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Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo (secoli XIV e XV) di Patrizia Sardina

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P. Sardina, Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo (secoli XIV e XV), Quaderni “Mediterranea“ ricerche storiche n.29 (2016), pp. 308.

L’opera di Patrizia Sardina, professoressa di Storia medievale presso l’università degli studi di Palermo, rappresenta il frutto di un coerente, completo e pluriennale percorso di ricerca.

La storica palermitana, attraverso fonti documentarie edite ed inedite ricostruisce puntualmente una precisa vicenda storica muovendosi abilmente tra due macro-temi storiografici: la storia di genere e la storia delle istituzione ecclesiastiche.

In particolare, la narrazione riguarda le vicende legate al clero regolare cittadino, agli ordini religiosi femminili, focalizzando l’attenzione sul caso studio del Monastero di Santa Caterina, edificato agli inizi del XIV secolo, in una città, Palermo, che ricoprì un ruolo di centrale importanza per l’area mediterranea lungo tutta la Media Aetas.

Storia di genere e storia della chiesa s’intrecciano in questa piacevole opera, lasciando anche spazio all’evolversi di tematiche care alla tradizione storiografica siciliana, quali i rapporti tra ceto feudale e corona, tra istituzioni cittadine e istituzioni ecclesiastiche.

Il medioevo narrato però, non è per dirla alla Duby, un medioevo maschio.

«Questo Medioevo è al maschile, decisamente. Perchè tutti i discorsi che mi giungono e mi informano sono tenuti dagli uomini, convinti della superiorità del loro sesso. Non sento che questi.» così scriveva lo storico francese, denunciando la matrice fallocentrica del completo panorama di fonti legato all’età medievale.

Ebbene, se grazie a Georges Duby si è data la voce ai muti della storia, in questo caso alle donne, che una visione stereotipata, di matrice letteraria voleva relegate alla cristallizzazione idealizzante della donna angelo, privilegiata tra le privilegiate entro l’ambiente cortigiano soprattutto francese, tra XII e XIII secolo. E’ stato dalle grandi opere di sintesi, come La storia delle donne, curata dallo stesso Duby, che la comunità scientifica ha dato inizio ad una serie di direttrici di ricerca tendenti anche a capovolgere l’iniziale impostazione data dallo storiografia precedente.

Là dove Duby e i suoi allievi mettono in luce impotenza e repressione, alcuni hanno fatto emergere un’altra visione della donna nel mondo medievale: una visione che insiste sul potere e sulla partecipazione femminile.

Si può a ragione sostenere che il contributo dato da Patrizia Sardina, vada proprio in quest’ultima direzione, una storia che parla sì, di Clausura, di cura monialium, di paternalismo e tutela maschile; ma è anche una storia di donne al comando come titola un capitolo dell’opera. Di donne come Giovanna Ventimiglia, che nel ventennio 1353-1373, ricoprì il ruolo di priora segnando la storia del monastero ed un periodo di espansione anche economica e politica della sua famiglia.

E’ una storia che racconta di come a causa degli scarsi privilegi riconosciuti, anche e soprattutto nella gestione dei beni, le Domenicane, controllate dall’ordine maschile a livello locale e generale, manifestarono una maggiore e più precoce capacità, rispetto ai confratelli maschi, di accompagnare alla programmata espansione patrimoniale, frutto dei lasciti testamentari di nobildonne palermitane, la cura della memoria e della salvaguardia documentale. Una storia dunque, che parla al femminile, seppur tra le chiuse mura della clausura e tra le rigide regolamentazioni ecclesiologiche.

La storia del monastero, è una storia urbana, in piena sintonia con l’inserimento dei nuovi ordini mendicanti. I predicatori domenicani, braccio antiereticale della chiesa, in un periodo nella quale le religiosità eterodosse si diffondevano, con i vertici del clero secolare latitanti nella difesa dell’ortodossia cattolica, si rivelò funzionale l’inquadramento dei movimenti pauperistico-evangelici, domenicano e francescano su tutti, i quali non mancarono di scontrarsi, a livello locale col clero secolare.

Fu così che i papi posero direttamente sotto la loro egida questi movimenti, normando la loro attività mediante bolle, decretali e concili. Tutte puntualmente ricordate dall’autrice, che ne scandisce diacronicamente l’evoluzione, con un’attenzione particolare alla legislazione legata alle comunità cenobitiche femminili.

(a cura di Francesco Carnevale)

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