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Medicina, diritto e politica

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Un bel seminario su Medicina, diritto e politica, svoltosi a Roma presso l’Istituto per l’Età Moderna e Contemporanea il 3 marzo, consente di riflettere su come, lungo la prima età moderna, sia stato pensato il rapporto tra saperi e discipline diverse. La cosiddetta disputa delle arti fra Trecento e Quattrocento, mirabilmente studiata da Eugenio Garin, è il punto di partenza per affrontare un sistema di rapporti tra medicina, diritto e politica che investe profili diversi.

Il primo è l’uso delle metafore mediche nel linguaggio della politica e dell’economia. La medicina cioè, tra il XVI e il XVII secolo, il periodo di formazione e sviluppo degli Stati moderni, è un terreno di riferimento per stabilire analogie fra le condizioni di salute del paziente e il governo del territorio. Diagnosi, prognosi e terapie identificano un’analogia di funzioni fra il sovrano e il medico. Machiavelli, Guicciardini, scrittori come gli arbitristas spagnoli, pur entro orizzonti e prospettive differenti, vanno costruendo le categorie della scienza politica allo stato nascente ispirandosi largamente alla letteratura medica degli aforismi ippocratici. Ma anche gli economisti si muovono in questo orizzonte. Originale è soprattutto la posizione di Antonio Serra, scrittore economico napoletano che, nel 1613, pubblica a Napoli il Breve Trattato: per la sua importanza Schumpeter lo ha definito un quasi sistema, un contributo cioè che anticipa i fondamenti dell’economia politica classica. In quest’opera l’autore, prigioniero per molti anni nella carceri napoletane della Vicaria, individua un nesso tra l’incertezza della medicina e l’incertezza della scienza di governo, anticipando il dibattito epistemologico europeo della fine del Seicento.

Il secondo profilo riguarda il rapporto tra medicina e diritto. In quasi tutti i paesi dell’area mediterranea il diritto celebra il suo primato sulla medicina sia dal punto di vista teorico sia da quello pratico della professione. La scientia juris è la scienza della verità. Solo i giuristi possono aspirare a diventare classe dirigente: perciò sono i legittimi titolari della scienza di governo. I medici, titolari di un sapere incerto, esercitano un’arte meccanica e, per giunta, approssimativa. Ma negli Stati non assoluti, soprattutto protestanti, la visione del medico pubblico, del medico politico, che Silvana D’Alessio ha analizzato attraverso la biografia di Pietro Andrea Canoniero, riconosce parità ai due saperi e alle relative professioni. Le integrazioni tra sapere giuridico e sapere medico sono frequenti: nella prima età moderna nasce la medicina legale.

Terzo profilo: il rapporto tra medici e istituzioni pubbliche e private. Essi hanno a che fare con le Corti, con il governo del territorio. Ma partecipano anche alle congiunture rivoluzionarie. Sono tanti i medici ribelli: a Napoli nel 1547 durante la rivolta contro l’introduzione dell’Inquisizione, nel 1647-48, nel 1799.

Il tema si presta a tante altre considerazioni, come è emerso nell’incontro romano. E, soprattutto, ad un confronto tra passato e presente.

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Aurelio Musi
Professore ordinario di Storia Moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno. Membro del direttivo della Società Salernitana di Storia Patria. Giornalista pubblicista. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica". Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell'età moderna, sul Mezzogiorno spagnolo, su problemi di metodologia e storia della storiografia. Ha fatto parte di organismi di ricerca internazionale (ESF, GISEM, ecc.)