n’è abbastanza per mettersi in una posizione politicamente equilibrata, autocelebrarsi facendo i propri interessi e accrescere il già immenso patrimonio di famiglia. Con quali metodi lo dimostreranno i Messinesi alla rincorsa di una sentenza di condanna del Viceré, come tutti i potenti circondato da schiere di parassiti e adulatori. Osteggiato (dopo il 1585) dal capo del Tribunale della Santa Inquisizione, l’Arcivescovo di Palermo Diego de Haedo, e dalla moltitudine silenziosa e spiona dei familiares. Metà del baronaggio spiava l’altra metà per farlo fuori e spartire terre e ricchezze con il Tribunale. Che spartiva con la Magna Curia che spediva alla Corte Madrilena assetata di denaro per stupefacenti feste, gioielli, palazzi e interminabili guerre di conquista. Guerre che vinte o perse ne generavano altre. Tra un Regno del re e il Regno dell’Inquisizione c’era la trappola per popolani, eretici, fattucchiere, rinnegati e… viceré. Categoria preferita i ricchi non potenti. 

Tra tante difficoltà e pericoli personali per Colonna la Porta diventa un’occasione per lasciare il ‘segno’. Un miracolo che ne abbia anche la volontà. Fa’ erigere un monumento a se stesso e al summa delle sue conoscenze, pulsazioni e necessità, funzionali all’interno della dimensione culturale e artistica del Cinquecento romano che lui e la cognata Anna dei principi Borromeo hanno portato in Sicilia.  

La Porta, pur mantenendo il ruolo celebrativo dell’imperatore Carlo V, può quindi diventare il monumento a Marc’Antonio Colonna. 

Impronta la principale via di Palermo – la Via Toledo – che comincia con una porta auto dedicata e finisce con altra dedicata alla viceregina Orsini Colonna, in mezzo (e metaforico) fa erigere una fontana dedicata (con molta auto indulgenza) a Dn. Eufrosina Siragusa, suo amore proibito. 

In più la Strada Colonna promossa[76] dal Senato, come “strada la quale per littus maris extra urbem”, consente di andare a piedi ed equester”[77] dalla chiesa di S. Maria di Piedigrotta, di costeggiare le mura e finire alla Porta dei Greci, passando davanti Porta Felice. “Pur inquadrata e finanziata come opera di rinsaldo alle Mura verso il mare, la nuova circonvallazione si rivela ben presto di grande interesse per il Viceré, il quale tre giorni dopo storna in suo favore i fondi destinati al Molo.”[78]

Per la ‘celebrazione’ del Viceré è necessario more solito un progetto iconografico redatto in chiave mitologica e/o storica da letterato poi sicuramente rimasto in ombra.

Dagli elementi visibili non si può ricostruire neppure come ipotesi. L’autore? Quali figure operavano a Palermo in quegli anni? Interrogativi. 

Tommaso Falzello[79] sarebbe il primo nome, se non fosse morto nel 1570; poi Scipione di Castro, politico, scrittore e poeta, ma anche alchimista, stregone e negromante[80] . Dagli storici descritto come un avventuriero dalla vita largamente simile a quella penata da Giordano Bruno. 

Forse Antonio Veneziano, poeta e irascibile gentiluomo che trascorre metà della sua vita in carcere per le solite beghe per eredità accompagnate da violente zuffe[81]. Egli ha già esperienza di ‘progetti iconografici’ perché nel 1580 il Senato palermitano lo aveva incaricato del rifacimento dell’Aula Grande del Palazzo Senatorio. Il Monrealese la ridisegna in collaborazione con il pittore palermitano Giuseppe Albina, detto il Sozzo (grasso) e scrive il testo di una lapide muraria. 

REGI PHILIPPO II. 

Pio. Invicto. fel(ici)

Didaco henriqvez e gvzman comit(e) albadal(istaE) pro

R(ege) belli ac pacis gloria clariss(mo)

Andreas de salazar praetor itervm de rep(vblica) pa

Normitan(a) semper et vbique optime meritvs et petrvs

Alvarez deheban don franciscvs amodevs, jacobvs dia

Na, avgvstinus bonaccoltvs, lavrentivs de la monta

Gna et don rogerivs salomonivs, p(atres) c(onscripti)

Perenni ad avgenda vrbis comoda volvntate avlam in

Qua senatus et comita haberi solent pro amplitudine

Magistratus et dignitate loci forma splendidi ore re

Fecer(unt), ex colver(unt), ex ornaver(unt).

Anno mdlxxx

incorniciata da una fascia dipinta con figure rappresentative di virtù e  paesaggi con le più belle vedute di Palermo[82]. 

Esempio di un progetto iconografico legato a una lapide usata come sussidio didascalico. 

S. Di Matteo[83] segnala anche un’altra lapide (1594) murata dopo la morte del Colonna sopra l’archivolto di Porta Nuova. 

Ex auctoritate Philippi,

Hispaniarum et Siciliae regis,

M. Antonius Columna

Prorex Porta Novam ob Caroli V

Imperatoris ex Africae triumphantis

Redditum auspicatam in ampliorem phormam

Erexit et sinis 

Abundantiae, Justitiae, Veritatis et Pacis 

cultor ipse,

Exornavit, et Austriam dixit 

ut paterna Gloria ex filii pietati illustri 

apud posteros commendetur monumento

MDLXXXXIV

Un altro personaggio che riunisce qualità letterarie e artistiche è il palermitano Francesco Potenzano[84], poeta e pittore raffaellesco oggi largamente dimenticato[85], protegée degli Orsini e principalmente del viceré Colonna che per le sue qualità di poeta e pittore lo incorona[86] addirittura magnus siculus[87]. Quanto fosse importante questa protezione, lo racconta A.A. Farruggio[88] che accenna anche “… all’allontanamento da Palermo di Potenzano, forse avvenuto intorno al 1584, o al suo tramontato successo alla morte del suo mecenate Marc’Antonio Colonna.” Il Potenzano era ricco di suo, familiare del principe di Butera (l’unico che potesse dare del ‘tu’ al Re di Spagna) e dell’alta aristocrazia di sangue ed ecclesiastica. Allontanato da Palermo si trasferì a Malta, Napoli, Roma, Firenze e a Madrid dipingendo persino per l’Escorial di Filippo II. 

La paternità di un progetto iconografico per la Porta é solo un’ipotesi, perché non c’è documento, fonte o notizia che ci indirizzi all’esistenza di un testo congruo tra storia e mito, simboli e pericolosissima alchimia. La sua esistenza s’inquadrerebbe  nel quadro configurato da Claudia Guastella: “l’arrivo del Colonna a Palermo, sia per la sua provenienza da un contesto e da una famiglia che stavano al centro del mecenatismo romano, sia per i suoi rapporti con ambiti religiosi sensibili al problema di un nuovo linguaggio artistico, rappresentati a Palermo anche dall’arrivo della nuora Anna, sorella del cardinale Borromeo, ebbe certamente sulle vicende pittoriche palermitane un peso non meno forte di quello esercitato sulle più note vicende urbanistiche”[89]. Il viceré, sia per la carica sia per il prestigio personale diventa subito arbitro del gusto cittadino nell’ambito di un “preciso programma d’interventi sugli orientamenti culturali palermitani, che certamente sollecita il dibattito già vivo sul ruolo della pittura”[90].

Il principe aveva comandato la flotta del Papa alla battaglia di Lepanto e l’immenso bottino ricavato dalla vittoria lo aveva rafforzato – senza necessità – come capo dei ‘Colonnesi’. La carica di Viceré era un di più.

Poca documentazione e una data certa: 1583. Fonti archivistiche e storici testimoniano che la Porta fu sopraelevata per realizzare cinque locali (ad uso personale del viceré) collegati allo stesso Palazzo Reale. “Nell’arco di poco più di un anno e mezzo l’edificio mutò aspetto: al primo ordine architettonico altri se ne aggiunsero (…) svolgeva un ruolo preponderante la funzione che essa veniva ad assolvere (…) come torre palatina [91](…) sicché, se nella parte inferiore manteneva la propria autonomia di varco della città, nei nuovi corpi edilizi in elevazione si qualificava per il suo ufficio di aggregato residenziale all’edificio regio.[92]” Colonna fa’ velocemente decorare solo “cinque camere egregiamente dipinte a grottesche e lavori, co’ tetti parimente lavorati di finissima pittura ed oro; nel mezzo era il salone…[93]”. Con un ‘passetto’ collega l’appartamento alla Torre Pisana e ordina una vicereale alcova per incontrare la sua innamorata, la bellissima, giovane e ‘farfalla di morte[94]’ Dn. Eufrosina Siragusa Valdaura consorte di Calcerano Corbera barone di Miserendino[95]. Ordina di costruire e decorare, ma in mezzo ci sono la sua morte e qualcosa che non va d’accordo con i tempi.

I lavori d’allestimento di questo secondo ordine continuano sino al 1589 ed impiegano squadre di muratori, carpentieri, galeotti-cavatori di pietra del 

Monte Pellegrino, stuccatori, scalpellini, marmisti, pittori. Tutti uniti nella collaborazione virtuosa della consuetudine artistica. Di Matteo[96], dedica un’intera pagina ai lavori successivi, documentati con precisione e indagati sino ad una rappresentazione corredata da disegni tecnici. Questo modo trascura aspetti di un manufatto che è principalmente un’opera scultorea: tra dare forma all’assemblaggio dei materiali e la tridimensionalità dell’espressione artistica. Come nel linguaggio le parole tendono a dividere uno spettro concettuale in modi arbitrari e specifici, analogamente si può dire che la rappresentazione dell’architettura in piante, sezioni e prospetti determina – e spesso oscura – aspetti del suo paradigma strutturale.  La chiave di lettura della Porta Nuova è sempre l’adesione personale al suo pathos. Non essendo questo un metodo esaustivo proseguo nell’analisi del logos tecnico.

Da ciò che si vede nella figura seguente, la ‘sopraelevazione’ avviene sulla trabeazione sopra il fornice, demolendo le cimase del timpano triangolare (fig. 33) e rimodellando lo stesso per inglobarlo nella parete che oggi contiene le due piccole vetrate e lo stemma Colonna. E’ solo un’ipotesi in mancanza di un’archeometria del costruito e dei materiali (calcareniti e malte) usati in interventi realizzati a distanza di secoli. Senza porsi domande sulla qualità dei restauri e la loro entità. 

Per una maggiore comprensione può essere d’aiuto la valutazione dei tempi necessari alla realizzazione della sopraelevazione. Dopo i mesi necessari per la demolizione della trabeazione il primo stadio é la costruzione del dammuso[97] base-fondazione della sopraelevazione. Un lavoro assai impegnativo, sia per la complessa tecnica costruttiva (laboriose centine di legno da armare per la volta e mesi prima del disarmo) che per la vertiginosa altezza d’imposta del cantiere. Anni di fatica per marmisti, scultori e sconosciuti muratori; materiali difficili da cavare (Monte Pellegrino?) e pesantissimi da trasportare sopra carri trainati da buoi lenti. Paranchi e bilancini per sollevarli da terra. Un anno e mezzo per dare finito un tale lavoro? No, forse solo per la parte segnata in neretto (fig. 33). 

Su progetto di chi? 

Un tetto tronco-piramidale con lanterna è inconsueto in Sicilia. La lanterna conferisce una significanza spirituale riservata alle sole cupole che, secondo la tradizione cristiana, è l’immagine plastica del cielo. Essa riproduce la struttura dell’universo, l’Imago mundi, l’unione tra cielo e terra, l’omphalos. Un tetto piramidale è però più adatto a un apice di campanile: la sua forma allungata da’ l’idea del dito puntato verso l’alto con un’ascensionalità simbolo di collegamento tra terra e cielo. Omphalos.

Nella torreggiante sopraelevazione della Porta é staticamente impensabile impiantare una cupola: le spinte scaricherebbero su un tamburo costruito su un dammuso. Pericolosissimo. E’ necessaria una struttura leggera, ridotta e rientrata rispetto al filo della facciata e circondata anche da un loggiato agile ed arioso. E anche così non basta: il progettista arretra anche il ‘tamburo’ su cui poggia il tetto sostenuto da travature di legno e coperto da sottile strato di piombo invece che da tegole in fortissima pendenza. L’architetto dimostra d’essere fornito di conoscenze statiche e capacità costruttive prima delle ridondanze decorative. Possiede strumenti di controllo aldilà della geometria e delle consuetudini locali di costruzione.

Fig 33 Sez. est-ovest, elaborazione da S. Conoscenti

Per il resto sembra di descrivere il tetto del campanile della cattedrale di Messina[98]. Ancora Calamech, architetto d’avanguardia che vi applica persino un modulo costruttivo. 

Allora nasce una domanda: la sopraelevazione ‘Colonna’ di cui riferiscono gli storici è quella del piano loggiato o solo quella sopra il fornice? E’ ipotizzabile che la cosiddetta prima sopraelevazione fosse la sola ‘fondazione’ – robusta e staticamente solida per reggere la parte loggiata, quanto più possibile leggera, quasi  un’architettura effimera di legno e tela. Qui sottili tramezzi, svelte colonnine e ‘vuoti’ prevalenti sui ‘pieni’. Dubbio confermato dai due stemmi Colonna collocati a guisa di firma a lato delle due vitriate e dello stemma degli Asburgo di Spagna sopra l’epigrafe (qui segnata S.P.Q.P.) dettata da Antonio Veneziano. 

Nessuna firma ‘Colonna’ è presente nella parte loggiata.

Fig 34 “Una stampetta popolare, databile al decennio successivo alla riedificazione di Porta Nuova, conservata tra i manoscritti del Mongitore.[99]”

In questa ‘stampetta’ è interessante notare la mancanza di proporzioni: il disegno è prodotto in distorsione prospettica, senza alcuna compensazione della visione ‘normale’ con stazione ottica dal basso e conseguente schiacciamento dei piani visivi. Le due finestre della prima sopraelevazione sono quasi invisibili. Le due bugne a lato dell’archivolto sono integre e non mostrano ‘fichi d’India’.

Avanzamento lavori

1586[100]. I mastri Paolo Greco, Mariano de Oria e Ottaviano Blundo, cittadini palermitani, si obbligano nei confronti di D. Guglielmo Spatafora (Secreto e Mastro procuratore della città di Palermo) stipulante in rappresentanza della Regia Curia, a realizzare le lastre di piombo del peso di due rotoli e 2 once per palmo quadrato (26 cm x 26 cm, kg 1,718 circa, n.d.a.) destinate alla copertura della loggia in costruzione sopra Porta Austria o Nuova[101].

1586[102]. Qualche anno prima mastro Pietro Russo, scultore bolognese naturalizzato palermitano per nozze, aveva ricevuto dai ministri della Regia Curia l’incarico di realizzare la volta della Porta Nuova. Poiché sino a quel momento vi era stato un semplice accordo verbale tra le parti, alla data di cui sopra si procede al rogito. Mastro Pietro si obbliga[103] nei confronti di D. Guglielmo Spatafora (Secreto e Mastro procuratore della Città di Palermo) a finire il lavoro già avviato, completando puttini, figure, una cornice e le armi del viceré in carica. Per il suo lavoro è previsto un compenso di 80 once. Una clausola del contratto prevede che l’opera sia sottoposta al controllo ed al giudizio di Giovan Battista  Collipietra, regio ingegnere. E’ una notizia interessante perché ci dice che lo spessore della porta è stato ingrandito con un nuovo muro verso la città ed è stato necessario costruire un nuovo dammuso. Il viceré Colonna era morto già da due anni e la notizia riportata rafforza la mia teoria che la ‘sua’ sopraelevazione sia la parte non loggiata. 

1586[104]. I falegnami Antonio de Andriano, Paolo Matiotta, Francesco Ienuisio (Genovese) e Luigi Lo Re, cittadini palermitani, si obbligano nei confronti del solito D. Guglielmo Spatafora, a realizzare porte e finestre destinate alla loggia in costruzione sopra Porta Nuova[105]. 

1667. Esplode la polveriera alloggiata nell’ex quarto nobile del viceré Colonna. Non ci sono notizie sui danni, dove e quanti. Per alcuni dettagli v. n.17.

1730. L’aspetto (quasi) definitivo.

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Fig. 35 Thomas Salmon[106], c. 1730, incisione su rame, Venezia, 1762

Questo di Salmon è il più elegante disegno della Porta Nuova. Con l’uso magistrale della penna e del bulino ci descrive un’immagine che è esito formidabile di un progetto troppo colto e ricco di personalità per essere opera di un sottaciuto sconosciuto capomastro. C’è un insolito modellato plastico, manieristicamente (e pericolosamente) verticalizzato in un equilibrio inconsueto e spiazzante per i classicisti attardati in rimasticature formali di stilemi tardo-romani. Ancora oggi la Porta Nuova è la più importante architettura ‘manierista’ palermitana, specialmente nel fronte esterno, dove si manifesta una vitale forza inventiva e un forte spirito antivitruviano che porta a nuova dignità architettonica sorprendenti soluzioni basate su un uso maturo e consapevole del bugnato e dell’ordine rustico. L’eccezionale qualità del progetto e la sua forza espressiva indirizzano verso un artista d’alta scuola, uno scultore-architetto assai informato, colto, che ha frequentato ambienti romani e toscani attivi su affini mappe storico-geografiche diverse. Un architetto che ha visto disegni di grande qualità ed è stato altrettanto capace di produrne. 

Molti elementi, già puntualmente indicati e contestualizzati indirizzano (ma non attribuiscono) ad Andrea Calamech, collaboratore di Montorsoli e Ammannati (entrambi allievi di Michelangelo), lunense  architetto ‘messinese’ e per un breve periodo presente a Palermo per il progetto del Palazzo Reale (Ala Maqueda), il più prestigioso edificio della Città. 

L’unico accenno ad una sua possibile paternità è riportato nella frase:

“… conviene che habia di veniri subito complendo così al servitio di sua magestà per riconoscere la fabrica di quesso sacro regio palazo et altri ch’importano al prefato regio servitio…[107]”

Che cosa siano ‘altri’ è potenzialmente riferibile alla Porta Nuova, ma è stato dimenticato dagli storici. Ma anche se non riportati, certi fatti sono comunque avvenuti.

Il silenzio (o un’inspiegabile mancanza di fonti) circonda l’autore della Porta Nuova, inconsueto ed omologo a quello del Palazzo Reale (Ala Maqueda) di cui però è stato di recente scoperto un documento. Una coincidenza? 

La sintesi è presto fatta: s’è partiti da una costruzione che “… non aveva in prima che solo il primo ordine, con cornice dorica semplicissima, e senz’alcuna decorazione sovrastante”[108]. Quindi la incredibilmente fantasiosa – ma controllata – ornamentazione del primo ordine e infine la sopraelevazione (1° e 2°) aggiunta durante e dopo il vice regno di Marc’Antonio Colonna.  Questi anni coincidono perfettamente con quelli di Calamech e portano prove illuminanti, ma non sufficienti, che forzano nella sua direzione. Bastano per un’attribuzione prudente? 

No, e neppure per un conferimento sino a quando non si potrà aggiungere l’ultimo centimetro o l’ultimo miglio di un documento che unisca il nome di Calamech a quello di Porta Nuova.

Con questo centimetro si potrebbe ribaltare l’analisi dubitativa sin qui fatta e farla diventare esplorazione cognitiva. 

Con solo un centimetro di una sola riga di un solo documento.

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Note

66 Corazze romane del secolo III e II a.c.


67 Serlio S., Il Terzo Libro Di Sabastiano Serlio Bolognese, Nel Qual Si Figurano, E Descrivono Le Antiquita Di Roma, E Le Altre Che Sono In Italia, E Fuori De Italia, Venetia, 1544, CV.

68 Serlio S., Tutte le opere d’architettura, Venezia, Francesco de’ Franceschi, 1584, L. IV, xilografia p. 186.

69 Le squame sono costituite da piastrine metalliche rettangolari di due-tre centimetri, con i bordi arrotondati, di ferro o di bronzo, e dotati di fori per l’assemblaggio.

70 Dopo una guerra di cento anni il loro matrimonio aveva messo pace tra le famiglie. I genitori dello sposo erano Ascanio e Giovanna d’Aragona, nipote dell’Imperatore Carlo V. Parentela determinante durante il Sacco di Roma del 1527. Quando i Lanzichenecchi per lunghissimi nove mesi misero a ferro e fuoco Roma, Palazzo Colonna non venne toccato e offrì asilo e protezione (contro corrispettivo?) a migliaia di cittadini.

71 Mitologiche figure femminili con serpi al posto dei capelli e sguardo pietrificante.Venivano collocate sulla sommità dei timpani dei templi con funzione magica e difensiva. Una variante iconografica apotropaica erano i protomi di leoni, musi di felini o altri animali.  L’uso dei mascheroni da cui usciva la cannula delle fontane simboleggiava la depurazione delle acque dalla contaminazione dei mondi inferi.

72 Potrebbero far parte di quei marmi antichi “… resunte da Antonio Veneziano, d’ordine di D. Francesco Campo, pretore…). M. Giorgianni e A. Santamaura, op. cit., p. 138-139.

73 Di Matteo S., La Porta Nuova a Palermo, cap. II, Gr. Ed. D’Agostino, Palermo, 1990, p. 95.

74 Ucciso per gelosia dalla sua ultima moglie, la siciliana Dejanira.

75 Provenzale G., Provenzal: :nv:s:b:l:, Milano 2006, pp. 21-22.

76 21 luglio 1577.

77 Fagiolo M., Madonna M.L., La strada Colonna. Il Teatro del Sole, Officina Ed., Roma 1981, pp. 36/37.

79 Sciacca, 1498. Teologo, topografo storico ed archeologo. Fu dieci volte priore del convento di San Domenico a Palermo e due provinciale di Sicilia. Nel 1558 fu designato generale dell’Ordine, ma rifiutò. Tra le sue scoperte i siti archeologici di Akrai, Selinunte, Eraclea Minoa e il tempio di Giove ad Agrigento.

80 (1521?/1592?). Politico, scrittore e poeta. Monaco agostiniano nato a Policastro che “sia per genio o per fortuna girò varie parti del mondo”(). Principalmente alla corte di Torino, onorato e benvoluto dal Duca di Savoia. Maggiori benefici li ottenne dall’imperatore Carlo V. “Era egli di mente elevata, peritissimo nello scrivere nella latina ed italiana favella, così in prosa che in versi; e cotanto versato nella scienza politica…”(). Con sottigliezza e abilità trattava gli affari di stato al punto che “… i suoi consigli al viceré Marc’Antonio Colonna vengono addirittura stampati nel 1602 e ristampati nel 1628 a Francoforte: come adoprar doveva per reggere la Sicilia, ciò che evitare doveva, e ciò che nelle difficoltà eseguire…”() Dopo una vita avventurosa costellata di processi e condanne per intrighi, eresia e apostasia, rientra a Roma (1576 circa, ) e nell’Ordine. Tramite il duca (e figlio del Papa Gregorio XIII) Giacomo Boncompagni, ottiene incarichi di ingegneria militare e idraulica e diventa un ascoltato consigliere politico del papa. () C.D. Gallo, Annali, Lib. I, pp. 114-115.
A. Saitta scrive che la prima stesura delle Istruzioni… è di quell’anno. In Saggi storici e storiografici, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1991, p. 358.

81 Dal 1583 al 1585 entra nella vita politica di Monreale con la carica di consigliere e poi, carica più alta e prestigiosa, di Proconservatore del Real Patrimonio.

82 Di Matteo S., Op.cit., passim, che riporta Giuseppe Meli, Nota intorno a Giuseppe Albina detto il Sozzo, pittore palermitano, in “Archivio Storico Siciliano”, Nuova serie, A. IV, fasc. I – II, p. 27. Pollaci NuccioF., Le iscrizioni del Palazzo comunale di Palermo, trascritte, tradotte ed illustrate da Fedele Pollaci Nuccio, rist. an., 1974, Palermo.

83 Op. cit., p. 58.

84 Le sue Rime si aprono con una dedica al viceré Marcantonio Colonna. Il carattere encomiastico della pubblicazione è sottolineato dalla presenza di due sonetti di chiara impronta petrarchesca scritti in morte di sua madre, Giovanna d’Aragona e del figlio Fabrizio.

85 Uno studio assai ben documentato è la Tesi di dottorato di ricerca di Agata Ausilia Farruggio, Francesco Potenzano pittore e poeta, (1552-1601), Università di Catania, Facoltà di Lettere e Filosofia, 2007-2010. A p. 28: “La critica storico-artisica contemporanea, fatte salve autorevoli eccezioni, ha finora trascurato la figura di Francesco Potenzano, probabilmente a causa dei pochissimi manufatti artistici giunti fino a noi e della controversa appartenenza ora al campo artistico, ora a quello letterario, ora a quello meramente cronachistico. Diversa è invece la situazione se ci riferiamo alla fortuna critica dell’artista nei secoli precedenti dove il nostro pittore viene molto apprezzato per la capacità di coniugare i due aspetti letterario e artistico, considerati indispensabili per la nuova fisionomia di artefice. Agli inizi dell’Ottocento è Bartsch a riconsiderare l’artista Potenzano nelle sue peculiarità di incisore, ricalcando alla lettera il profilo biografico tracciato da Mongitore ma esprimendo dei giudizi molto personali e positivi…”

86 Le incoronazioni furono due. “«…s’apparecchiò un ben ricco apparato nel chiostro della chiesa di San Giuliano, dove, posto sotto un bellissimo tosello, il Potenzano recitò una bellissima orazione in lode della poesia. La quale, subito che fu finita, sortì i comuni applausi di tutti i letterati, non che di infinite genti, che erano concorse alla laurea del poeta. Indi gli fu posta la corona d’alloro, tutta fregiata d’oro, da Natalitio Buscelli, palermitano, barone di Serravalle, poeta leggiadrissimo in lingua siciliana». V. Auria, Teatro degli huomini letterati di Palermo, ms. sec. XVII, f. 315 e seguenti.
“La seconda incoronazione – stavolta pittorica – si snoda lungo la Strada Colonna alla presenza di Marcantonio Colonna, viceré di Sicilia dal 1577 al 1584 , e del duc di Terranova, don Carlo d’Aragona con apparati e cerimonia, se possibile, più sontuosi della prima.” A.A. Farruggio, Op. cit., p. 6.

87 Giorgianni M. e Santamaura A., Il primo restauro di Palermo, in Palermo Restaurato di V. Di Giovanni, rist. Palermo 1989. V. Di Giovanni è un barone d’origine messinese (dai Di Giovanni duchi di Saponara) e il suo manoscritto è del 1627. Nell’ultima copia presso la BCRS (XIIF4) é curiosa (e intrigante) la nota segnalata da S. Pedone (Giorgianni e Santamaura, op. cit., p. 54): “Tra i ff. 454-456 si trova all’interno del testo con un certo rilievo nel carattere ‘Provenzano sua coronazione’ mentre a f. 463 rileviamo in carattere più grande ‘Franciscus Potenzanus Magnus Siculus’. Questo dato ci fa pensare che la copia del manoscritto del Di Giovanni potrebbe essere stata commissionata da qualche esponente di questa famiglia”. ‘Provenzano’ è la dizione siciliana del toscano ‘Provenzale’. Qualche anno prima il duca Giovan Francesco Provenzale (1508-1558), illustre esponente di questa famiglia, era stato Reggente del Consiglio d’Araagona e Sicilia.

88 Op. cit., n. 6, p. 5.

89 Guastella C., Ricerche su Giuseppe Alvino detto il Sozzo e la pittura a Palermo alla fine del Cinquecento, in Contributi alla storia della cultura figurativa nella Sicilia Occidentale tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, Atti della Giornata di studio su Pietro D’Asaro, Racalmuto 15, febbraio 1985, Palermo 1985, p. 49.

90Ibidem.

91 Cfr Fagiolo M., Madonna M.L., Il teatro del Sole etc., p. 44.

92 Di Matteo S., op. cit, p. 55.

93 Ibidem, p. 63.

94 La definisce così Leonardo Sciascia nel suo saggio Farfalla di morte.

95 La baronessina (20 anni) convinse Marcantonio (44) ad imprigionare al Castellammare il suocero D. Antonio Corbera (avvelenato dopo tre giorni di inutile digiuno) e a mandare il marito D. Calcerano a Malta incontro ad un pugnale prezzolato. Sarebbe stato difficile ucciderlo per spada perché era un valentissimo spadaccino e il suo palazzo di città era persino sede di un’Accademia della scherma. Lo scandalo, unito alle documentate accuse di peculato mosse dal Senato di Messina, fece chiamare il viceré in Spagna che partì per arrivarci morto. La moglie Dn. Felice prese sotto la sua protezione Dn. Eufrosina e la condusse a Roma, agevolandone le nozze con D. Lelio Massimo marchese di S. Prassede. I figli del marchese uccisero la matrigna il giorno dopo le nozze e il marchese morì di crepacuore (?) appena in tempo per maledirli con il Crocifisso in mano. Loro scansarono ‘per motivi d’onore’ una condanna a morte, ma non la maledizione e l’etica della salvezza. Un destino differito prevedeva già la loro morte per spada, veleno o forca. L’alcova vicereale, trasformata in polveriera, saltò in aria nel 1667.

96 Op. cit., p. 72.

97 Solaio curvo, a botte o a crociera, con funzione statica. La volta era realizzata con mattoni di buona qualità, il riempimento che pareggiava l’estradosso avveniva con materiali leggeri e pezzi di laterizio (o ‘graste’).

98 “L’altissimo campanile è opera iniziata da Martino Montanini: alla su amorte ilavori continuarono con Calamech ‘protomastro scultore del duomo’. La forma della cuspide ricorda quella de lDuomo di Massa Marittima (Toscana) ed è una piramide esagonale molto allungata poggiata su un tamburo quadrato; ad ogni angolo un pinnacolo è saldamente ancorato al basamento della grande cuspide. ”Provenzale G., Calamech a…, 2016, p.34.

99 Di Matteo S., La Porta Nuova a Palermo, cap. II, Gr.Ed. D’Agostino, Palermo, 1990, p. 95.

100 27 settembre, indizione XV, Palermo.

101 Honorabiles magister Paulus Grecus, magister Marianus de Oria et magister Ottavianus Blundo, cives Panormi, (…) sollenniter se obligaverunt et obligant spettabili domino Guglelmo Spatafora, secreto et magistro procuratori (…) stipulantis et consentientis pro offitio conservatoris regii patrimonii et non aliter, fare tutta quelle quantità di piastre di piombo con lo piombo della regia corte, lo quale piombo debia essere netto, senza scuma et cacaza, et quello che fosse con tale defetti lo possano refutare; li quali piastri si intenda per tutti quelli che sarranno necessari per lo copertitio di la logia di novo facta supra la porta austria seu porta nova di questa cità, et le ditti piastri habiano di essere di peso di rotula dui et unci dui per ogni palmo di quatro incirca…
ASPa, Notai Defunti, I Stanza, notaio Vincenzo Salerno, vol. n. 11609, c. 64 r.

102 6 ottobre, indizione XV, Palermo.

103 Obligacio pro domino Guglelmo Spatafora, secreto, cum magistro Petro Russo. Die VI ottobris, XV inditionis, 1586. Quia annis preteritis fuit datum servitium alla stagliata magistro Petro Russo, bononiensi et civi Panormi per ductionem uxoris, insimul cum aliis eius sociis faciendi dammusium logie porte austrie seu porte nove huius urbis pro magisterio unciarum octuaginta oretenus, nulla interveniente scriptura, […] magister Petrus, insimul cum eius sociis, incepit ad faciendum dittum servitium, prout ad presens reperitur fattum, et dominus Guglelmus Spatafora, secretus et magister procurator huius urbis, hodie in scrittis / reddigere in futuram rei memoriam ad infrascrittum contrattum, modo et forma subnotatis, cum eodem venire curavit.
Ideo hodie, die quo supra, predittus magister Petrus Russus scultor, alter ex obligatis supranominatis, de cuius nomine et cognomine mihi constitit atque constat, coram nobis sponte promisit et sollennter se obligavit et obligat ditto domino Guglelmo Spatafora, ditto nomine, supradittum servitium per eum et socios inceptum complere et finire eo modo et forma prout inceptum est, con tutti li personagi et lavori et pottini che ci vanno et etiam accomodare le pottini al presenti che ci sono fatti nec non fare la cornice attorno attorno del ditto dammuso di la logia preditta et fare le arme della excellentia del signor viceré…
ASPa, Notai Defunti, I Stanza, notaio Vincenzo Salerno, vol. n. 11609, c. 80 v.

104 Dicembre 27, indizione XV, Palermo.

105 Eodem XV decembris, XV inditionis, 1586. Honorabiles magister Antonius de Andriano, magister Paulus Matiotta et magister Franciscus Ienuisio et de Messina, fabri lignarii, cives Panormi, mihi cogniti, coram nobis eorum propriis nominibus et in solidum se obligantes, (…) fare in lo regio palatio di questa cità di Palermo tutte quelle fenestre quale sono necessarie nella logia existente sopra la porta austria seu porta nova di questa cità, con lo ordine et modo, forma, proportione, qualitate et lavore conforme alle fenestre delle stantie nove del signor don Bernardino. Ita che non si intendano di alticza nè di larghicza ma nel resto conforme di supra et ammigliorare, si come le dirrà il magnifico Ioanni Battista Collipetra, ingignero della regia corte, nec non fare tutte le porte necessarie in ditta logia conforme che è stata fatta la porta della sala grande del regio palatio… ASPa, Notai Defunti, I Stanza, notaio Vincenzo Salerno, vol. n. 11609, c. 251 v.

106 Lo scozzese Thomas Salmon (1679-1767) fu storico e geografo. Scrisse Modern History or the Present State of all Nations (1739), molto copiato in tutta Europa e pubblicato a Venezia (Albrizzi) dal 1740 al 1762.

107 Curie. Spettabilis secretus Messine venire faciat capud magistrum fabricarum in hac felici urbe Panormi. Philippus etcetera. Spettabili regie consiliarie dilette. Il capo mastro di la fabrica di quessa cità che li di’ passati haviamo ordinato venesse in questa cità et da poi ad supplicatione di quessi spettabili giurati lo relaxiamo per l’occorrenze che ci erano all’hora di la cità; poiché adesso manca quella occasione, perché restò, conviene che habia di veniri subito complendo così al servitio di sua magestà per riconoscere la fabrica di quesso sacro regio palazo et altri ch’importano al prefato regio servitio …
Date Panormi die XI martii, XV inditionis, 1572.

108 Salvo Di Matteo, La Porta Nuova a Palermo, cap. II, Gr. Ed. D’Agostino, Palermo, 1990.

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