Il ritratto della donna che, a inizio del Novecento, indagò, scoprì, catalogò, pubblicò e diede lustro alle arti applicate in Sicilia.

Maria Accascina, la giovane studiosa che voleva “vedere e rivedere” 

Nella grande luce meridiana, la Chiesa era solitaria e triste. Sulle pareti c’erano tele nere con santi lividi, sarcofaghi policromi sotto gli altari, chiazze di muffa e di grigio. Un Patania trovato anche lì non mi diede gioia, anch’esso così funebre e nero e neppure la grande icona sull’altare maggiore, piena di santi accigliati e stanchi. Ma a destra, nella cappella laterale velata d’ombra, in una candida nicchia mi apparve finalmente la statua di Domenico Gagini. Era lì, nella nicchia senza un fiore sull’altare, senza un cero. Indietreggiava un poco quasi paurosa, socchiudeva gli occhi quasi per trattenere un pianto, stringeva la bocca piccolissima di bimba crucciata”.

Con queste parole Maria Accascina descriveva le vivide sensazioni e le scoperte di una delle sue innumerevoli visite in una chiesa madonita.

Più appropriato sarebbe il termine “esplorazioni”, per meglio rendere l’avventurosità dei tragitti a dorso di mulo di una distinta ispettrice attraverso l’entroterra siciliano nel ventennio fascista: strade dissestate ed assolate, preti e badesse restii ad aprire cappelle e tesori per “la signorina” in visita, sguardi di sufficienza (se non apertamente ostili) degli amministratori locali.

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Chi era Maria Accascina?

Maria Accascina (Napoli,1898 – Palermo, 1979), si laurea in lettere a Palermo, frequentando poi la Real scuola di perfezionamento in storia dell’arte medievale e moderna dell’università di Roma, allieva di Adolfo Venturi.

Divenuta una giovane ispettrice addetta al Regio commissariato per la tutela degli oggetti d’arte della Sicilia, si impegnò da subito nello studiare inediti manufatti di tutto il territorio siciliano, pubblicandoli sul Bollettino d’arte del ministero della Pubblica istruzione, compilando anche voci dell’Enciclopedia cattolica e dell’Enciclopedia Treccani.
Fra il 1934 e il 1941 intensifica la sua opera di critico d’arte, scrivendo per il Giornale di Sicilia dei temi più vari, comprese le recensioni di mostre e rassegne d’arte di tutto il mondo, ma sempre privilegiando la sua isola. 

Donna volitiva e brillante, pasionaria indagatrice d’arte, l’Accascina aveva infatti intrapreso la difficile strada dello studio delle arti applicate seguendo l’insegnamento venturiano del “vedere e rivedere”, cioè dell’indagine in presenza dei manufatti, lontana dalla stantia e più superficiale trattazione antiquaria ottocentesca.

Proseguì i lavori di Di Marzo e di Gallo, “e ancora, in età più recente, di filologi ed eruditi come Nino Basile e Filippo Meli, i quali peraltro non erano riusciti ad immettere, se non raramente, in un circuito extraisolano la conoscenza dell’arte siciliana. Questo è il compito che Lei volle assumersi”.

Pares inter pares”: il passaggio semantico dalle arti minori alle arti applicate

Maria Accascina, che si era specializzata con una tesi sull’oreficeria siciliana, volle rendere dignità a quelle che erano all’epoca chiamate “arti minori”: queste erano da lei giudicate “pares inter pares” alla stregua di pittura, scultura e architettura, poiché generate da medesimo estro e talento artistico.

Studiò, con interesse poliedrico, storia e tecniche di lavorazione di ceramiche, plasticazione di stucchi, intarsi e sculture lignee, gioielleria e argenteria, tessiture di stoffe preziose e ricami di paliotti in perle e coralli. Approfondì le ricerche su artisti misconosciuti e, su studiosi quali Gioacchino Di Marzo, tenne registro dei punzoni degli argentieri palermitani. Individuò nei paesi montani una diffusa tipologia di calice con foglie di cardo che definì, appunto, madonita. Storia e critica d’arte vanno, per lei, di pari passo:

Fare storia dell’arte è tutt’uno con la critica d’arte, e se la critica d’arte deve tentare di percorrere a ritroso il cammino fatto dall’artista, che è un cammino suggerito sempre dalla spontaneità, dalla fantasia, dal sentimento, dalla volontà individuale, non si può, nel percorrerlo, non portare la nostra stessa individualità che si è alimentata dagli studi ma che è soprattutto formata dalla cultura ambientale, dal retaggio di una tradizione che agisce sempre dentro di noi, anche se conoscenze di espressioni artistiche di altri popoli abbiano alimentato e differenziato questo retaggio” .

In qualità di ispettrice del Museo nazionale di Palermo, ne riordinò l’esposizione e i magazzini (1930), pensandone percorsi di fruizione sia per studiosi che per visitatori,con questo dimostrandosi informata e partecipe delle nuove idee di museologia che circolavano all’estero.

La mostra d’arte sacra delle Madonie

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Il suo impegno nello studio, nel riconoscimento e nella catalogazione dei manufatti d’arte siciliana si intrecciava con il desiderio di valorizzarli e pubblicizzarli presso un ampio pubblico.
Dopo tanti giri, ispezioni, strette di mano, scoperte, lettere, contatti e interviste a studiosi locali, l’Accascina riuscì ad organizzare nell’ex convento dei Riformati a Petralia, nel 1937, la mostra d’arte sacra nelle Madonie, la prima esposizione ragionata dei tesori custoditi nelle parrocchie e nei conventi madoniti.

Nelle intenzioni della stessa studiosa c’era l’idea di redigere un libro e un catalogo, e se purtroppo non vennero mai scritti, vennero realizzate però delle schede dettagliate dei manufatti esposti. Scriveva l’allora soprintendente: 

“Prima che la cospicua raccolta di preziosi oggetti d’arte delle Chiese delle Madonie ora nella Mostra d’Arte Sacra a Petralia Sottana vada dispersa con le riconsegne, ha dato incarico alla Dott. Maria Accascina di redigere le singole schede almeno degli oggetti più importanti; così firmate dai singoli parroci, costituiranno un sicuro documento per la conservazione degli oggetti, tanto più se alle schede potranno essere allegate delle buone fotografie. E poiché, sino che sono alla Mostra delle Madonie, si presenta la comodità di fare eseguire le fotografie dei detti oggetti, ho dato incarico alla Dott. Accascina di farlo sino alla concorrenza di spesa di L. 500 da parte nostra, che dovranno essere pagate sul fondo per le Schede messo a disposizione da cotesto Ministero che spero vorrà venirmi incontro in tale mia deliberazione”.

Il catalogo che non c’era: la creazione dell’inventario delle opere

Di tale mostra la studiosa dunque fu nominata “direttrice tecnico-artistica”. Della complessità della sua gestazione ed inaugurazione abbiamo avuto contezza grazie all’impegno della Di Natale, da sempre interessata all’opera di Maria Accascina, che con Anselmo e Vitella ha passato al vaglio lettere, quaderni, appunti e documenti del Fondo Accascina della biblioteca Bombace di Palermo; l’Anselmo è riuscito a rintracciare altresì le schede originali della mostra.

I tre studiosi da questi documenti sono riusciti a ricreare “il catalogo che non c’era”, ossia l’inventario delle opere che sono state esposte che raffronta le schede originali, gli oggetti d’arte tuttora esistenti e la rassegna aggiornata degli studi di critica d’arte.

Si coglie, dalle schede e dagli appunti, la rigida e lucida partizione delle sale per tipologia d’oggetto: quella degli ori, degli argenti, dei paliotti, delle statue, degli intagli lignei, degli arredi. Le carte contengono schizzi della sistemazione espositiva da lei pensata, memorandum e anche semplici annotazioni del suo umore, o l’andamento della sua giornata: lavoro e vita privata si intrecciano, sono un tutt’uno.

Più di quattrocento opere esposte, tra cui dipinti, sculture lignee e marmoree, parati sacri, gioielli, portantine, maioliche e vesti

La Di Natale descrive quanto, infine, risultò accurata tale preparazione: “Maria Accascina organizza l’inaugurazione della tanto desiderata Mostra d’Arte Sacra nelle Madonie quasi come una rappresentazione teatrale e, partendo dai parati sacri esposti, passa alla descrizione degli abiti nei secoli, mentre belle fanciulle delle più sensibili famiglie madonite indossano antichi costumi e frammezzano il discorso con danze e brani artistici”.

Inarrestabile, la studiosa nel 1938 curava un’altra mostra a Naro, nella chiesa di San Francesco, anch’essa rimasta purtroppo priva di catalogo, come la precedente.

Ne scrisse in un articolo dello stesso anno sul Giornale di Sicilia, in cui si compiace di aver approntato l’esposizione in tre giorni, coinvolgendo l’intera popolazione del paese: «chi passava dalle belle sale del Ritiro pagava lo scotto: tu serri una tavola e ne fai mensola, tu la riduci a listelle e ne fai bacheche, tu trasporti un geranio rosso ai piedi di S. Barbara bionda e lucente, o vai a comprar chiodi o vai a raccoglier gigli».

Con coraggio era pronta a rivolgersi direttamente a Mussolini per chiedere la tutela dei manufatti di oreficeria, era membro attivo del Comitato siciliano recupero di fondi per il restauro di opere danneggiate dalla guerra, era pronta a tuonare contro le incurie e l’abbandono in cui versavano i monumenti della sua terra:

«Lasciamo ad esempio che la Zisa, unico palazzo rimasto con stalattiti, mosaici e gorgoglii d’acqua diventi letamaio e la Cuba sia recinta non dai laghetti dove i grossi pesci sguazzavano sotto la chioma degli alberi riflessi, ma da abbeveratoi di pingui muli; […] Tutte cose malvagie tanto quanto i restauri fatti col cemento armato, le colonne rifatte in legno dipinto” .

Dal 1949 al 1966 si trasferiva a Messina per prendere la direzione del Museo nazionale, continuando sempre a pubblicare monografie e articoli ancora in età avanzata.

Morì a Palermo nel 1979, non riuscendo a terminare il libro sulla scultura siciliana, né quello sulle stoffe pregiate, né ancora la grande storia dell’arte siciliana dal Medioevo all’Ottocento in più volumi: più che un sfoggio esibizionistico enciclopedico di cultura, il desiderio estremo di mostrare al mondo lo splendore che i suoi occhi avevano visto.

“C’è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l’intelletto” Gilbert Keith Chesterton 

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